Siamo quasi arrivati alla conclusione. Qui la meccanica si ferma e inizia il ricordo. Questi orologi non hanno un valore di mercato che possa descriverli, perché portano addosso i segni del tempo vissuto da chi mi ha preceduto o da chi ha coltivato la mia natura. Sono pezzi intoccabili, dove ogni graffio è un capitolo di storia famigliare.

Egona (1946)

Cercate un orologio d’altri tempi, con una “secondina” ad ore sei e col calore tipico dell’orologeria del dopoguerra. È l’orologio della cresima di mio papà. Immaginate un ragazzo in un’Italia che cercava di rialzarsi, che riceve un oggetto capace di scandire non solo le ore, ma la speranza di un futuro nuovo.

Longines 30L cassa oro (1956)

Appartenuto a mio nonno, che se lo regalò assieme a quello qui sotto. Il calibro 30L è una leggenda della precisione meccanica svizzera. Qui l’oro non serve a ostentare; serve a custodire una dignità antica. Cercate le sue linee pulite e immaginate la mano che lo ha caricato ogni mattina, con lo stesso rigore, per una vita intera.

Omega Seamaster (1956)

Il regalo per il diploma di geometra di mio papà. Un Omega di quell’epoca ha una grazia che il design moderno ha smarrito. Andate a vedere la forma delle anse e immaginate l’orgoglio di un giovane che entra nel mondo della professione con questo compagno al polso, simbolo di un traguardo raggiunto con lo studio. Questo Omega con il Longines precedente per ovvii motivi andranno sempre a braccetto: no way.

Eterna Sonic (1976)

Cassa quadrata, il cuore che vibra grazie a un diapason. Questo era l’orologio di mio papà negli anni ’70 a rappresentare la modernità dell’uomo colto e curioso che era. Cercate questa forma insolita, quasi architettonica: rappresenta un’epoca che guardava alla tecnologia con un’energia diversa, vibrante e coraggiosa.

Baume & Mercier 6103 (1994)

L’orologio del venticinquesimo anniversario di matrimonio dei miei genitori. È la celebrazione di un legame duraturo. Cercate la sua sobria eleganza: in quel cronografo non ci sono solo i materiali che lo compongono, ma venticinque anni di vita condivisa, di fatiche e di gioie vissute insieme.

TAG Heuer Serie 2000 Automatico (1993)

Questo pezzo merita uno spazio più abbondante, perché segna la mia svolta verso la vita adulta, ma in un senso molto più profondo di quanto possa apparire.

Era il 1993, fu il regalo dei miei genitori per il mio 22esimo compleanno. Era un pezzo che avevo individuato e scelto io stesso con estrema convinzione. Arrivò proprio quando ebbi la conferma definitiva che la facoltà di Fisica fosse davvero la mia strada. Avevo appena superato i due scogli che, per l’80% degli studenti, rappresentano il capolinea del viaggio.

Quella conferma era vitale per me, ma lo era, se possibile, ancor più per loro. Solo in quel momento compresi quanto mi avessero trattato in modo profondamente adulto. Sebbene mi avessero sempre supportato e incoraggiato, scoprii proprio lì che erano stati anche intimamente preoccupati per quella mia scelta così non convenzionale e per le insidie di una facoltà tanto difficile.

Eppure, avevano protetto i loro timori nel silenzio, lasciandomi lo spazio necessario per crescere, per sbagliare e per imparare l’arte difficile di affrontare le frustrazioni e la pressione.

Vedendo il mio percorso, quel regalo divenne il momento in cui i loro dubbi si sciolsero definitivamente. Non lo lego quindi a un semplice successo accademico, ma all’istante in cui la mia curiosità innata — trasmessa da mio papà e coltivata dall’intelligenza emotiva e dalla saggezza pacata da maestra d’altri tempi di mia mamma — ricevette la conferma silenziosa di aver trovato, finalmente, il suo habitat.

In questo orologio ancora oggi vedo la luce di una fiducia incondizionata che mi ha lasciato libero di scegliere, sperimentare, cadere e rialzarmi. Cercate la ghiera caratteristica di questo TAG: per me rappresenta la solidità di quella consapevolezza finalmente condivisa.

L’oltre dopo la conclusione: gli “estranei” al polso

Ecco, ora sarei disonesto se vi dicessi che la mia rotazione finisce con le categorie che vi ho descritto. Esiste un piccolo limbo di pezzi che non considero “collezione” in senso stretto, ma che alterno al mio polso con estrema naturalezza.

Un esempio? Un “certo” Tissot T-Touch.

Non è l’unico della lista, ma rappresenta bene questa categoria di “intrusi”: orologi che rompono gli schemi, che magari non rispondono ai criteri di studio o di affetto storico, ma che hanno una loro dignità d’uso e una loro intelligenza funzionale.

Li indosso senza il minimo problema, perché il collezionismo non deve mai diventare una prigione di regole. C’è un tempo per lo studio, un tempo per il cuore e un tempo per il piacere immediato di una tecnologia tattile o di un design che semplicemente funziona.

Conclusione, stavolta quella vera

La mia collezione finisce qui. Non con un pezzo da investimento — anzi, a ben guardare, nessuno dei pezzi che ho in collezione lo è — ma arriva alla sua conclusione con un orologio che mi ricorda il momento in cui ho preso la consapevolezza di avere scelto un cammino davvero adatto alla mia indole.

Ho scelto di non darvi immagini perché voglio che vi sporchiate le mani con la ricerca, obbligandovi a guardare oltre la superficie del metallo. Vi chiedo di compiere un gesto attivo, perché un orologio non è solo un oggetto che segna il tempo; è uno strumento capace di viaggiare attraverso le generazioni portando con sé l’essenza di chi siamo e di chi siamo stati.

Sostengo da sempre che la vera conoscenza non possa prescindere dalla fatica, ma da quella “bella”, capace di nutrire lo spirito. Non mi limito a dirlo: e’ un concetto che pratico quotidianamente, partendo da me stesso, perché diversamente non sarei onesto con la mia stessa curiosità, con chi me l’ha trasmessa e con chi l’ha sapientemente (e pazientemente) coltivata. Vi ho consegnato i nomi e le storie, ma il piacere di scoprirli (o di criticarli) spetta a voi. Perché la consapevolezza di sé — alimentata dalla passione e sostenuta dalle proprie radici — è l’unico vero lusso che valga la pena collezionare.

E aggiungo: è possibile, anzi è assolutamente desiderabile, che molti di voi non apprezzino una parte di questi pezzi, o magari nessuno di essi. E per fortuna! Il mondo sarebbe terribilmente piatto, quasi preoccupante, se avessimo tutti gli stessi gusti. La bellezza di questa passione non sta nel consenso, ma nel senso che ogni oggetto ha per chi lo indossa.