Ho già spiegato che questo spazio è online dal 2002. È nato quando la rete era un arcipelago di isole indipendenti, collegate tra loro da fili sottili chiamati collegamenti ipertestuali. Oggi, gran parte di quell’oceano è stata recintata all’interno di poche, gigantesche piattaforme proprietarie progettate per un unico scopo: trattenere l’utente il più a lungo possibile.

Spesso mi si chiede perché questo sito non abbia anche una pagina Facebook, un canale Telegram, un profilo X o una vetrina su Instagram. La risposta non risiede in un rifiuto ludico o generazionale della modernità: li ho testati tutti, ne ho analizzato i meccanismi sotto il cofano e, alla fine, ho scelto deliberatamente di non sbarcarvi. È stata una scelta di ingegneria culturale.

Il rapporto segnale/rumore e la truffa dell’algoritmo

Da radioamatore e da informatico, considero il rumore il nemico supremo della trasmissione. I social network moderni non sono strumenti di comunicazione, ma amplificatori di entropia. L’algoritmo che governa i feed non premia la pertinenza o la profondità di un pensiero, ma la sua capacità di generare reazioni emotive immediate, principalmente indignazione o approvazione acritica.

In quel contesto, per far viaggiare un’idea, sei costretto a “doparla” con un titolo acchiappaclick, a ridurla a uno slot di pochi caratteri (downsizing culturale) o a urlarla per sovrastare il rumore di fondo. Questo spazio rifiuta la ridondanza allo stesso modo della superficialità. Se un argomento secondo me richiede 1000 parole per essere sviscerato con onestà intellettuale, ne scriverò 1000. Forzare quel concetto dentro i binari rigidi e isterici di un post social significa accettare di produrre un segnale distorto. E io preferisco il silenzio a un segnale sporco. O come direbbe il mio saggio zio, piuttosto che un bicchiere di vino cattivo, meglio due di quello buono.

L’efficienza reale contro l’ansia da prestazione digitale

I moderni “guru” dell’iper-produttività dei social network predicano la parcellizzazione del tempo e la presenza costante su ogni piattaforma, spacciandola per efficienza. In fisica, sottoporre un materiale a una sollecitazione parossistica e continua porta alla rottura per fatica. I social funzionano allo stesso modo: monetizzano l’ansia da frammentazione dell’attenzione.

La mia è un’idea di rightsizing: ogni riflessione, ogni progetto tecnico, ogni studio richiede una impegno mentale e un tempo fisiologico di elaborazione che non sono negoziabili. Non ha senso produrre tre contenuti al giorno per nutrire l’algoritmo se quei contenuti evaporano dopo ventiquattr’ore. Preferisco scrivere un articolo che richieda venti minuti di lettura attenta, ma che mantenga la sua validità e la sua stabilità strutturale anche tra dieci anni.

L’eccezione (critica) di LinkedIn

L’unica piattaforma di social network su cui mantengo un profilo attivo è LinkedIn. La ragione è puramente pragmatica e legata alla mia identità professionale. L’infrastruttura di base di quel network poggia ancora – sebbene con crescenti derive autoreferenziali che non condivido – sul concetto di competenza, di percorso lavorativo (il CV) e di scambio professionale.

Tuttavia, anche lì applico lo stesso filtro di sbarramento: uso la piattaforma come un mero nodo di smistamento tecnico, un’interfaccia verso l’esterno per segnalare l’esistenza di una competenza, ma mai come il luogo deputato all’elaborazione del pensiero. Il codice sorgente delle mie idee risiede qui, su questo spazio, in forma di puro testo, accessibile a tutti e non manipolabile da un algoritmo di terze parti.

Conclusione: un invito alla decompressione

Questo sito si carica in un nientesimo di secondo perché è privo di script di tracciamento, pop-up invasivi e opulenza multimediale. Non voglio catturare l’attenzione con ganci emotivi, né vendere un mindset vincente, ma allenare alla comprensione ed alla critica.

Il mio non è un arroccamento nostalgico, ma un invito alla decompressione. Credo ancora nella rete come luogo di incontro tra persone, non tra profili commerciali camuffati da umani. Se volete confrontarvi, criticare o argomentare tesi diverse dalle mie, la mia porta è aperta: trovate i miei contatti nella pagina apposita. Ma lo faremo via e-mail. Da umano a umano. Con il tempo che serve.