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Tra i messaggi che giungono nella casella di posta di questo sito, si agita talvolta un leitmotiv speculare a quello degli apprezzamenti, quello delle critiche. C’è chi mi contesta, con toni più o meno sfumati, di essere “antico”, di coltivare un approccio superato o, peggio, di atteggiarmi a depositario di una verità assoluta. Di pretendere, insomma, di avere sempre ragione.

Lo confesso: queste critiche (che sono normalissime), pur nella loro asprezza, mi hanno acceso un dubbio profondo. Mi sono chiesto se, nel modo in cui gestisco questo spazio, io stia facendo davvero abbastanza per chiarire la mia reale intenzione. Sto comunicando nel modo giusto che il mio obiettivo non è mai stato quello di predicare da un pulpito, ma unicamente quello di dialogare, argomentare e mettere a confronto le idee?

Il dubbio è il motore di ogni analisi ed è per questo che voglio chiarire questo fraintendimento metodologico una volta per tutte, con la massima fermezza e con altrettanta serenità.

La prova dei fatti: questo articolo

La smentita più evidente a questa presunta pretesa di infallibilità sta, paradossalmente, nel fatto stesso che stiate leggendo queste righe. Se fossi davvero convinto di avere sempre ragione, avrei semplicemente cestinato quelle email critiche, derubricandole a sterile dissenso. Invece, quelle critiche hanno scavato. Hanno generato un dubbio metodologico interno che mi ha spinto a fermarmi, interrogarmi e mettermi in discussione pubblicamente.

Questo articolo è la prova empirica che non sono arroccato in una torre d’avorio. Non solo ascolto, ma a più riprese sono il primo a chiedere pareri, critiche e contributi esterni. Quando un lettore o una lettrice mi scrivono per smontare una mia tesi con argomentazioni solide e strutturate, non mi limito a rifletterci: in diversi casi, ho preso quei contributi – anche quando erano totalmente controcorrente rispetto al mio pensiero – e li ho pubblicati come articoli a sé stanti sul sito. Se fossi interessato al monologo, censurerei il dissenso. Se invece scelgo di dare spazio alle idee opposte e di interrogarmi sui miei stessi limiti comunicativi, è perché credo che il vero arricchimento nasca dalla collisione di pensieri complessi.

Questo spazio è officina, non tribunale

Chiunque legga queste pagine con attenzione sa che ogni singola riga pubblicata è sistematicamente preceduta da una premessa metodologica inderogabile: “questo è semplicemente il mio parere; non una certezza da difendere, ma una prospettiva personale e, per sua stessa natura, aperta al confronto”.

Studiolevi non è un’enciclopedia dogmatica, né un saggio accademico che pretende di stabilire leggi universali. È un diario di bordo, un’officina in cui ordino le mie riflessioni sul mondo, sulla tecnologia e sulla società.

Quando scrivo che “ho capito questo”, sto semplicemente condividendo il punto d’arrivo temporaneo di un mio percorso analitico. Non sto dicendo che quella sia l’unica chiave di lettura esistente. Al contrario: sono il primo a sapere che potrei essere in errore. Il dubbio è la base del metodo scientifico, e applico lo stesso rigore a ciò che penso.

Condividere non significa imporre

Il fraintendimento nasce spesso dalla fermezza dello stile. Esprimere un’opinione in modo chiaro, argomentato e privo di fuffa retorica viene oggi scambiato per arroganza. Nel web dei dubbi fluidi e delle opinioni liquide, a volte la logica solida viene confusa con l’ostinazione, quando in realtà è solo il desiderio di chiarezza.

Invece, non è ostinazione: il fatto che io argomenti a fondo una tesi non significa che la stia imponendo. Significa solo che rispetto il lettore abbastanza da non rifilargli uno slogan superficiale. Tutto ciò che si trova su questo sito è un’offerta, non un’imposizione: può essere condiviso, può essere respinto, oppure può essere semplicemente ignorato.

Un invito al dialogo (contro l’elitarismo)

Per questa ragione, critiche come quelle che hanno ispirato questo testo sono sempre le benvenute, a una sola e ovvia condizione: che siano espresse in modo educato e civile. Non ho alcun interesse a confrontarmi con gli insulti o con la provocazione fine a se stessa, ma ho un immenso rispetto per chi decide di investire il proprio tempo per offrirmi un punto di vista differente.

Anzi, rilancio l’invito a una collaborazione ancora più specifica. Se notate nella mia scrittura delle asprezze formali, o se avete consigli su come smussare certe mie rigidità espressive, vi prego di farmelo sapere. Sono a maggior ragione gradite le osservazioni su quegli stilemi dello scrivere che rischiano di trasmettere un’involontaria impressione di “elitarismo culturale”.

L’elitarismo è l’antitesi di questo progetto. Lo scopo ultimo di Studiolevi è l’esatto opposto: è quello di democratizzare la complessità, smontando i tecnicismi e rendendo i concetti densi accessibili a chiunque decida di dedicare loro tempo e attenzione. Se lo stile a volte sembra inflessibile, è solo per un eccesso di rigore analitico, mai per il desiderio di escludere o di tracciare confini di classe intellettuale.

Il paradosso dell’essere “antichi”

Infine, voglio fermarmi un istante su quel termine, “antico”, usato da chi critica la scelta di prediligere i testi lunghi e complessi all’estetica immediata dei social network. A loro rispondo che hanno ragione su un punto, perché la fretta di essere moderni a tutti i costi è spesso la prima causa di superficialità. In fondo, non si rimprovera mai a un libro di essere antico solo perché va letto. La lettura, quella riga dopo riga, ed il tempo speso a decodificare un concetto sono cose che richiedono per loro natura una lentezza che nessuna rivoluzione digitale potrà mai (o che non dovrebbe mai) eliminare.

In questa specifica critica, però, io leggo anche qualcos’altro, e voglio dirlo con la massima sincerità, senza ironia: un (inconsapevole?) ringraziamento. Se qualcuno decide di scrivermi per criticare l’approccio o l’estetica scarna, significa che ha comunque speso il proprio tempo per superare quell’ostacolo visivo e per leggere ciò che avevo da dire. Significa che ha provato a seguirmi fin dentro il ragionamento, pur non amandone l’involucro.

Per me, questo è un premio bellissimo. È la dimostrazione tangibile che la sostanza del contenuto è riuscita a vincere sulla forma e sulle abitudini grafiche del web moderno. Sapere che ci sono persone pronte a fare lo sforzo di andare oltre la superficie visiva è il motivo per cui continuo a tenere aperta questa officina.

In conclusione, non c’è nessuna verità assoluta da dispensare

Non ho dogmi da difendere, né certezze preconfezionate da vendere al miglior offerente. Sono solo un uomo curioso che scrive alla sua scrivania, ben conscio dei propri limiti logici e delle proprie parzialità. Considero questo progetto non come un palcoscenico da cui ricevere applausi, ma come un tavolo da lavoro a cui sedersi insieme.

Proprio per questo sono estremamente grato per gli spunti costruttivi dei lettori (di qualunque genere essi siano) e profondamente felice di questo bizzarro premio al contenuto, che restituisce dignità al tempo che investiamo nel leggere, nello scrivere e nel pensare. La mente non deve essere una fortezza chiusa: è un processo in continua evoluzione. Per quanto riguarda me, resto, oggi come ieri, sempre pronto a fare un passo indietro, a correggere la mia rotta e a cambiare idea davanti a un’argomentazione migliore della mia. Perché l’unica cosa che conta davvero, alla fine, non è avere ragione, ma avvicinarsi insieme a una comprensione più nitida delle cose.