Dovrebbe essere ormai chiaro a chi mi legge d’abitudine perché io parli così spesso di Brianza. Non è un mistero, infatti, che la Brianza sia parte profonda della mia origine. Chi segue le mie fatiche letterarie sa anche che ho già ampiamente fatto ricorso a queste radici nel mio libro “Toh, che strano”. Ora, sento già i fisici più ortodossi e i lettori più accademici mormorare: «Ma come? E che ci azzecca un saggio di fisica con la Brianza?».
Beh, cari miei, chi ha letto — o leggerà — il libro, alla fine capisce il nesso profondo. La fisica studia le leggi fondamentali dell’universo, la stabilità dei corpi, le forze invisibili che muovono la materia e l’efficienza termodinamica dei sistemi energetici. L’informatica cerca l’ottimizzazione pura dei processi eliminando i passaggi ridondanti. La data science isola il segnale pulito dal rumore di fondo. Il management, infine, dovrebbe essere l’arte di far accadere le cose senza perdersi in riunioni inutili. Mettete insieme tutte queste anime, shakeratele bene e avrete la descrizione scientifica e professionale di un brianzolo doc.
Perché l’essere brianzolo non è un dato geografico: è uno stato dell’anima, una postura geometrica di fronte alla vita. Ecco perché abbiamo deciso di dedicargli questo manifesto sul blog di Studiolevi. Mettetevi comodi (ma non troppo, che star fermi consuma tempo utile) e buttiamoci nei misteri di questa meravigliosa filosofia del fare.
Alt! Fermi tutti. Prima che i soliti soloni della tastiera mi accusino di incoerenza, apriamo una doverosa parentesi scientifico-esistenziale. Quando scrivo che “star fermi consuma tempo utile”, non sto assolutamente smentendo la mia viscerale e pubblica battaglia contro la fretta, la frenesia e la follia performativa dei nostri tempi. Non confondiamo la lana con la seta, per cortesia. C’è una differenza abissale, quasi quantistica, tra l’essere perennemente in movimento e l’essere perennemente isterici.
Il brianzolo, in questo, è il custode segreto di un paradosso millenario che persino gli antichi romani avevano codificato: il celeberrimo detto “Festina lente”, ovvero affrettati lentamente.
Significa muoversi senza sosta ma con un baricentro interiore incrollabile. Significa ripudiare la stasi sterile — l’ozio vuoto di chi guarda il soffitto lamentandosi della noia — senza per questo scivolare nella trappola del “moto marrone”.
E qui, da fisico prestato al management, lasciatemi fare un piccolo distinguo accademico a margine prima che la vostra mente prenda derive cromatiche bizzarre. No, giuro che non era assolutamente quella l’intenzione iniziale! Non sto parlando di questioni escatologiche né corporali, anche se — ammettiamolo con onestà — in un mondo diventato così folle, isterico e privo di bussola, arrivare a QUEL tipo di marrone lì è veramente un attimo.
Il “moto marrone” di cui parlo è, molto più scientificamente, la mia personale declinazione ironica del celebre moto browniano della fisica (dall’inglese brown, appunto): quel movimento caotico, disordinato e totalmente casuale delle particelle sospese in un fluido, che rimbalzano ovunque perennemente senza una direzione e, soprattutto, senza compiere alcun lavoro utile.
Il Milanese Imbruttito vive costantemente in questo stato: si agita tantissimo, corre da una call all’altra, produce slide colorate, fa un sacco di rumore di fondo, ma a fine giornata l’energia cinetica prodotta è pari a zero bulloni stretti. È la pura illusione del fare. Il brianzolo, al contrario, applica la dinamica lineare: ogni movimento è un vettore preciso con una forza, una direzione e un obiettivo. Non c’è spazio per la fretta disordinata, perché la fretta è solo il vizio di chi non ha saputo pianificare. C’è, invece, il culto di un’azione costante, un ritmo continuo ma calibrato rigorosamente sulla misura dell’uomo. Meno attrito, massima resa. Capito il distinguo? Bene, allora adesso che abbiamo i parametri cartesiani ben saldi e abbiamo ripulito il campo da equivoci cromatici, possiamo rimetterci in marcia e andare a conoscere da vicino il nostro ecosistema.
Diciamoci la verità: se pensate alla Brianza e la prima cosa che vi viene in mente è il Marco Ranzani da Cantù che urla “OOOKAY!” dal finestrino di un SUV placcato oro, siete completamente fuori strada. Quella non è Brianza; quella è una patologia da esibizionismo che un vero brianzolo liquiderebbe con un’alzata di spalle e un silenzioso, devastante giudizio di condanna. L’essere brianzoli non è una questione di coordinate geografiche, né un dato scritto sulla carta d’identità. È, prima di tutto, uno stato dell’anima. Una postura mentale ed esistenziale che rifiuta categoricamente i ritmi isterici e iperconnessi della moderna civiltà urbana. Chi associa questa terra alla fretta metropolitana commette un errore grossolano. Il brianzolo non corre per inseguire scadenze virtuali, trend passeggeri o improponibili aperitivi milanesi a base di finger food e chiacchiere vuote. Il suo è un movimento costante, calibrato, estremamente concreto, che risponde a una misura squisitamente umana. Anzi, lasciando da parte la diplomazia: se in questa misura ci sono pochi umani intorno, è pure meglio.
Qui scatta inevitabile il paragone con la vicina metropoli, anzi, con il suo archetipo antropologico più celebre: il Milanese Imbruttito. Se l’Imbruttito vive in apnea, schiavo della Call, del Fatturato e di un’ansia da prestazione sociale che lo costringe a correre anche quando va a fare la spesa, il brianzolo lo osserva con un misto di compassione e sottile divertimento. Per l’Imbruttito il tempo è denaro da sperperare in apparenza; per il brianzolo il tempo è una risorsa sacra da investire in sostanza. Mentre il primo si esaurisce dietro a KPI astratti ed eventi di networking per dare del tu a sconosciuti scambiandosi biglietti da visita, il secondo preferisce il silenzio del proprio perimetro. Se il milanese deve “performare” per esistere, al brianzolo basta fare. Bene, con calma e una volta sola.
Questa straordinaria antropologia del territorio è stata magistralmente decodificata da Corrado Dugo, in arte Konrad il Brianzolo, che attraverso i suoi video e il libro “Dieci comandamenti per una vita da brianzolo” ha svelato al mondo un ecosistema fatto di pragmatismo, indipendenza e un profondo, quasi sacro, senso del limite. Il manifesto filosofico di Konrad si riassume nel celeberrimo hashtag #fanaiman. Ma attenzione a non ricascare nei cliché del capitalismo selvaggio: far andare le mani non significa produrre in modo compulsivo e alienante per arricchire qualcun altro. Al contrario, è una forma di altissima igiene mentale. Il lavoro e l’impegno quotidiano sono il baricentro dell’individuo, il modo più sano per rimanere ancorati alla realtà e tenere lontane le nevrosi.
Quando il cemento incontra la fuffa: il Brianzolo all’esame del Coach
Per capire l’abisso incolmabile che separa la concretezza brianzola dalle supercazzole della modernità corporativa, facciamo un piccolo esperimento mentale. Immaginiamo un brianzolo vero — che per dovere patronale, anagrafico e dinastico non può che chiamarsi Egidio, sessantuno anni, titolare di una ditta di carpenteria leggera, mani che sembrano fatte di corteccia di castagno e una camicia a quadri che ha visto almeno tre riforme delle pensioni e 4 papi — catapultato suo malgrado in un’aula di formazione milanese. Tipo quelle con le pareti di vetro, i pouf colorati al posto delle sedie e una lavagna a fogli mobili piena di frecce tese verso l’alto.
Al centro dell’aula si muove un “Mental Coach della Resilienza e del Change Management”. Un tipo con la barba curatissima, la giacca sfoderata sopra la t-shirt bianca e le sneakers di tendenza. Il Coach batte le mani con entusiasmo e lancia la prima provocazione della giornata: «Ragazzi, oggi parleremo di uscire dalla propria Comfort Zone! Dobbiamo abbracciare il fallimento come leva di Pivot Strategico. Chi di voi si sente pronto a disruptive-izzare il proprio Mindset?»
Egidio è seduto sull’ultimo pouf in fondo. Ha accettato di partecipare solo perché glielo ha chiesto il figlio ingegnere (che sta cercando di digitalizzare l’azienda), ma sta soffrendo fisicamente. Il pouf, innanzitutto, non ha una struttura portante. Per un uomo che ha passato la vita a calcolare i carichi di stabilità delle travi in ferro, una sedia che si deforma quando ti siedi è un insulto all’ingegneria civile. Egidio fissa il Coach con lo stesso sguardo severo che riserverebbe a un fornitore che gli porta dei bulloni del diametro sbagliato, emettendo un sommesso ma vibrante: «Ma cusa l’è ‘sta trappola chi? Chi l’è che l’ha progettat ‘sto barlafuss di una sedia?».
Il Coach nota lo sguardo e decide di ingaggiarlo: «Egidio, vedo che sei scettico. Dimmi, come gestisci lo stress quando un progetto subisce un downtime e devi performare sotto pressione? Qual è il tuo approccio alla Resilienza?»
Egidio si schiarisce la voce. Non usa il microfono, non ne ha bisogno. La sua voce ha la frequenza bassa e solida di un motore diesel d’epoca.
«Scolta, giovanotto», esordisce, e in quel “scolta” c’è tutto il peso della civiltà contadina e artigiana. «Cusa l’è la resiliensa? Un parolone per dire che se un lavoro va storto ti metti a piangere? Ti te set minga a post. Se una roba va male, figheria a parte, non faccio il pivot. Prendo gli attrezzi, smonto il pezzo e lo rifaccio daccapo. Lo stress è una roba per chi parla troppo. Se hai tempo di essere stressato, vuol dire che hai le mani in tasca. Fa nà i man, va là, e vedi che la pressione ti passa».
Un brivido di terrore accademico attraversa l’aula. Il Coach tenta una manovra di recupero utilizzando i termini del glossario aziendale: «Certo, l’approccio execution-oriented è importante. Ma non credi che la cura del proprio Quiet Quitting e il bilanciamento del Work-Life Balance siano fondamentali per evitare il Burnout?»
Egidio lo guarda, inclina la testa e scuote il capo con sincera compassione. «Ma va a ciapà i ratt!» esclama sventolando la mano destra, prima di rispondere ad alta voce: «Quiet che? Burnout? Ma vadavialcù, te e i tuoi inglesismi da barlafuss! Guarda che se uno si brucia, è perché ha sbagliato la miscela per il decespugliatore. Noi in officina abbiamo un bilanciamento molto semplice: dalle otto alle dodici si lavora, dalle dodici alle tredici si mangia il panino con la coppa, e alle cinque di sera si va a casa a bagnare l’orto. L’unico balance che conosco è quello della bilancia per pesare il ferro. El rest l’è tutta fuffa che usate voi per giustificare il fatto che arrivate a sera senza aver prodotto un bullone».
L’aperitivo di Egidio: no vernissage, just gazza e bianchino
Uscito indenne dall’aula di formazione, Egidio sente il bisogno fisico di riequilibrare il tasso di realtà della giornata. È l’ora dell’aperitivo. Ora, provate a immaginare l’Imbruttito milanese che si fionda nel locale di tendenza a Porta Venezia: ordina un cocktail con un nome impronunciabile, paga ventidue euro per del gin distillato con lacrime di unicorno e passa quaranta minuti a salutare persone che odia dicendo «Uè, carissimo! Facciamo catch-up la settimana prossima!».
L’aperitivo di Egidio, che è poi il rituale condiviso dal 99,9% dei veri brianzoli, risponde a leggi fisiche e sociali completamente opposte. Egidio cammina verso il bar del paese. Varca la soglia dell’ingresso e applica rigorosamente il protocollo ancestrale del territorio: non saluta nessuno. Zero. Nessun “ciao”, nessun “buongiorno”, nessun “buonasera”. Al massimo, dal fondo della gola esce un vago grugnito sordo, una sorta di eco subacqueo che serve unicamente a notificare la sua presenza fisica nello spazio cartesiano del locale.
Ma qui sta il paradosso della socialità brianzola: un secondo dopo quel silenzio tombale, senza alcuna transizione formale o preambolo educato, Egidio si appoggia al bancone e comincia a parlare in modo incredibilmente amichevole e diretto con gli altri avventori, riprendendo discussioni interrotte magari tre giorni prima. Niente convenevoli, si va subito alla sostanza delle cose: l’andamento dei prezzi del ferro, il tempo che minaccia grandine sull’orto o il furgone del meccanico che fa uno strano rumore.
E cosa ordina? Niente calici di bollicine francesi, niente sorsate color arancione fluo accompagnate da patatine stantie. Al bar della Brianza regna sovrano il minimalismo liquido: un sano bianchino. O, se la giornata è stata particolarmente calda e faticosa, una gazosa. Ma la vera firma d’autore, il capolavoro dell’ingegneria alcolica locale che lascia i milanesi a bocca aperta, è la sintesi dei due mondi: il bianco con la gazosa nello stesso bicchiere. Un mix micidiale, dissetante, operaio, che unisce l’asprezza del vino locale alla dolcezza frizzante della bibita. Costa il giusto, va dritto al punto e non richiede di essere fotografato per i social. Si beve in piedi, si pulisce la bocca con il dorso della mano e si è pronti per tornare a casa.
La saggezza dei vecchi dogmi contro i neologismi della finzione
Questo approccio asciutto ed essenziale mette a nudo la profonda differenza tra la narrazione della produttività e la realtà della produzione. L’equilibrio brianzolo si poggia su pilastri verbali tramandati di generazione in generazione, vere e proprie linee guida per sopravvivere alla modernità senza perdere la bussola e, soprattutto, senza aver bisogno di pagare mille euro a settimana a un consulente motivazionale.
Il primo dogma assoluto recita: “Fa nà i man e meti via che duman al se sa mia”. Sentite la musica e la precisione chirurgica di queste parole? Non c’è l’avidità dell’accumulo tipica degli speculatori finanziari, ma la profonda, ancestrale saggezza della previdenza. Il brianzolo lavora con il suo ritmo regolare per mettere in sicurezza il proprio micro-mondo: la famiglia, la casa, la bottega. È la consapevolezza che l’azione di oggi è l’unica vera difesa contro le incertezze del domani. Il lavoro non è un idolo a cui sacrificare la salute o l’anima per scalare una piramide aziendale immaginaria, ma lo strumento supremo per custodire la propria indipendenza.
Mentre il Milanese Imbruttito spende l’80% del suo stipendio in un affitto a riscatto per un bilocale in un “quartiere emergente” (che fino a due anni prima era una palude) solo per poter dire di vivere in Core, il brianzolo applica il principio del meti via. Compra la terra, costruisce il capannone, ci mette sopra la casa con la taverna e il giardino recintato. Non deve dimostrare niente a nessuno. La sua stabilità non dipende dal trend del mercato azionario, ma dallo spessore dei muri che ha tirato su. Se gli chiedi perché spende così tanto per il cemento armato, ti risponderà secco: «Cusa l’è, te preferisci spendere i soldi in aperitivi o per il cartongesso che se ci sputi contro si buca?».
E per farlo senza attirare le antipatie del mondo, ci si affida al secondo comandamento: “Vula bass e schiva i sass”. Ecco l’elogio definitivo della sobrietà e della prudenza. Chi vola alto, chi ama mettersi in mostra, chi fa il fenomeno sui social network esibendo fatturati o vacanze di lusso, diventa inevitabilmente un bersaglio facile per le critiche, le verifiche fiscali e l’invidia della gente. La vera ricchezza si custodisce nel silenzio, preferendo la solidità invisibile dei fatti alle parole vuote della finzione contemporanea. Se hai i soldi, non compri la macchina con la targa personalizzata per farti vedere al ristorante; compri un pezzo di macchinario a controllo numerico tedesco che ti raddoppia la precisione del taglio, ma lo tieni chiuso dentro il capannone, al riparo dagli sguardi indiscreti. «Se la gent la sa minga quel che c’hai, la romp minga i ball e ti te schivi i sass», riassumerebbe Egidio.
Mezzo e messaggio: l’auto come attrezzo e l’antitesi del SUV imbruttito
Questa radicale avversione per l’esibizionismo si riflette perfettamente nella scelta dell’automobile, un rito che per l’Imbruttito milanese è fonte di ansie indicibili, contratti di leasing finanziario a lungo termine e calcoli complessi sul livello di status symbol da sfoggiare durante i weekend a Santa Margherita Ligure. Per il brianzolo, la vettura non è il prolungamento del proprio ego né un biglietto da visita sociale per fare colpo sui vicini o sui clienti. È un attrezzo, esattamente come il trapano a colonna o la saldatrice a filo. Deve essere solida, affidabile, spaziosa il giusto e, soprattutto, spendibile in termini di utilità quotidiana.
Mentre il milanese si danna l’anima per parcheggiare un SUV chilometrico ed elettrico davanti al locale alla moda — terrorizzato da ogni minimo granello di polvere, dal costo della ricarica alla colonnina e da ogni graffio sul cerchione in lega — nel cortile di Egidio si troverà quasi certamente un mezzo di pura sostanza. Un’utilitaria indistruttibile acquistata a chilometri zero dodici anni prima, oppure una station wagon con un bagagliaio monumentale, o ancora meglio un furgoncino cassonato che ha visto più cantieri che lavaggi. Se provi a vendergli un’auto con lo schermo touchscreen gigante sul cruscotto, Egidio ti blocca subito: «Ma toglimi via questo barlafuss pieno di spie, che se si incasina lo schermo resti a piedi in mezzo alla Valassina!».
Quell’auto deve essere in grado di ospitare, senza che il proprietario versi una sola lacrima, tre cassette degli attrezzi arrugginite, due damigiane di vino sfuso acquistate direttamente dal produttore in Oltrepò, e quattro sacchi neri pieni di sfalci d’erba destinati alla piattaforma ecologica. Una fiancata rigata da un ramo del pino in giardino o una vistosa macchia di cemento rappreso sul tappetino del passeggero non sono drammi estetici da denunciare all’assicurazione, ma i segni tangibili e onorevoli di un mezzo che sta compiendo il suo dovere. L’eleganza brianzola sta nella pulizia del filtro dell’olio e nella cura maniacale della meccanica, non nell’apparenza del marchio sul cofano. Se la macchina parte al primo colpo anche a meno cinque gradi in inverno e ha lo spazio per caricare un carico di tubi idraulici dell’ultimo minuto, allora è una buona macchina. El rest l’è estetica per chi ha tempo da perdere nei saloni di bellezza dell’autolavaggio.
Il tempo libero: la sacra barriera tra ferie e vacanze
La stessa precisione millimetrica e lo stesso rifiuto delle mode governano la gestione del tempo libero, un ambito in cui si consuma una distinzione semantica e filosofica che nessun dizionario di italiano saprà mai spiegare bene quanto la pratica sul campo: le ferie non sono le vacanze.
La vacanza è un concetto tipicamente moderno, se vogliamo “imbruttito” fino al midollo, che il brianzolo autentico guarda spesso con un misto di sospetto, ironia e profonda compassione. La vacanza è l’atto nevrotico di fuggire a comando, durante le tre settimane centrali di agosto, verso mete esotiche improbabili, resort ultra-accessoriati o spiagge sovraffollate dove il metro quadrato calpestabile costa come un pezzo di centro storico a Milano. È quell’obbligo sociale che impone di fare Instagram stories, consumare passivamente un divertimento preconfezionato, mangiare cibo di cui non si conosce la provenienza e tornare a casa più stanchi di prima, solo per poter dire ai colleghi d’ufficio: “Io c’ero, è stato pazzesco, un’esperienza incredibile”. Egidio, davanti a un collega imbruttito che gli racconta del suo viaggio per “ritrovare se stesso” tra i templi balinesi, risponderebbe semplicemente troncando la conversazione: «Bali? E cusa l’è, un parrucchiere nuovo per cani? Va’ a ciapà i ratt, va là!».
Le ferie, invece, sono una cosa seria. Un rito sacro e protetto dalla legge del buon senso. Le ferie sono il tempo legittimo di sospensione dal lavoro principale, che viene quasi sempre convertito con l’altrettanto fondamentale e soddisfacente “lavoro domestico”. Per un brianzolo vero, fare le ferie non significa andare a fare un safari in Kenya, ma finalmente avere il tempo di imbiancare la cucina, potare quella siepe di lauroceraso che “era indietro” da marzo, rimettere in sesto la chiusura del capanno degli attrezzi o dedicarsi finalmente alla cura dell’orto o alla salita sul Cornizzolo senza l’ansia dell’orologio alla mano.
Se proprio la pressione familiare o un barlume di stanchezza fisica impongono di partire, il brianzolo non sceglie mete esotiche. Si muove verso destinazioni storiche, concrete e ampiamente collaudate dalla tradizione: la Liguria di ponente fuori stagione, la riviera romagnola dove l’organizzazione è impeccabile e nessuno ti fa perdere tempo, o la casa in pietra ereditata dai vecchi in Valsassina o in Val Seriana. Luoghi calmi, insomma, dove i flussi umani sono ridotti al minimo sindacale, dove non c’è traccia di movida e dove si possa mantenere lo stesso identico stile di vita sobrio, ordinato e riservato di tutto il resto dell’anno. La vera vacanza, per l’anima brianzola, non è l’ozio sterile su una spiaggia tropicale a bere cocktail con l’ombrellino, ma la libertà di dedicarsi alle proprie cose, con i propri attrezzi, nel silenzio del proprio spazio vitale.
La catarsi della discarica e il paradosso del riposo attivo
Persino il concetto di riposo, esaminato sotto questa lente, assume un valore terapeutico e attivo che farebbe impallidire qualsiasi manuale di meditazione mindfulness o di yoga orientale. Questa attitudine è splendidamente riassunta nel paradosso tradizionale: “Intant che te se reposet, spazza la stalla” (Mentre ti riposi, pulisci la stalla).
A un orecchio moderno e superficiale, questa frase potrebbe sembrare un inno allo sfruttamento selvaggio o un disturbo ossessivo-compulsivo legato al lavoro. Ma la realtà è molto più profonda. Non si tratta di un invito all’auto ricatto lavorativo, ma della riscoperta di un relax profondo che passa attraverso la manualità e l’ordine materiale. Quando il brianzolo torna a casa dopo una giornata passata a gestire clienti, scartoffie o problemi burocratici, la sua mente ha bisogno di resettarsi. E come si resetta? Non sdraiandosi sul divano a guardare una serie tv, attività che considera un insulto all’intelligenza e al tempo concesso da Dio, ma cambiando radicalmente attività.
Zappare la terra, regolare i pomodori nell’orto, carteggiare una vecchia sedia di legno o dedicarsi al rito catartico del sabato pomeriggio — la gita alla piattaforma ecologica comunale — sono i veri rituali di disintossicazione dalle nevrosi del mondo moderno. I video di Konrad mostrano spesso questo momento con una precisione chirurgica: la gita in discarica è il vero sostituto brianzolo del brunch domenicale dei milanesi. Lì, tra i cassoni del ferro, del legno e degli inerti, si celebra il trionfo della civiltà e dell’efficienza. Differenziare meticolosamente i materiali, scaricare i vecchi elettrodomestici nel posto giusto, scambiare due parole rigorosamente tecniche con l’operatore ecologico sul corretto smaltimento di un pezzo di cartone accoppiato, genera nell’anima brianzola una sensazione di ordine, pulizia e pace interiore che nessuna sessione di psicoterapia potrà mai eguagliare. Se vede un forestiero distratto che butta un blocco di cemento nel cassone riservato ai cartoni, Egidio gli urla dietro senza troppi giri di parole: «Ueh, uregiatt! Cusa te feet? Guarda che il cemento va di là! Togli via quel barlafuss da lì, muoviti!».
Egidio sta bene nella sua dimensione. Preferisce una fiera, solidissima e silenziosa solitudine ai convenevoli forzati del networking moderno, ai sorrisi di circostanza delle pubbliche relazioni e alle chiacchiere da bar sulla politica o sul tempo. Pochi contatti, ma maledettamente autentici. La fretta e la frenesia vengono viste come un vizio tipico di chi non sa organizzarsi il lavoro o di chi ha qualcosa da nascondere; il ritmo costante, sordo, quasi ipnotico dell’artigiano che conosce la materia, invece, è l’unico che garantisce la qualità del manufatto e, di riflesso, la qualità della vita stessa.
In un mondo contemporaneo che corre senza sapere esattamente dove sta andando, che inventa parole nuove ogni settimana per definire concetti vecchi come il mondo e che si esaurisce dietro all’apparenza e alla performance visibile, l’anima brianzola ci lancia un salvagente di straordinaria attualità. Ci ricorda che la vera libertà non consiste nel farsi notare o nell’accumulare approvazioni virtuali sotto forma di cuoricini o like, ma nel saper misurare il proprio tempo con saggezza, nel coltivare con rispetto e costanza la terra che calpestiamo tutti i giorni e, soprattutto, nel continuare a far andà i man con dignità, silenzio, sobrietà e totale, incrollabile indipendenza. E se il Mental Coach di turno non è d’accordo, può sempre accomodarsi fuori dal capannone. C’è la siepe da potare, e servono braccia che non tremano. Chi non ha voglia, vada pure a ciapà i ratt da un’altra parte. A duman!
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