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Eh no, cari automobilisti. E no, caro governo. Mi spiace, ma questo ennesimo provvedimento di alleggerimento, condono mascherato o rimodulazione al ribasso del bollo auto proprio non lo condivido. Anzi, diciamolo chiaramente e senza troppi giri di parole: mi ha profondamente indignato. Siamo di fronte al solito festival del populismo fiscale che coccola l’elettore al volante, ignorando le regole più basilari dell’economia pubblica, della giustizia sociale e del buon senso infrastrutturale. È l’ora di finirla con i continui piagnistei da “fastidi grassi”, con le lamentele di chi possiede beni di lusso o superflui e pretende che i costi collettivi del proprio stile di vita vengano spalmati sull’intera comunità. Ci sono ben altri problemi in questo Paese, eppure la priorità sembra sempre quella di stendere tappeti rossi a chi vuole viaggiare comodo, potente e pesante. A spese degli altri.

Sia chiaro, a scanso di equivoci e per disinnescare subito i soliti leoni da tastiera: chi vi scrive non parla da una torre d’avorio né da una comune eco-chic senza patente. In famiglia abbiamo due auto (che abbiamo già abbondantemente raccontato) e non mi faccio il minimo problema a pagare il bollo. So perfettamente cosa significhi mantenere un veicolo, ma so anche che vivere in una società civile comporta dei doveri proporzionati ai propri consumi.

E a dire il vero, a guardare da vicino il provvedimento, ci sono anche alcune cose che trovo giuste, ed è corretto riconoscerle per onestà intellettuale. Ad esempio, il principio per cui se possiedi più di una vettura, solo una – e nello specifico la meno potente – ha diritto all’esenzione. Questo è un ottimo paletto, un argine al paradosso di vedere ricchi collezionisti o famiglie con flotte di veicoli privati esentati in blocco. Così come trovo molto positiva l’introduzione di una soglia di potenza per circoscrivere i benefici: un conto è aiutare la motorizzazione di base, un conto è fare regali a chi viaggia su cilindrate da pista.

Tuttavia, l’impianto generale solleva il solito, gigantesco nodo concettuale: la natura stessa di questa imposta. Tassa di possesso o tassa di circolazione? Se ne può discutere, per carità. Il dibattito teorico è legittimo: è più corretto tassare la proprietà di un bene potenzialmente inquinante o il suo effettivo utilizzo sulle strade? Una quadra economica su questo punto si potrebbe anche trovare, bilanciando le due componenti. Ma c’è un enorme “ma” legato alla realtà empirica del nostro Paese.

Siamo in Italia: quanti si inventerebbero l’auto “soprammobile” pur di non pagare la tassa di circolazione? Quanti furbetti giurerebbero, con tanto di autocertificazione, che il loro SUV da tre tonnellate resta perennemente chiuso in garage come cimelio da collezione, salvo poi tirarlo fuori nei weekend o per circolare nell’illegalità, pur di aggirare il fisco? Trasformare il bollo in una pura tassa di circolazione senza controlli draconiani significherebbe spalancare le porte all’ennesima prateria di evasione di massa, dove a pagare resterebbero solo i soliti noti. Non è fantasia: guardate le dinamiche delle auto storiche.

Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma oggi la tecnologia c’è! Possiamo usare i rilevatori GPS, le scatole nere delle assicurazioni, i passaggi sotto i varchi ZTL e i tutor autostradali per calcolare al millimetro i chilometri percorsi e far pagare ogni auto esclusivamente sulla base del suo reale utilizzo”. Certo, da un punto di vista puramente ingegneristico, l’infrastruttura tecnologica per tracciare la circolazione in tempo reale esiste ed è già matura. Ma sia badi bene: non è tecnologia gratuita.

Mettere in piedi, digitalizzare e mantenere un apparato burocratico e sistemistico di questa portata ha costi di gestione titanici. Per far funzionare un meccanismo del genere – tra server, manutenzione delle reti di rilevamento, gestione delle controversie e tutela della privacy – anche lì servirebbe comunque un balzello fisso per mantenere questo concetto. Alla fine della fiera, per coprire le spese vive di una tecnologia così complessa, lo Stato dovrebbe comunque imporre una quota fissa a tutti i proprietari di veicoli, ritornando di fatto alla casella di partenza. Dunque, tanto vale mantenere una chiara e inequivocabile tassa di possesso, che non lascia spazio alle furbizie italiche dell’auto-soprammobile e non richiede costosi apparati di sorveglianza di massa per essere riscossa.

Mettiamo quindi in fila i pilastri fondamentali della questione.

Primo punto: una questione di pura logica di mercato e di equità. Vuoi usare un’auto? Ti servono le strade. Ti servono le segnaletiche orizzontali e verticali, i semafori, i guardrail, la manutenzione dei viadotti, i sistemi di drenaggio dell’acqua piovana, l’illuminazione pubblica degli svincoli. E chi dovrebbe pagare tutto questo enorme, mastodontico apparato infrastrutturale? Il cittadino che non ha l’auto? Il pedone? Chi sceglie di muoversi esclusivamente a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici, magari subendo anche le esternalità negative del traffico altrui sotto forma di smog e rumore?

L’idea che la fiscalità generale debba farsi interamente carico della creazione e del mantenimento di una rete stradale a uso e consumo di chi decide di privatizzare lo spazio pubblico con un mezzo proprio è un’aberrazione concettuale. Il bollo auto non è un “pizzo” di Stato, come ama ripetere una certa propaganda demagogica; è, o almeno dovrebbe essere, una tariffa di utilizzo, un contributo dovuto per l’ammortamento e la gestione di un bene comune essenziale che viene consumato. Chi usa, paga. È un principio elementare. Pretendere il contrario significa chiedere a chi non possiede un veicolo di sovvenzionare il mezzo privato altrui. Un Robin Hood al contrario che non ha alcuna giustificazione etica.

Secondo punto: la deriva ipertrofica della potenza e delle prestazioni. Per andare da un punto A a un punto B, parliamoci chiaro, non hai minimamente bisogno di millemila cavalli. Non serve la potenza di un reattore nucleare per trasportare una persona al posto di lavoro o al supermercato. Una volta che il motore ha un numero di cavalli sufficiente per spostare in sicurezza la massa del veicolo e garantire una mobilità fluida, tutto ciò che viene aggiunto oltre quella soglia non è necessità: è superfluo, è esibizionismo, è status symbol. E il superfluo si paga. Punto.

Se decidi di acquistare un SUV monumentale o una coupé sportiva che sprigiona una potenza erculea solo per il gusto di schiacciare il pedale o per gratificare il tuo ego, devi essere pronto a pagare le conseguenze fiscali di quella scelta. La potenza extra non è un diritto costituzionale da tutelare con sconti e agevolazioni; è un lusso e, in quanto tale, va tassato in modo progressivo e severo. Il fisco ha il dovere di disincentivare l’ipertrofia motoristica, non di legittimarla o alleggerirne il peso.

Ma c’è un elemento ancora più grave e sistematicamente ignorato dal dibattito politico nostrano, ed è il fattore peso. Ho già sollevato più volte questo argomento in passato, ma è necessario ribadirlo con forza: aumentando sempre di più le masse delle auto in circolazione – una tendenza drammatica alimentata sia dalla moda dei SUV sia dal peso intrinseco delle batterie dei veicoli elettrici di grandi dimensioni – tanto più usuriamo, danneggiamo e distruggiamo le nostre infrastrutture. L’usura dell’asfalto e delle strutture stradali non cresce in modo lineare con il peso, ma segue una progressione geometrica esponenziale. Un veicolo che pesa due tonnellate e mezzo non rovina il manto stradale il doppio di una vettura di una tonnellata, ma molte volte di più.

Per questo motivo, la struttura attuale del bollo auto è superata e profondamente ingiusta. Sarei da subito favorevole a una riforma radicale: una tassa automobilistica che non tenga conto esclusivamente della potenza espressa in chilowatt, ma che inserisca nel calcolo una forte componente legata alla massa complessiva del veicolo. Chi decide di circolare con un transatlantico su quattro ruote, devastando l’asfalto e occupando il doppio dello spazio fisico nelle nostre città congestionate, deve pagare una quota di usura infrastrutturale proporzionata al danno reale che arreca alla collettività.

Rivolgiamoci allora direttamente al cittadino benestante, a quel “cittadino ricco” che popola i salotti del vittimismo fiscale. Vuoi una bella sportiva? La vuoi potente, veloce, aggressiva, dal design ricercato? Sei liberissimo di acquistarla, nessuno te lo vieta in un mercato libero. Sei disposto a pagarla cifre astronomiche dal concessionario e a mantenerla a suon di pieni di benzina, polizze assicurative faraoniche e costosi tagliandi di manutenzione? Benissimo. Ma allora, di cosa ti lamenti? Se hai le risorse per coprire questi costi privati, devi avere anche l’onestà intellettuale e la capacità economica di pagare la tua quota di consumo stradale. Piaccia o no, quell’auto consuma il suolo pubblico in modo differente, richiede standard di sicurezza stradale elevati e genera esternalità che devono rientrare nella spesa pubblica. Quella quota fa parte del gioco. Il piagnisteo di chi spende centomila euro per un’auto e poi si dispera per qualche centinaio di euro di bollo è semplicemente patetico.

Siamo di fronte a una totale inversione delle priorità sociali. In un momento storico in cui i bilanci pubblici sono stressati, la sanità arranca, i trasporti collettivi sono spesso inefficienti e le fasce più deboli della popolazione faticano a pagare le bollette, assistere a un governo che si danna l’anima per alleggerire la pressione fiscale sui proprietari di autoveicoli è un insulto alla miseria. Mi sono letteralmente rotto le scatole di questi continui piagnistei da fastidi grassi. Stiamo parlando di problemi microscopici di una minoranza privilegiata o viziosa, spacciati per grandi battaglie di libertà fiscale.

Facciamo un’importante ed essenziale distinzione per evitare facili strumentalizzazioni: concordo pienamente sul fatto che vadano previste tutele, esenzioni e forti agevolazioni per chi usa il mezzo di trasporto per lavorare. Il tassista, l’autotrasportatore, l’agente di commercio, l’artigiano che ha bisogno del furgone per trasportare i propri attrezzi, il pendolare che non ha alternative ferroviarie per raggiungere la fabbrica o l’ufficio. In questi casi l’auto è uno strumento di produzione, un prolungamento del diritto al lavoro, e lo Stato ha il dovere di non soffocare queste attività con balzelli sproporzionati.

Ma tutto il resto – la stragrande maggioranza del parco auto privato superfluo, i veicoli da weekend, le seconde e terze auto di famiglia utilizzate per pura comodità pigra, i veicoli ad alte prestazioni – tutto questo non è necessità. È un vizio. È una scelta di comfort personale, un lusso accessorio. E come ogni vizio, lo paghi. Vuoi il vizio dell’auto potente e pesante sempre sotto casa? Ti assumi l’onere economico dei costi collaterali che imponi alla società.

Tirando le fila ed esercitando la dovuta onestà intellettuale, la conclusione è netta: questo provvedimento continua a non piacermi dal punto di vista concettuale. Resta un’operazione figlia di una logica politica che fatica a slegarsi dal consenso facile di chi si sposta in auto. Tuttavia, è doveroso ammettere e riconoscere che, all’interno del suo perimetro applicativo, il testo non è stato affatto pensato male. L’introduzione di tetti di potenza stringenti e il blocco delle esenzioni a pioggia per chi possiede intere flotte familiari dimostrano che, per una volta, si è provato a inserire un briciolo di equità e di criterio selettivo. Resta l’amaro in bocca per l’ennesima occasione persa di ridisegnare la tassa sui reali parametri del peso e del danno infrastrutturale, ma almeno questa volta si è evitato il far west dei regali indiscriminati ai super-ricchi. Un piccolo passo di buonsenso in un impianto che, concettualmente, comunque continuo a respingere. Fine della storia.