AVVERTENZA PER L’UTENTE
Tutto è iniziato, come sempre, a causa della domanda innocente di un amico: “Ma tu non ce l’hai una sezione di Q&A sul blog?”. Il mio cervello ha attivato all’istante il classico meccanismo fototropico che subisco di fronte agli stimoli esterni di standardizzazione becera. Il mio primissimo pensiero è stato un secco e categorico: NAAAAAAAA… Le FAQ sono quella roba fuffosa scritta dagli uffici marketing per allinearsi al gregge, profilarti, appiopparti un ebook o convincerti a seguire un webinar sulla crescita personale. Poi è arrivato il secondo pensiero, decisamente più pericoloso: “Beh, però… se la faccio a modo mio…”.
Ed eccoci qui. Questa non è la solita pagina di FAQ scritta da un ufficio marketing per convincere a scaricare un ebook o a iscriversi a un webinar sulla crescita personale. Questa pagina è un distillato di cinismo sistemistico, paranoie da Data Scientist e ostinazione analogica. Se siete arrivati qui cercando risposte in tre punti elenco scritti con venti emoji per paragrafo, o se la vostra soglia di attenzione viene sconfitta da un testo che richiede più di dodici secondi di concentrazione, vi consiglio di cliccare rapidamente sulla “X” in alto a destra. Per tutti gli altri: benvenuti nel bunker. Toglietevi le scarpe, accendete il cervello e affrontate il flusso dei dati.
Il progetto (il perché c’è)
- D: Cos’è Studiolevi?
- R: Un sito web personale, un blog. È online ininterrottamente dal 2002, il che significa che è sopravvissuto indenne alle bolle dot-com, alla nascita e morte dei blog, e all’avvento della dittatura algoritmica dei social. Un miracolo della testardaggine.
- R: Un sito web personale, un blog. È online ininterrottamente dal 2002, il che significa che è sopravvissuto indenne alle bolle dot-com, alla nascita e morte dei blog, e all’avvento della dittatura algoritmica dei social. Un miracolo della testardaggine.
- D: Qual è lo scopo profondo di tutto questo?
- R: Provocare pruriti intellettuali e allenare alla critica. Non è un autogrill del sapere dove fare un “mordi e fuggi”. Se cercate concetti preconfezionati e riassuntini da deglutire in fretta per sembrare intelligenti nei post di LinkedIn, avete decisamente sbagliato indirizzo. Questo spazio esiste per chi vuole fermarsi, usare il cervello e smontare i bulloni del presente.
Filosofia, struttura & resistenza (il perché è così)
- D: Perché questa grafica così spartana? Sei rimasto al millennio scorso?
- R: È una scelta deliberata. Rifiuto categoricamente il web urlato, i pop-up molesti e l’estetica fuffosa del design moderno. C’è solo quello che serve. Se avete bisogno di animazioni tridimensionali per mantenere l’attenzione su un testo, il problema non è la mia grafica: è la vostra soglia di attenzione.
- R: È una scelta deliberata. Rifiuto categoricamente il web urlato, i pop-up molesti e l’estetica fuffosa del design moderno. C’è solo quello che serve. Se avete bisogno di animazioni tridimensionali per mantenere l’attenzione su un testo, il problema non è la mia grafica: è la vostra soglia di attenzione.
- D: Sotto il cofano c’è WordPress, ma la pagina si carica all’istante e non ci sono banner. Quale stregoneria hai usato?
- R: Sì, uso WordPress, ma l’ho addomesticato. L’ho ridotto all’osso eliminando la fuffa, i page builder pesanti e i tracciamenti invasivi che piacciono tanto ai “guru” del web marketing. Il tema TDT-One è personalizzato da me, il codice è pulito e i cookie di profilazione sono banditi. È WordPress usato come motore di pubblicazione puro, non come macchina da clic. Il problema del web moderno non sono mai gli strumenti, ma l’uso distorto che se ne fa.
- R: Sì, uso WordPress, ma l’ho addomesticato. L’ho ridotto all’osso eliminando la fuffa, i page builder pesanti e i tracciamenti invasivi che piacciono tanto ai “guru” del web marketing. Il tema TDT-One è personalizzato da me, il codice è pulito e i cookie di profilazione sono banditi. È WordPress usato come motore di pubblicazione puro, non come macchina da clic. Il problema del web moderno non sono mai gli strumenti, ma l’uso distorto che se ne fa.
- D: Perché indichi il tempo di lettura e usi una barra di avanzamento?
- R: Patti chiari, amicizia lunga. Siccome il vostro tempo è prezioso (e il mio anche), vi mostro subito l’entità dello sforzo cognitivo richiesto prima ancora che iniziate a leggere. Nessun inganno, nessun compromesso: se un argomento richiede spazio per essere sviscerato, qui avrà tutto quello necessario.
- R: Patti chiari, amicizia lunga. Siccome il vostro tempo è prezioso (e il mio anche), vi mostro subito l’entità dello sforzo cognitivo richiesto prima ancora che iniziate a leggere. Nessun inganno, nessun compromesso: se un argomento richiede spazio per essere sviscerato, qui avrà tutto quello necessario.
- D: Perché ostentare questo feticismo per la complessità? Non si può spiegare tutto in modo semplice?
- R: No. La semplificazione forzata è una truffa intellettuale che confonde la chiarezza con la banalizzazione. Se un fenomeno ha N gradi di libertà, ridurlo a uno per farlo stare in un tweet non è divulgazione: è falsificazione. La realtà è intrinsecamente complessa e merita rispetto, non riassunti veloci per analfabeti funzionali.
- R: No. La semplificazione forzata è una truffa intellettuale che confonde la chiarezza con la banalizzazione. Se un fenomeno ha N gradi di libertà, ridurlo a uno per farlo stare in un tweet non è divulgazione: è falsificazione. La realtà è intrinsecamente complessa e merita rispetto, non riassunti veloci per analfabeti funzionali.
- D: Perché questa ossessione per l’isolamento termodinamico del blog?
- R: Perché l’unico modo per non essere comprati è non essere in vendita. Niente sponsor, niente affiliazioni, niente SEO tranne quelli che decido io, niente tracciamento. Se scambi denaro con l’esterno, l’algoritmo diventa il tuo padrone e il lettore diventa il prodotto. Questo spazio è a fondo perduto per scelta etica: pago l’infrastruttura per garantirmi il lusso di scrivere quello che penso e quello che capisco, senza dover compiacere inserzionisti o uffici marketing.
- R: Perché l’unico modo per non essere comprati è non essere in vendita. Niente sponsor, niente affiliazioni, niente SEO tranne quelli che decido io, niente tracciamento. Se scambi denaro con l’esterno, l’algoritmo diventa il tuo padrone e il lettore diventa il prodotto. Questo spazio è a fondo perduto per scelta etica: pago l’infrastruttura per garantirmi il lusso di scrivere quello che penso e quello che capisco, senza dover compiacere inserzionisti o uffici marketing.
- D: Ma insomma, con tutto questo astio per il web moderno, le app commerciali e l’ossessione per l’efficienza… non è che sotto sotto sei solo un nostalgico Neoluddista?
- R: Questa è l’accusa preferita di chi confonde il progresso tecnologico con il consumismo digitale. Un neoluddista rifiuta la tecnologia per paura o ignoranza; io la tecnologia la programmo, la smonto e ci campo. Non sono contro le macchine o il codice: sono contro l’uso stupido e passivo che se ne fa. Automatizzo sistemi complessi e analizzo Big Data per liberare tempo umano reale, non per regalare i miei dati e il mio tempo a un algoritmo proprietario che mi dice cosa pensare. Se rifiutare di farsi lobotomizzare da uno smartphone mi rende un neoluddista, allora passatemi quel martello: ma state certi che prima di spaccare la macchina, vi so spiegare esattamente in quale riga di codice risiede il suo bug.
Il profilo (chi c’è dietro e le sue nevrosi)
- D: Un fisico prestato all’informatica… ma quindi sei un fisico fallito o un informatico abusivo?
- R: In realtà la situazione è ancora più grave: oggi faccio il Data Scientist. Il che significa aver scelto una disciplina che unisce il peggio (o il meglio) dei due mondi. Per i fisici puri sono un traditore che ha venduto l’anima ai grafici aziendali; per gli informatici duri sono quello che “fa i modelli matematici” ma che forse non mastica il ferro. Sia chiaro, però: venendo dall’amministrazione di sistemi, la stampante in rete la so configurare eccome, insieme a tutto il resto della baracca. Passo le giornate a torturare i dati finché non confessano qualcosa di utile, usando la rigidità della fisica per non impazzire nel caos dei database.
- R: In realtà la situazione è ancora più grave: oggi faccio il Data Scientist. Il che significa aver scelto una disciplina che unisce il peggio (o il meglio) dei due mondi. Per i fisici puri sono un traditore che ha venduto l’anima ai grafici aziendali; per gli informatici duri sono quello che “fa i modelli matematici” ma che forse non mastica il ferro. Sia chiaro, però: venendo dall’amministrazione di sistemi, la stampante in rete la so configurare eccome, insieme a tutto il resto della baracca. Passo le giornate a torturare i dati finché non confessano qualcosa di utile, usando la rigidità della fisica per non impazzire nel caos dei database.
- D: Fisica, Informatica, Orologeria, Star Wars, Rugby, Ciclismo… sei un genio poliedrico?
- R: Ma per carità, non scomodiamo i geni veri. Quelli hanno fatto la storia, e quelli a venire la faranno. Tutto il resto – me compreso – è assoluta, banale normalità. La mia è solo la maledizione di una curiosità cronica combinata con un rifiuto categorico della noia. Ogni categoria del blog è un tunnel in cui mi sono infilato per capire come funzionano gli ingranaggi interni del sistema, che siano le ruote dentate di un Timex meccanico, le leggi della termodinamica o le regole di ingaggio di una mischia nel rugby.
- R: Ma per carità, non scomodiamo i geni veri. Quelli hanno fatto la storia, e quelli a venire la faranno. Tutto il resto – me compreso – è assoluta, banale normalità. La mia è solo la maledizione di una curiosità cronica combinata con un rifiuto categorico della noia. Ogni categoria del blog è un tunnel in cui mi sono infilato per capire come funzionano gli ingranaggi interni del sistema, che siano le ruote dentate di un Timex meccanico, le leggi della termodinamica o le regole di ingaggio di una mischia nel rugby.
- D: Ma insomma, sei davvero così tranquillo e pacifico o sei un bastardo cinico dentro?
- R: Entrambe le cose, e nessuna è costruita. C’è una profonda coerenza termodinamica in me. La “tranquillità” serve per sopravvivere: per smontare un orologio meccanico o configurare un server senza lanciare il monitor dalla finestra ci vuole la pazienza di un monaco buddista. La cucina e le pedalate in bici sono i miei ammortizzatori sociali. Il lato “bastardo”, invece, è legittima difesa intellettuale. L’ironia salace diventa l’unico bisturi possibile per tagliare la fuffa del web moderno. Conservo la pazienza per le cose solide e uso il cinismo per polverizzare le idiozie.
- R: Entrambe le cose, e nessuna è costruita. C’è una profonda coerenza termodinamica in me. La “tranquillità” serve per sopravvivere: per smontare un orologio meccanico o configurare un server senza lanciare il monitor dalla finestra ci vuole la pazienza di un monaco buddista. La cucina e le pedalate in bici sono i miei ammortizzatori sociali. Il lato “bastardo”, invece, è legittima difesa intellettuale. L’ironia salace diventa l’unico bisturi possibile per tagliare la fuffa del web moderno. Conservo la pazienza per le cose solide e uso il cinismo per polverizzare le idiozie.
- D: Certe cose richiamano tanto il blog soft-land.org di Davide Bianchi, il sysadmin from hell. Non è che…
- R: …non è che sono un plagiatore seriale? No, calmi tutti. Davide lo seguo da una vita ed è vero, sono stato più e più volte ospite delle sue mitiche “Storie dalla Sala Macchine”. Chi è cresciuto a pane, Unix e cinismo sistemistico non può non avere quel DNA lì. Lo stile di Soft-land ha forgiato un’intera generazione di amministratori di sistema che preferiscono far parlare i log piuttosto che i PowerPoint. Quindi sì, l’influenza c’è ed è un fiero marchio di fabbrica, ma qui l’approccio sistemistico si scontra (e si fonde) con le paranoie matematiche di un Data Scientist. Un’evoluzione della specie, se vogliamo.
- R: …non è che sono un plagiatore seriale? No, calmi tutti. Davide lo seguo da una vita ed è vero, sono stato più e più volte ospite delle sue mitiche “Storie dalla Sala Macchine”. Chi è cresciuto a pane, Unix e cinismo sistemistico non può non avere quel DNA lì. Lo stile di Soft-land ha forgiato un’intera generazione di amministratori di sistema che preferiscono far parlare i log piuttosto che i PowerPoint. Quindi sì, l’influenza c’è ed è un fiero marchio di fabbrica, ma qui l’approccio sistemistico si scontra (e si fonde) con le paranoie matematiche di un Data Scientist. Un’evoluzione della specie, se vogliamo.
- D: Ma tu, di preciso… non hai proprio un c…o da fare? Hai una vita?
- R: Se passassi le mie serate sul divano a fare “binge watching” passivo su Netflix, nessuno si sognerebbe di chiedermi se ho una vita. Sarei un perfetto, integrato ingranaggio della macchina del consumo. Il paradosso del web moderno è che l’accusa di “non avere niente da fare” ti arriva proprio quando decidi di fare qualcosa di attivo: scrivere, studiare, creare, smontare e pubblicare. Quindi sì, ho una vita, ed è terribilmente piena. Solo che preferisco usarla per produrre pensiero autonomo invece di consumare passivamente quello degli altri.
Bersagli mirati (Coach, Manager e altre creature)
- D: Dai tuoi articoli emerge un certo astio. Ma perché odi così tanto i Coach?
- R: Ma io non li odio affatto. Odio l’imposizione della loro “filosofia”. Voglio dire: anche io qui dentro vi propongo la mia, ma la differenza è che se non vi piace cambiate URL, amici come prima. I coach, invece, nel 90% dei casi vi vengono in qualche modo imposti — sul lavoro, dalle risorse umane o da una certa mentalità aziendale asfissiante — con una dottrina calata rigorosamente dall’alto. Semmai, un buon numero di questi coach mi fanno una gran pena. Mi mettono tristezza perché sono personaggi così disperatamente raggomitolati su se stessi, sulle loro metriche di crescita personale farlocche e sui loro mantra motivazionali preconfezionati, che si perdono il bello vero del mondo. Vivono in un loop autoreferenziale dove devono costantemente performare e spiegare agli altri come vivere, senza avere il tempo di capire come funziona un bullone, un dato o una legge fisica. È compassione, non odio. Poi, attenzione: quelli bravi e validi ci sono eccome. E quelli non solo non li odio, ma li seguo e li leggo anche volentieri (si C.G., parlo esattamente di te). Il problema è che sono una specie maledettamente rara, quasi estinta nel mare magnum della fuffa mainstream.
- R: Ma io non li odio affatto. Odio l’imposizione della loro “filosofia”. Voglio dire: anche io qui dentro vi propongo la mia, ma la differenza è che se non vi piace cambiate URL, amici come prima. I coach, invece, nel 90% dei casi vi vengono in qualche modo imposti — sul lavoro, dalle risorse umane o da una certa mentalità aziendale asfissiante — con una dottrina calata rigorosamente dall’alto. Semmai, un buon numero di questi coach mi fanno una gran pena. Mi mettono tristezza perché sono personaggi così disperatamente raggomitolati su se stessi, sulle loro metriche di crescita personale farlocche e sui loro mantra motivazionali preconfezionati, che si perdono il bello vero del mondo. Vivono in un loop autoreferenziale dove devono costantemente performare e spiegare agli altri come vivere, senza avere il tempo di capire come funziona un bullone, un dato o una legge fisica. È compassione, non odio. Poi, attenzione: quelli bravi e validi ci sono eccome. E quelli non solo non li odio, ma li seguo e li leggo anche volentieri (si C.G., parlo esattamente di te). Il problema è che sono una specie maledettamente rara, quasi estinta nel mare magnum della fuffa mainstream.
- D: E i Manager? Ce l’hai anche con loro?
- R: Stessa cosa, mica vero che li odio tutti. Lavoro nelle aziende e conosco il valore di una buona organizzazione (e io sono un privilegiato per aver avuto in media ottimi capi). Ma parlo con cognizione di causa: ho dedicato studi profondi alle dinamiche manageriali e a quella meravigliosa condanna nota come Principio di Peter (ovvero come ogni dipendente tenda a salire nell’organigramma fino a raggiungere il proprio livello di totale incompetenza). Odio profondamente i manager che comandano esclusivamente per il ruolo scritto sul biglietto da visita, e non per capacità reale. Il manager che non capisce un accidente del lavoro tecnico dei suoi uomini ma pretende di imporre scadenze basate sulla fuffa è il difetto della produttività moderna. Se vali per quello che sai e sai fare, hai il mio rispetto; se vali solo per la sedia su cui siedi, hai la mia ironia.
- R: Stessa cosa, mica vero che li odio tutti. Lavoro nelle aziende e conosco il valore di una buona organizzazione (e io sono un privilegiato per aver avuto in media ottimi capi). Ma parlo con cognizione di causa: ho dedicato studi profondi alle dinamiche manageriali e a quella meravigliosa condanna nota come Principio di Peter (ovvero come ogni dipendente tenda a salire nell’organigramma fino a raggiungere il proprio livello di totale incompetenza). Odio profondamente i manager che comandano esclusivamente per il ruolo scritto sul biglietto da visita, e non per capacità reale. Il manager che non capisce un accidente del lavoro tecnico dei suoi uomini ma pretende di imporre scadenze basate sulla fuffa è il difetto della produttività moderna. Se vali per quello che sai e sai fare, hai il mio rispetto; se vali solo per la sedia su cui siedi, hai la mia ironia.
- D: Ma sei ossessionato dal Principio di Peter e dalla Ponydinamica! Perché riduci sempre tutto a questo?
- R: Ridurre? Al contrario, semmai amplio lo sguardo. No, nessuna ossessione: sono solo un osservatore armato di metodo scientifico e condannato a una buona memoria. Il punto non è che io cerchi di infilare queste categorie ovunque; il dramma è che la realtà circostante si ostina a manifestarle con una puntualità imbarazzante. Il Principio di Peter (l’ascesa inevitabile di ognuno fino al proprio livello di incompetenza) e la Ponydinamica (quel movimento frenetico, rumoroso e del tutto improduttivo che simula l’efficienza) non sono mie fissazioni: sono i pilastri invisibili su cui poggiano gran parte delle dinamiche industriali, istituzionali e sociali moderne. E sia chiaro, l’onestà intellettuale impone che nessuno sia immune dal dubbio. Io stesso, mentre osservo i dati e traggo le mie conclusioni, mi domando spesso quanto sia ancora lontano dal mio personale plateau di incompetenza (eh si, perché per quanto io stesso tenda a dimenticarlo o a negarlo a me stesso, sempre un manager sono…) . O peggio, se non ci sia già comodamente seduto sopra senza essermene accorto, convinto di fare analisi brillanti mentre sto solo producendo dell’ottima Ponydinamica. Il sospetto è legittimo. Ma fino a prova contraria (e i dati, purtroppo, non mi smentiscono), dietro a roboanti piani strategici che regolarmente si schiantano contro la realtà, non c’è quasi mai un complotto raffinato. C’è solo l’ordinaria incompetenza accudita dal rumore di fondo. L’ho scritto spesso, i fatti lo confermano e sarò costretto a scriverlo ancora. L’ironia serve solo a rendere la pillola meno amara, ma il fenomeno resta decisivo. Scomodo, ma decisivo.
Contenuti & deviazioni (quali temi tratto)
- D: Di cosa diavolo si parla qui dentro?
- R: Di tutto ciò che accende la curiosità (mia o altrui), senza l’obbligo di dover compiacere un algoritmo per monetizzare una nicchia. Nello specifico delle mie competenze e fissazioni, troverete articoli su:
- Informatica e cose da nerd: Amministrazione di sistemi, sicurezza e smanettamenti vari raccontati senza il marketing dei vendor.
- Scienze e Fisica: Analisi termodinamiche e metrologiche applicate ai paradossi industriali quotidiani (tipo il tramonto del gasolio).
- Orologeria: Dai Timex da battaglia a pezzi “un po’ di più”, per chi ama misurare il tempo con gli ingranaggi reali e non con gli smartwatch.
- Riflessioni sociali: Critiche spassionate sulla produttività tossica, il multitasking e le finte emergenze moderne.
- Fan fiction: Perché un nerd ha pur sempre il sacrosanto diritto di scrivere storie amatoriali su Star Wars per fare decompressione logica, sperando che a Disney stia bene.
- R: Di tutto ciò che accende la curiosità (mia o altrui), senza l’obbligo di dover compiacere un algoritmo per monetizzare una nicchia. Nello specifico delle mie competenze e fissazioni, troverete articoli su:
Interazione (come sopravvivere qui dentro)
- D: Perché i commenti automatici sono disattivati? Hai paura del confronto?
- R: Ho paura dei bot, dello spam, della SEO spazzatura e dei commentatori seriali da tastiera. Credo nella rete come luogo di incontro tra esseri umani, non tra profili commerciali. Se volete criticare, dissentire o integrare, lo si fa “da umano a umano” via e-mail. Rispondo a tutti, purché nel testo ci sia un barlume di senso critico, competenza e buona educazione.
- R: Ho paura dei bot, dello spam, della SEO spazzatura e dei commentatori seriali da tastiera. Credo nella rete come luogo di incontro tra esseri umani, non tra profili commerciali. Se volete criticare, dissentire o integrare, lo si fa “da umano a umano” via e-mail. Rispondo a tutti, purché nel testo ci sia un barlume di senso critico, competenza e buona educazione.
- D: Nel menu leggo “io e i social”, ma non vedo i tasti per condividere. Ti fanno schifo i follower?
- R: I follower sono come i carboidrati nei cibi industriali: danno picchi di energia immediati ma non nutrono. Non cerco i grandi numeri della massa distratta che fa scrolling compulsivo sul water. Se vi piace quello che leggete, copiate il link a mano e speditelo via mail a un amico umano. I tasti “condividi” automatici li lascio a chi ha un disperato bisogno di conferme istantanee.
- R: I follower sono come i carboidrati nei cibi industriali: danno picchi di energia immediati ma non nutrono. Non cerco i grandi numeri della massa distratta che fa scrolling compulsivo sul water. Se vi piace quello che leggete, copiate il link a mano e speditelo via mail a un amico umano. I tasti “condividi” automatici li lascio a chi ha un disperato bisogno di conferme istantanee.
- D: Posso copiare quello che scrivi?
- R: Sì, quasi tutto è rilasciato sotto licenza Creative Commons (CC BY-NC-SA 4.0). Condividi pure, cita la fonte, non farci soldi e mantieni la stessa licenza. Unica eccezione: le fan fiction su Star Wars, quelle lasciamole fuori che gli avvocati di George Lucas sono notoriamente più cattivi dei miei.