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Un articolo, quello sul “volere è potere” che cercava semplicemente di circoscrivere un concetto e fare un po’ di sana chiarezza ha finito per generare ancora più confusione. Intendiamoci, un pochino questo putiferio l’ho anche provocato e, se devo essere del tutto onesto, mi sono pure divertito un mondo. Ricordate quando nelle FAQ di questo blog mi sono definito, talvolta, un “cinico bastardo”? Ecco, questo è l’esempio da manuale. Le reazioni che sono arrivate sono state acide, impregnate di quell’orgoglio ferito tipico di chi vede minacciato il proprio castello di carte. Ma il bello di tutta questa storia è che chi doveva caderci ci è caduto con tutte le scarpe. Quindi, visto che vi piace tanto la complessità e visto che le risposte precedenti non vi sono bastate, ecco il capitolo due degli sberloni: a due a due, finché non diventano dispari.

Quando tocchi i santuari dell’ottimismo a comando e metti a nudo i meccanismi di comodo del whitewashing aziendale, la reazione del sistema è automatica. Ma la vera sorpresa non è stata la rabbia in sé, quanto la totale incapacità, da parte dell’armata dei professionisti del potenziale, di uscire dai propri binari retorici. Le reazioni che si sono concentrate nei commenti non sono semplici opinioni: sono sintomi. Sono la dimostrazione plastica di come una certa narrazione abbia anestetizzato la capacità di analisi, sostituendo il rigore logico con frasi fatte da baci perugina aziendali. Invece di rispondere nel merito dei limiti biologici — o dello struzzo che, nonostante il visore per la realtà virtuale, continua a non volare a meno di non posizionargli un missile nel cu…rriculum — molti si sono lanciati nei classici riflessi pavloviani del mestiere.

Vale la pena isolare queste risposte e analizzarle pubblicamente. Non per sterile polemica personale, ma perché il modo in cui questa paranza si difende rivela esattamente la labilità delle sue fondamenta.

La trappola della “Comfort Zone” e il paradosso del fastidio

L’obiezione più ricorrente, mossa con quel tipico tono a metà tra il paternalistico e il passivo-aggressivo, è stata la formulazione di un grande classico: “Questo pezzo sprizza frustrazione da tutti i pori. Ti auguro di usare meno cinismo, di uscire presto dalla tua comfort zone e di trovare finalmente la tua strada”.

È l’arma fine a se stessa del judo psicologico da spogliatoio. Se critichi il sistema, secondo la loro logica, il problema non è nel sistema, ma nelle tue nevrosi irrisolte. Se evidenzi un limite oggettivo della realtà, significa che hai un “blocco emotivo”. È un modo comodissimo per capovolgere la realtà ed evitare il confronto.

Vedete, il problema fondamentale di formule preconfezionate come questa è che presuppongono che tutti abbiano la stessa identica idea di comfort. Chiunque applichi il metodo scientifico alla propria vita e al proprio lavoro sa perfettamente che la ricerca della verità richiede, per definizione, di andare a cercare l’anomalia, il fastidio, il dato empirico che distrugge la teoria più comoda. Di conseguenza, la mia comfort zone è esattamente il fastidio. Compreso, sia chiaro, quello che reco a chi vive di certezze commerciali scoperchiando queste banalità.

Per inciso: avete mai provato a studiare la fisica? Vi assicuro che non ha nulla di confortevole. Ti costringe a sbattere la testa contro limiti oggettivi, equazioni complesse e leggi universali che si rifiutano categoricamente di piegarsi ai tuoi desideri o alle visualizzazioni mattutine. Eppure, è maledettamente interessante e spudoratamente divertente. Quindi, per rispondere alla solita premura sul mio orientamento esistenziale: no, grazie. La mia strada è esattamente questa. E prevede di camminare con i piedi ben piantati per terra, non sulle nuvole dei PowerPoint.

Il disperato tentativo di arruolamento e l’illusione del dubbio

La seconda tipologia di reazione è decisamente più viscida. È il tentativo di fagocitare la critica attraverso il finto buonismo dell’inclusione: “Ma in fondo stiamo dicendo la stessa cosa! Hai descritto esattamente il mindset di crescita. Abbiamo solo due linguaggi diversi per esprimere lo stesso concetto”.

Questo è il tipico abbraccio mortale di chi, accorgendosi che il muro logico è troppo alto da scalare, prova a smussare gli angoli per non perdere autorevolezza davanti al proprio pubblico. È il tentativo di far passare un’opposizione frontale come una semplice incomprensione semantica.

Anche in questo caso, è necessario ristabilire le distanze. Non stiamo parlando due linguaggi diversi; stiamo applicando due logiche radicalmente opposte. La differenza fondamentale, quella insanabile, risiede nel fatto che io il dubbio lo vivo sulla mia pelle ogni singolo giorno, mentre voi (nel senso: chi solleva questa critica) vi limitate a raccontarlo nelle vostre slide a pagamento. Mettere in discussione se stessi e le proprie teorie attraverso l’impatto con la realtà materiale non è una tecnica di marketing strategico per vendere il prossimo prodotto o per accaparrarsi il prossimo contratto di consulenza. È una condizione intellettuale faticosa, spesso dolorosa, che non si concilia in alcun modo con le vostre risposte preordinate e con le vostre ricette pronte all’uso.

Il finto intellettualismo e la fisica dei sistemi non lineari

Infine, non poteva mancare la difesa tecnocratica di chi ha provato ad arrampicarsi su specchi accademici, usando parolone difficili per darsi un tono di autorevolezza scientifica: “La fisica studia la materia inanimata e i sistemi rigidi. Le persone e le aziende sono sistemi complessi non lineari, la comfort zone è uno stato emotivo. Il tuo è solo riduzionismo”.

Qui il castello di carte crolla sotto il peso dell’ignoranza tecnica. Chi formula un’obiezione del genere dimostra chiaramente di sapere a malapena cosa sia la fisica. Se avesse aperto anche solo un testo universitario di termodinamica o di meccanica statistica, saprebbe perfettamente che i sistemi lineari in natura sono in media un’eccezione, un modello semplificato da laboratorio, non la regola.

La fisica studia la complessità, il caos, l’entropia e le relazioni non lineari da ben prima che i guru del potenziale inventassero la parola mindset per giustificare la labilità e l’inconsistenza dei propri risultati commerciali. Utilizzare termini come “riduzionismo” o “complessità” come supercazzole per coprire la totale mancanza di basi metodologiche è un trucco vecchio, che funziona nelle aule di formazione aziendale svuotate di senso, ma che si azzera all’istante quando incontra il rigore dell’analisi.

Il cerchio dell’illusione si chiude quando la malafede lascia il posto al delirio: quando un professionista interamente votato ai KPI, raggomitolato sulle proprie metriche di vendita, si convince sinceramente e in totale buona fede di stare salvando il mondo a colpi di slogan, allora siamo davvero a posto. Lì la realtà viene definitivamente espulsa, prestandosi perfettamente al whitewashing aziendale di chi scarica sui dipendenti l’obbligo di essere “resilienti” per non cambiare modelli organizzativi profondamente tossici.

Conclusione: un tributo inatteso

Eppure, a ben pensarci, voglio concludere questo filone di riflessioni con un messaggio positivo. Perché se solleviamo lo sguardo dalla fuffa metodologica e guardiamo ai fatti nudi e crudi, c’è un dato che merita di essere sottolineato (capito? Un dato, evidente e misurabile, concreto).

Anche questi coach, perfino quelli rimasti intrappolati nei loro stessi KPI o nell’ossessione per lo switch mentale, hanno fatto qualcosa di straordinario: hanno superato il mio sbarramento. Hanno interrotto la loro navigazione quotidiana, hanno letto l’articolo, hanno elaborato un pensiero e si sono presi del tempo prezioso della loro vita per rispondermi e mettersi in discussione, a modo loro.

Quindi, quando è giusto è giusto: bravi e grazie. Mi avete regalato un tributo tanto inatteso quanto sinceramente gradito. E badate bene, questa non è ironia, ma una considerazione seria, analitica. Il fatto che un pezzo basato sulla dura realtà materiale e sul metodo scientifico sia riuscito a penetrare le barriere del marketing motivazionale, spingendo chi vive di certezze a fermarsi per ingaggiare un confronto, dimostra che la curiosità intellettuale è dura a morire. Allora, forse, una speranza c’è ancora. E si trova esattamente lì, nello spazio in cui decidiamo di smettere di ignorare la realtà e iniziamo, finalmente, a parlarne.