Introduzione: Ombre sotto la Guglia
Il vecchio Palazzo Imperiale di Coruscant non era mai stato un luogo silenzioso, ma dopo la caduta del Grande Ammiraglio Thrawn, il silenzio che regnava nei suoi livelli sotterranei sembrava gravido di segreti non ancora pronti a morire.
Aves controllò per la terza volta il ricevitore criptato al polso. Non amava Coruscant; troppa gente, troppa burocrazia e troppa luce. Preferiva la penombra della giungla di Myrkr o il ponte di una nave dell’Alleanza dei Contrabbandieri. Eppure, lì si trovava, in una sala di osservazione secondaria nascosta dietro i condotti di ventilazione del settore est.
«Stai sudando, Aves. Non è da te», disse una voce calma alle sue spalle.
Aves non si voltò. Conosceva quel tono misurato, capace di restare imperturbabile anche sotto il fuoco di un incrociatore. «È l’aria riciclata del Palazzo, Karrde. Puzza ancora di Impero.»
Talon Karrde emerse dalle ombre, impeccabile come sempre nonostante la clandestinità dell’incontro. Accanto a lui, con un’andatura decisamente meno formale e una mano poggiata sulla fondina del suo DL-44, c’era Han Solo.
«Benvenuto nel club,» sbuffò Han, scostando un ciuffo di capelli. «Io ci vivo da anni e non riesco ancora a togliermi il sapore di metallo imperiale dalla bocca. Allora, Karrde, perché tutta questa segretezza? Leia è impegnata con il Consiglio e io dovrei essere a una cena diplomatica che sto cercando disperatamente di evitare.»
Karrde fece un cenno ad Aves. Il contrabbandiere attivò un proiettore olografico portatile. Un segnale disturbato apparve al centro della stanza: una sequenza di codici in riga doppia, antiquati ma complessi.
«I miei uomini hanno intercettato questo segnale nelle Regioni Ignote poco dopo Bilbringi,» spiegò Talon Karrde, proiettando una stringa di dati criptati. «Non è un codice imperiale e nemmeno della Nuova Repubblica. È un protocollo a corto raggio della Guerra dei Cloni, aggiornato con algoritmi che portano la firma della vecchia cellula Phoenix… la stessa che operava nel settore di Lothal prima di Yavin.»
Han Solo si accigliò, perdendo l’aria scanzonata. «La Guerra dei Cloni? Quella roba è preistoria.»
«È quello che pensavamo,» intervenne Aves. «Ma i nostri contatti nell’Orlo Esterno segnalano da tempo una figura che si muove tra le pieghe della galassia all’inseguimento di questo segnale, qualcuno che i servizi segreti della Repubblica hanno smesso di cercare anni fa. Karrde ha incrociato i dati: si fa chiamare Ashla, o una volta Fulcrum… ma il suo vero nome secondo le nostre fonti è Ahsoka Tano.»
«Ahsoka Tano,» mormorò Han. Per un istante, il cinismo lasciò il posto alla curiosità. «È lei, allora. Luke non fa che girarci intorno, ma Leia e io siamo riusciti a scucirgli qualche parola mesi fa. Dice che è una specie di… leggenda errante. Una Jedi che ha visto la caduta dell’Ordine e che non vuole avere nulla a che fare con la nuova politica.»
«Proprio lei,» rispose Karrde. «Il problema è che Ahsoka non risponde ai canali ufficiali. È sospettosa, e a ragione. Per questo cercavo te, Han. Niente flotta, niente burocrazia. Solo uomini di fiducia.»
Han scosse la testa con un sorriso amaro. «E tu come diavolo fai a sape…» si interruppe, facendo un gesto vago. «No, lascia perdere. Conoscendoti, mi costerebbe tre carichi di spezia solo per la spiegazione.»
In quel momento, la porta si aprì. Entrò un uomo in uniforme da volo, il casco sotto il braccio: Wedge Antilles. Sembrava stanco, ma i suoi occhi brillarono vedendo il gruppo.
«Karrde,» salutò Wedge con un cenno, per poi sorridere apertamente verso Aves. «Aves! È un piacere. Sapevo che l’organizzazione stava riprendendo fiato, ma non speravo foste già tornati su Myrkr dopo che l’Impero l’aveva resa terra bruciata.»
Aves ricambiò la stretta. «Ci vuole ben altro che un’occupazione imperiale per tenerci lontani da casa, Comandante. Abbiamo ripulito le ultime pattuglie, l’aria della giungla è tornata respirabile. È un piacere vederti tutto intero.»
Wedge si voltò verso Han, tornando serio. «Han, ho dovuto seminare tre ufficiali del protocollo per arrivare qui. Spero ne valga la pena, o mi manderanno a dirigere il traffico navale su un satellite sperduto.»
«Wedge, ti presento la tua nuova missione non ufficiale,» disse Han. «A Karrde serve un supervisore che sappia distinguere un cacciatorpediniere da un cargo, e a te serve un pilota che sappia infiltrarsi dove la Repubblica non può mettere becco. Tu e Aves lavorerete insieme.»
Aves guardò Wedge. Il rispetto nato durante la crisi di Thrawn era reciproco, ma l’idea di una missione in incognito con il comandante dei Rogue era insolita. «E chi ci fornirà la copertura? Un X-Wing è un bersaglio troppo facile.»
«La logistica è già risolta,» intervenne Karrde. «Ma abbiamo bisogno di qualcuno che conosca quei vecchi codici meglio di chiunque altro. Qualcuno che abbia vissuto quell’epoca, che conosca la psicologia di chi ha creato quei protocolli, ma che non compaia in nessun database militare.»
Han scambiò uno sguardo d’intesa con l’elegante contrabbandiere. «È qui che la faccenda si fa interessante, Karrde. Vedi, mentre tu cercavi me per rintracciare Ahsoka, io stavo per chiamare te per lo stesso motivo. Avevamo entrambi lo stesso pezzo del puzzle, ma non sapevamo di averlo in comune.»
Han fece un cenno verso l’angolo buio della sala, oltre i condotti di ventilazione. «È rimasta qui in attesa mentre noi perdevamo tempo a discutere di burocrazia, proprio sotto i vostri sensori. Tre giorni fa ha convinto Kallus — l’ultimo dei Fulcrum — a contattare Leia usando un canale d’emergenza della vecchia rete; sapeva che solo una Principessa con i contatti giusti nel sottobosco avrebbe potuto gestire la cosa senza scatenare il Senato.»
Han si voltò verso l’ombra. «Puoi uscire, adesso. Credo che abbiano bisogno di vedere che la “preistoria” è ancora molto attiva. Karrde, Aves, Wedge… vi presento Omega.»
Capitolo 1: colei che era nell’ombra
Dalle ombre dietro Wedge, una figura che era rimasta in un silenzio assoluto — un silenzio innaturale che fece correre un brivido lungo la schiena di Aves per non averla percepita nonostante i suoi anni di vita nella giungla — fece un passo avanti.
Era una donna sulla quarantina, con un’attrezzatura tattica grigia vissuta e uno sguardo che sembrava aver visto nascere e morire interi sistemi stellari. Portava i capelli biondo cenere raccolti e un arco energetico smontato, fissato magneticamente allo zaino tecnico. Nonostante la postura rilassata, emanava la pericolosità contenuta di un detonatore termico con la sicura disinserita.
«Così cercate qualcuno esperto in vecchi trucchi dei cloni,» disse lei. La sua voce era ferma, con un’autorità naturale che fece scattare sull’attenti l’istinto militare di Wedge.
Aves la squadrò, la mano che sfiorò istintivamente la cintura. Si sentì punto sul vivo: quella donna era rimasta a pochi metri da loro senza spostare un millimetro d’aria. «Non mi risulta che l’Alleanza dei Contrabbandieri abbia arruolato nuovi specialisti mentre eravamo su Myrkr,» mormorò con una nota di sospetto professionale.
«Se vogliamo trovare Ahsoka Tano prima che l’Impero si riprenda dai cocci di Bilbringi, conviene muoversi,» rispose lei, ignorando la provocazione di Aves. «I fantasmi di Kamino stanno iniziando a svegliarsi.»
Wedge inarcò un sopracciglio, scambiando un’occhiata con Han. «Omega? Non è un nome comune, nemmeno per un alias.»
Il pilota la studiò in silenzio per un lungo istante, come se stesse cercando di far combaciare un vecchio rapporto d’intelligence con la donna che aveva davanti. Poi, la sua voce si fece più bassa, carica di un’improvvisa cautela.
«Kamino…» pronunciò quasi in un sussurro.
Nella stanza scese un silenzio improvviso, un vuoto d’aria in cui il respiro sembrava essersi fermato. Wedge scosse leggermente il capo, incredulo. «Pensavo fosse solo una leggenda legata alla creazione dei Cloni. Una di quelle storie che si raccontano nelle accademie per coprire tracce troppo oscure.»
«Il mito è affondato sotto le onde molto tempo fa, Comandante.» rispose Omega. «Ma a quanto pare, le correnti delle Regioni Ignote riportano sempre a galla ciò che è stato sepolto. E Ahsoka Tano è l’unica che sta inseguendo il loro richiamo.»
Il silenzio che seguì fu quasi fisico, rotto solo dal ronzio sommesso dei computer di bordo. Wedge rimase a fissarla, cercando di capire cosa c’entrasse la donna reale con le leggende proibite della vecchia guerra.
Fu Talon Karrde a spezzare l’incantesimo. Con un gesto fluido, allungò la mano verso il tavolo tattico e disattivò la proiezione dei dati.
«È l’unica cosa che conta per questa missione, Comandante,» concluse Karrde, mentre l’ologramma si contraeva in un unico punto di luce prima di sparire del tutto. «Che sia un mito o un fantasma, lei è la nostra unica chiave per il Codice 99. Se Ahsoka sta inseguendo quel protocollo, non sta cercando la Nuova Repubblica. Sta cercando qualcuno che parli la lingua dei suoi vecchi alleati.»
«Bene», esordì Han Solo, appoggiandosi a un tavolo tattico spento. «Abbiamo i volti, abbiamo il problema. Ora mi serve sapere come intendete muovervi prima che qualcuno ai piani alti si accorga che il Comandante Antilles è sparito dai radar.»
Karrde fece un cenno ad Aves, che attivò una mappa stellare del settore di Rishi.
«La Repubblica non può apparire», disse Aves con la sua solita voce ferma e priva di fronzoli. «Se un incrociatore classe Nebulon-B si presenta al limitare delle Regioni Ignote, gli Imperiali si dileguano o richiamano l’intera flotta superstite. Serve discrezione. Useremo la Vanguard, un trasporto di classe Action VI modificato. Esternamente è un trasportatore di minerali ammaccato; sotto la scocca ha motori truccati e una suite di sensori che farebbe invidia a una nave spia dell’intelligence.»
Wedge Antilles incrociò le braccia, studiando la rotta. «Rishi è un nido di vespe. Se ci vedono arrivare con una nave di Karrde, i cacciatori di taglie ci staranno addosso in cinque minuti.»
«È qui che entri in gioco tu, Comandante», intervenne Karrde. «Il tuo compito è fornire la copertura tattica. Ufficialmente, la Vanguard è stata requisita per una missione di ricognizione civile. Tu sei il consulente tecnico della Nuova Repubblica… in licenza premio. Se ci fermano, sei lì per valutare nuove rotte commerciali.»
Wedge scosse la testa con un mezzo sorriso. «Una bugia che puzza lontano un miglio, ma potrebbe reggere il tempo necessario a saltare nell’iperspazio.»
Omega fece un passo avanti. La sua presenza emanava una calma diversa da quella di Karrde; era la calma di chi ha passato la vita a calcolare le probabilità di sopravvivenza.
«Il segnale non è fisso», disse Omega, indicando un punto tremolante oltre il Labirinto di Rishi. «Si sposta su frequenze a salto rapido. È un vecchio protocollo dei Commando dei Cloni, il Codice 99. È stato progettato per essere invisibile a chiunque non sappia cosa cercare. Ahsoka Tano è là fuori, e sta seguendo la stessa scia. Ma c’è un problema: il segnale punta verso un vecchio deposito di rifornimenti della Repubblica, la Stazione Echo-3. Non è sulle mappe moderne.»
«Perché è stato cancellato dagli Imperiali dopo l’Epurazione», aggiunse Han, scambiando uno sguardo preoccupato con Wedge.
Aves prese nota. «Quindi il piano è questo: saltiamo su Rishi per far perdere le nostre tracce, poi ci infiliamo nel vuoto delle Regioni Ignote seguendo il Codice 99. Omega decripta il percorso, io gestisco le comunicazioni e Antilles… beh, Antilles ci tiene vivi se qualche intercettore imperiale decide di chiederci i documenti.»
«E Ahsoka?» chiese Wedge. «Come la troviamo? Come facciamo a sapere che non ci considererà nemici? Ha passato anni a nascondersi da chiunque portasse un’uniforme.»
Omega si toccò un piccolo ciondolo che portava al collo, un frammento di metallo che sembrava un vecchio distintivo di squadriglia. «Ho la sensazione che sarà lei a trovare noi se ci facciamo trovare al posto giusto al momento giusto. Ma che sia lei a trovare noi o noi a trovare lei userò un segnale che solo un Jedi che ha combattuto nelle Guerre dei Cloni può riconoscere. Una sequenza ritmica basata sui tamburi di marcia di Kamino. Se lo sente, capirà che non siamo l’Impero. E capirà che qualcuno della “famiglia” la sta cercando.»
Han Solo emise un fischio basso. «Semplice, pulito e terribilmente pericoloso. Mi piace. Karrde, non so com’è, ma gira che ti rigira io e te finiamo sempre in questo genere di follie.»
«È per questo che mi pagate così bene, Generale. Ed è per questo che mi piace lavorare con voi. Essere pagato bene ormai non è più la cosa principale.», rispose Karrde con un inchino accennato. Poi tornò serio, rivolgendosi ad Aves. «Hai sei ore per preparare la Vanguard. Prendi solo l’essenziale. Se le cose dovessero andare male, non voglio che la Nuova Repubblica debba venire a recuperarvi. Sarete da soli.»
Wedge si fermò sulla rampa, controllando la fondina. «Se non torno, Iella rintraccerà te o Karrde. Lo sai, vero?»
Aves sogghignò, sistemandosi il comunicatore. «Speriamo non incontri Shada, allora. Farebbero esplodere metà Coruscant prima di decidere di chi è la colpa. Muoviti, Antilles, non ho voglia di farmi fare la predica da una Shadow Guard.»
Wedge annuì con un mezzo sorriso. «Ricevuto.»
Poco distanti, Han e Karrde li guardavano andar via.
«Ma da quando quei due sono così… soci?» chiese Han, perplesso. «Si scambiano minacce sulle compagne come vecchi commilitoni.»
Karrde osservò la rampa chiudersi. «Dodici ore di Sabacc e una cassa di Whyren’s Reserve nell’ultimo summit, Han. Hanno scoperto di condividere lo stesso terrore sacro per le donne forti.»
Han sospirò, ripensando a una certa Principessa Alderaaniana che lo stava aspettando per un briefing. «Ottimo collante. E credimi, Talon… nessuno in questa galassia può capirli meglio di me.»
Poco dietro a loro, sulla rampa della nave, Omega ascoltò lo scambio tra Wedge e Aves con gli occhi sgranati e un’espressione di assoluto stupore. Aveva passato la vita tra i cloni, tra protocolli militari e la lealtà d’acciaio della Bad Batch, ma quella strana, irriverente confidenza tra un Comandante della Repubblica e un contrabbandiere la lasciava senza parole.
Se qualcuno su Kamino le avesse raccontato che le sorti della galassia e il futuro dei suoi fratelli sarebbero dipesi da due uomini che scherzavano sulla paura delle proprie mogli prima di una missione suicida, non ci avrebbe creduto. Scosse la testa, un sorriso incredulo che le spuntava sulle labbra. «La galassia è diventata un posto molto strano mentre non c’ero,» mormorò tra sé, prima di seguirli sulla nave.
Capitolo 2: Il Salto nel Vuoto
Nella cabina principale, l’atmosfera era densa di una professionalità quasi eccessiva, impensabile appena poco prima, sulla rampa della nave. Wedge era seduto al tavolo tattico, analizzando per la decima volta le specifiche dei sensori imperiali di classe Crystal; Aves, a pochi centimetri da lui, ricalibrava i filtri di comunicazione con una precisione chirurgica, muovendo le dita sui comandi come se stesse disinnescando una bomba termica.
Nessuno parlava. Il silenzio era interrotto solo dallo scatto dei circuiti finché, come mossi da un filo invisibile, i due alzavano gli occhi all’unisono: un breve cenno del capo, un ok silenzioso, e passavano alla fase successiva.
Omega li osservava dalla soglia del corridoio, le braccia incrociate e un piccolo sorriso ironico a incresparle le labbra. Non era la postura a colpire, quanto l’intensità del suo sguardo: estremamente ricettivo, assorbiva ogni minimo scatto dei loro polsi e ogni silenziosa intesa come se stesse leggendo uno spartito invisibile.
Era sinceramente divertita da quella danza. Vedere un comandante della Nuova Repubblica e un contrabbandiere di Karrde muoversi con una sincronia così istintiva e assoluta le ricordava i tempi in cui la galassia era più giovane e pericolosa. Il suo sguardo indagatore non si limitava a guardare il lavoro sui circuiti, ma studiava il ritmo dei loro respiri, cogliendo con piacere il momento esatto in cui le loro menti si allineavano prima ancora che i loro occhi si incontrassero. Per lei, quel coordinamento spontaneo era una forma d’arte che non aveva bisogno di accademie per essere compresa.
Omega si staccò dallo stipite della porta, lasciando che il sorriso ironico si trasformasse in una sfida aperta. Il suo sguardo aveva passato gli ultimi minuti a vivisezionare ogni loro micromovimento, godendosi lo spettacolo di quella sinergia involontaria.
«Scusate l’interruzione,» esordì, facendo un passo avanti con una scioltezza che strideva con la rigidità della stanza. «Ma la curiosità mi sta uccidendo: voi due siete sempre così o è una coreografia studiata per impressionare le nuove reclute?»
Aves sollevò lo sguardo dal pannello, sinceramente spiazzato. «Prego?»
«Voglio dire,» continuò Omega, avvicinandosi al tavolo tattico senza mai smettere di studiare le loro reazioni, i riflessi nei loro occhi, il ritmo dei loro respiri che si erano appena spezzati. «Sembrate due droidi della serie segretariale programmati per lo stesso compito. Vi scambiate dati e conferme senza quasi guardarvi in faccia, come se foste collegati alla stessa frequenza radio. È una tattica di sopravvivenza che avete imparato schivando i turbolaser, o semplicemente vi state così simpatici da aver fuso i moduli di memoria? Siete più coordinati di una squadra di cloni sotto chip.»
Wedge lasciò andare un breve sospiro e si appoggiò allo schienale, rilassando le spalle. «Abitudine, credo. Negli squadroni impari che il silenzio significa che tutto sta funzionando come deve. Se qualcuno inizia a chiacchierare troppo, di solito è perché ha un caccia TIE in coda. In pratica, solo l’abitudine di voler tornare a casa interi. »
«E nell’organizzazione di Karrde», aggiunse Aves con un tono più asciutto, «parlare troppo è il modo più veloce per farsi intercettare o per farsi scappare un segreto che vale qualche milione di crediti. La discrezione è la nostra valuta, Omega.»
Omega ridacchiò, un suono genuino che sembrò stonare con il grigio metallico della cabina. «Siete incredibili. Ho passato anni a scappare dall’Impero con quattro fratelli che non facevano altro che urlare, discutere di tattiche impossibili o far saltare in aria cose per puro spirito di competizione. Eppure, eravamo i migliori nel nostro campo.»
Wedge la guardò con un interesse rinnovato. «I tuoi fratelli… Han ha accennato a qualcosa. Ha detto che vieni da una stirpe di combattenti leggendari. Ma non ha mai specificato quale.»
Lo sguardo di Omega si fece più profondo, un lampo di malinconia che sparì rapidamente dietro una maschera di risolutezza. «Eravamo… diversi. Eravamo eccezioni a una regola che l’Impero voleva imporre a tutta la galassia. Ma quello che ho imparato da loro è che la perfezione tecnica non serve a nulla se non hai l’istinto per capire quando le regole vanno infrante.»
Si voltò verso Aves. «Tu sei l’esperto di comunicazioni. Hai mai sentito parlare del sistema di crittografia Hussar? Veniva usato nei primi anni della ribellione dei cloni.»
Aves inarcò un sopracciglio. «È un sistema obsoleto, vulnerabile alle interferenze ioniche.»
«Vulnerabile per chi non sa che le interferenze sono il messaggio», ribatté lei con un occhiolino. «Mentre voi due vi scambiate silenzi d’ordinanza, io ho iniziato a pulire il segnale di Rishi. C’è un disturbo strano vicino alla stazione orbitale. Non è un guasto tecnico, è un’ombra elettronica. Qualcuno sta monitorando chi entra nel sistema, ma lo sta facendo con una tecnologia che ha almeno trent’anni.»
Wedge si raddrizzò immediatamente. «Imperiali?»
«O qualcuno che non vuole essere trovato», rispose Omega. «Proprio come la persona che stiamo cercando.»
Qualche ora dopo, il tunnel bianco-azzurro dell’iperspazio si frammentò in mille schegge di luce, rivelando il sistema di Rishi. Era una sfera verdeggiante e nebbiosa, circondata da un traffico caotico di mercantili, navi cisterna e scarti spaziali.
«Benvenuti all’ultimo avamposto prima del nulla», commentò Aves, prendendo i comandi manuali mentre la Vanguard veniva scossa dalle turbolenze del traffico locale.
Il porto spaziale di Rishi era una giungla di piattaforme sospese sopra le nubi. Non appena la nave toccò il suolo della Piattaforma 4-B, il portellone si aprì su un’aria umida e satura di odore di carburante bruciato.
«Ricordate la copertura», mormorò Wedge, tirandosi su il colletto della giacca civile. «Io sono il tecnico, Aves è il padrone di casa. Omega…»
«Omega è quella che vi tira fuori dai guai se iniziate a fare troppo i soldatini», concluse lei, controllando che il suo arco energetico fosse ben nascosto sotto il mantello.
Mentre scendevano la rampa, un gruppo di tre individui dalle facce poco raccomandabili – un Rodiano con una cicatrice sull’occhio e due umani in armature scompagnate – si staccò dalle ombre di un hangar vicino.
«Bella nave», gracchiò il Rodiano, bloccando loro il passaggio. «Non ne vedo una così pulita dai tempi della crisi di Thrawn. Karrde sta mandando i suoi ragazzi a fare commissioni o siete qui per pagare un vecchio debito?»
Aves fece un passo avanti, la mano destra pericolosamente vicina alla cintura, ma fu il suo sguardo, gelido e calcolatore, a fermare il Rodiano. «Siamo qui per affari che non riguardano te, Reeve. E Karrde non ha debiti. Ha solo… promesse non ancora riscosse. Vuoi essere la prima?»
Il Rodiano, Reeve, parve soppesare il rischio. Lo sguardo di Aves non era quello di un negoziatore, ma di un uomo che aveva visto troppe scaramucce nelle giungle di Myrkr per farsi impressionare da un teppista di periferia.
Proprio mentre la tensione stava per spezzarsi, un segnale acustico, tre toni brevi e uno lungo, risuonò discretamente dal polso di Omega. Lei non guardò il cronometro, ma i suoi occhi scattarono verso l’alto, verso le passerelle arrugginite che collegavano i livelli superiori del porto spaziale.
«Abbiamo compagnia», mormorò, la voce appena un soffio. «E non parlo di questi dilettanti.»
A una cinquantina di metri sopra di loro, avvolta in un mantello color sabbia che sventolava nel vento umido di Rishi, una figura li stava osservando. Non si muoveva, ma la sua presenza sembrava assorbire la luce circostante. Per un istante, il sole filtrò tra le nubi illuminando due punte di metallo bianco che spuntavano dalla schiena della figura: elsa di spade laser.
«È lei?» chiese Wedge, cercando di non puntare il dito.
«È qualcuno che vuole che la seguiamo», rispose Omega. «Ma abbiamo un problema più immediato. Ore sei, livello terra.»
Wedge e Aves si voltarono sincronizzati. Un gruppo di tre soldati della Nuova Repubblica, riconoscibili dalle uniformi blu e dai caschi a visiera aperta, stava pattugliando il molo. Al centro del gruppo c’era un ufficiale veterano, un uomo con una folta barba grigia che Wedge conosceva fin troppo bene.
«Maledizione», imprecò Wedge sottovoce, abbassando il lembo del cappello. «È il Capitano Hexton. Ha prestato servizio nella Squadriglia Rogue durante la liberazione di Coruscant. Se mi riconosce, mi saluta con il grado e la parata militare.»
«Reeve, sparisci», ringhiò Aves al Rodiano, spingendolo via con un braccio. «Se fiati con le guardie, farò in modo che Karrde cancelli il tuo nome da ogni porto franco della galassia.»
Il Rodiano, intuendo che la situazione stava diventando troppo “ufficiale” per i suoi gusti, si dileguò tra le casse di carico.
«Dividiamoci», propose Omega. «Aves, vai con Wedge. Se vi fermano, dì che è il tuo contabile e che ha il mal di mare spaziale. Io seguo l’ombra sui ponti superiori. Ci vediamo al vecchio magazzino di Karrde nel settore Nord tra venti minuti.»
«Omega, aspetta…» tentò di dire Wedge, ma lei era già sparita, arrampicandosi su una scala di servizio con un’agilità che ricordava a Wedge le manovre d’evasione dei caccia intercettori.
Aves afferrò Wedge per il gomito, costringendolo a camminare con un’andatura claudicante. «Fai la parte, Comandante. Sembri troppo eroico per essere un civile.»
«Sto cercando di sembrare uno che ha mangiato cibo scadente su una nave da trasporto», ribatté Wedge tra i denti.
Proprio mentre stavano per imboccare il tunnel verso i mercati, la voce di Hexton risuonò tonante: «Ehi! Voi due! Fermatevi!»
Wedge s’irrigidì. Aves, senza perdere un colpo, si voltò con un’espressione di stanchezza magistrale. «Sì, ufficiale? C’è qualche problema con i permessi di attracco? Ho già pagato la tassa sulle emissioni al molo 4.»
Hexton si avvicinò, scrutando Wedge con sospetto. Il pilota teneva la testa bassa, fingendo di tossire in un fazzoletto.
«Voi non mi preoccupate, civile», disse Hexton, guardando la Vanguard. «Ma quella nave è registrata sotto una licenza di Talon Karrde. Abbiamo ordini di monitorare ogni attività legata all’Alleanza dei Contrabbandieri. E il vostro amico… mi sembra di averlo già visto. Alzi la testa, cittadino.»
Aves fece un passo avanti, mettendosi tra l’ufficiale e Wedge. «Il mio socio ha contratto una febbre virale su Ord Mantell. Se vuole che gli alzi la testa, si prepari a passare la prossima settimana in quarantena medica. O preferisce che proseguiamo verso il centro di decontaminazione?»
Hexton esitò, arretrando di mezzo passo. In quel momento, un’esplosione controllata di vapore da un condotto vicino creò una cortina fumogena improvvisa. Quando il vapore si diradò, Aves e Wedge erano già scivolati dietro una fila di generatori di potenza.
«Corri», sussurrò Aves.
Mentre si addentravano nel dedalo di Rishi, un fischio acuto arrivò dalle comunicazioni di Aves. Era Omega.
«Contatto stabilito», gracchiò la voce della donna attraverso l’auricolare. «Sbrigatevi. La nostra amica non è l’unica a darci la caccia. Ho visto delle uniformi nere sul ponte 9. Non sono della Repubblica. Sono della Sicurezza Imperiale.»
Wedge guardò Aves. La missione era appena passata da “ricognizione silenziosa” a “corsa per la vita”.
«Spero che la tua amica sappia come usare quelle spade, Omega. E contro chi.», disse Wedge nel microfono, mentre lui e Aves iniziavano a correre verso il settore Nord.
Capitolo 3: L’Arte dell’Invisibilità
Il Settore Nord di Rishi era un cimitero di metallo e nebbia. I magazzini, enormi scheletri arrugginiti, gemevano sotto le raffiche di vento umido che soffiava dall’oceano sottostante. In quel silenzio spettrale, rotto solo dal grido lontano di un predatore alato, l’ombra di Ahsoka Tano era immobile.
Appollaiata su un estrattore di fumo a venti metri d’altezza, osservava il cortile interno del magazzino di Karrde. Sotto di lei, una squadra di sei agenti dell’ISB (Intelligence Imperiale) avanzava con una precisione letale. Erano professionisti, addestrati per stanare i fantasmi.
Ahsoka non si mosse. Voleva vedere. Doveva capire se quel gruppo eterogeneo che la seguiva da Coruscant fosse all’altezza della missione. Voleva un test.
Aves fu il primo a scivolare tra le ombre. Non estrasse il blaster; si mosse con la fluidità di un predatore delle giungle di Myrkr. Con un gesto rapido della mano, attivò un piccolo trasmettitore di disturbo che portava al polso. All’istante, le comunicazioni degli imperiali iniziarono a emettere un fischio stridulo, accecando i loro sensori tattici.
Dall’altro lato del cortile, Wedge Antilles agiva con la freddezza di un veterano. Anche senza un caccia sotto il sedere, Wedge leggeva il terreno come una mappa di vettori d’attacco. Vide due agenti separarsi dal gruppo; si arrampicò su una scaffalatura e, con un tempismo perfetto, lasciò cadere un pesante telo da carico. Prima che potessero reagire, Wedge era già addosso a loro: due colpi precisi con il calcio del blaster e i soldati crollarono a terra, svenuti, senza che un solo colpo venisse sparato.
Ma era Omega la vera rivelazione.
Ahsoka socchiuse gli occhi. La donna non combatteva come un soldato della Repubblica, né come un contrabbandiere. Si muoveva con una consapevolezza dello spazio che Ahsoka aveva visto solo nei commando d’élite. Usando la corda del suo arco energetico come un laccio, Omega agganciò una carrucola sospesa e, con un calcio a un rilascio meccanico, fece crollare una pila di container vuoti, intrappolando gli ultimi tre agenti in un vicolo cieco.
In meno di dieci secondi, l’intera squadra imperiale era a terra, legata con i loro stessi cavi di ascesa. Silenzio assoluto.
«Niente male per un “ferro vecchio” e un “contabile”», mormorò Omega, rinfoderando l’arco.
«Potevamo metterci meno se il tuo disturbo non avesse fatto fischiare anche le mie orecchie, Aves», ribatté Wedge, pulendosi la polvere dalla giacca.
Fu allora che Ahsoka decise che la prova era superata. Si calò dalla passerella con un salto aggraziato, atterrando senza rumore davanti a loro. Si scostò il cappuccio, rivelando i lineamenti segnati ma nobili ed i suoi incredibili occhi azzurri.
«Avete dimenticato il sensore termico sulla porta posteriore», esordì con una calma imperturbabile. «Se non lo avessi disattivato io tre minuti fa, la seconda squadra sarebbe già qui.»
I tre scattarono puntando le armi, ma le abbassarono subito riconoscendo la figura leggendaria e vedendo che era amichevole.
Aves rinfoderò il blaster con un gesto secco, il volto una maschera di irritazione. «Magnifico. Davvero un ottimo inizio. Stavamo per fallire ancora prima di aver acceso i motori della Vanguard. Se questa è la tua sicurezza, Tano, Karrde non sarà entusiasta di sapere che il suo uomo migliore si è fatto incastrare come un cadetto.»
Ahsoka accennò un sorriso enigmatico. «Non vi hanno seguito, Aves. Li ho attirati io qui.»
«Prego?» sbottò il contrabbandiere. «Hai attirato l’ISB nel nostro punto d’incontro? Per quale folle motivo?»
«Un test», rispose lei. «Chiunque può sparare in una rissa, ma neutralizzare una squadra scelta in silenzio richiede coordinazione. Se dobbiamo andare dove punta quel segnale, non posso permettermi compagni che perdono la testa.»
Wedge rimase a bocca aperta, poi guardò Aves. Il contrabbandiere aveva le mascelle contratte, ma i suoi occhi iniziarono a brillare di una luce diversa.
«Un test», ripeté Omega, scoppiando in una risata contagiosa che spezzò la tensione. «Senti questa, Wedge. Siamo stati portati a scuola da una Jedi che non vedevamo da trent’anni. E noi che pensavamo di essere stati trascurati!»
Wedge si passò una mano tra i capelli, con un sorriso sghembo. «Un test di infiltrazione dal vivo. Sai, Ahsoka, di solito la Nuova Repubblica usa i simulatori. Sono meno… inclini a farti finire in un campo di prigionia.»
Aves lasciò andare la tensione dalle spalle con un grugnito che divenne una risata secca. «Tipico. Karrde dice sempre che i Jedi hanno un senso dell’umorismo contorto. Mi hai fatto venire un infarto per puro spirito accademico, Tano.»
Ahsoka sorrise, ma il suo sguardo tornò serio quando si posò su Omega. La Forza intorno alla donna cantava una melodia familiare. Si avvicinò e, con una mano che tremava appena, le sfiorò il viso.
«Tu», sussurrò Ahsoka. «Porti con te il volto di molti amici che credevo perduti. Hai detto di chiamarti Omega… ma non hai detto da dove vieni. Anche se la Forza non ha bisogno di parole.»
Omega sostenne lo sguardo. «Vengo da un tempo in cui i tuoi amici portavano armature bianche e blu, Ahsoka Tano. Sono la sorella di Hunter, di Wrecker e di Echo. E sono la sorella di Rex.»
Il nome di Rex risuonò come un accordo perfetto. Ahsoka fece un sospiro profondo, la sua espressione si illuminò, rilassandosi di colpo e per un attimo sembrò avere 20 anni di meno. «Sì. Ora lo vedo. Hai lo stesso sguardo di Rex quando cercava di convincermi che una missione suicida era una buona idea. Sapevo che esisteva una sorella… ma incontrarti qui, dopo tutto questo tempo…»
«Rex mi ha parlato spesso di te», disse Omega con dolcezza. «Diceva che eri la prova che l’Ordine Jedi era fatto di amici e talvolta di fratelli, non solo di burocrazia. Quando ho saputo del Codice 99, ho capito che non potevo restare a guardare le stelle su Pabu.»
Ahsoka le tese la mano. «Andiamo sulla vostra nave. Voglio vedere quel segnale. E voglio sapere perché una donna che porta il volto dei miei fratelli è l’unica a poterlo decriptare.»
Aves fece strada verso la rampa della Vanguard, scambiando un’occhiata divertita con Wedge. «D’accordo, “Maestra”. Ma la prossima volta che vuoi testarci, magari limitati a un indovinello. Fa meno male alle articolazioni.»
Capitolo 4: Il Fantasma nella Macchina
Il salto nell’iperspazio avvolse la Vanguard nel suo rassicurante bozzolo di luce blu cobalto. Ma all’interno della cabina tattica, l’atmosfera era tutt’altro che tranquilla. Il tavolo olografico al centro della stanza proiettava una colonna di dati che sembrava impazzita: stringhe di codice esadecimale che apparivano e scomparivano come fantasmi in una tempesta solare.
Aves era chino sulla console delle comunicazioni, le dita che danzavano sui tasti con una frenesia controllata. «Non è solo un segnale criptato», imprecò, regolando i filtri ionici. «È… vivo. Ogni volta che cerco di isolare la portante, il codice muta. È una crittografia a spostamento di fase. Roba militare di alto livello, ma con una logica che non vedo da anni.»
Wedge si avvicinò, osservando i flussi di dati. «Sembra una sequenza di identificazione IFF degli incrociatori classe Venator. Ma è distorta. Vedi quei picchi? Sono segnali di sincronizzazione per i computer di puntamento dei cloni.»
Ahsoka e Omega rimasero in silenzio per un istante, osservando quella danza frenetica di luci azzurre.
«Non è un segnale di puntamento, Wedge», intervenne Omega, facendo un passo avanti. La sua espressione si era fatta tesa, quasi sofferente, come se stesse ascoltando una musica stonata. «È un Codice 99 in loop ricorsivo. È un richiamo d’emergenza che non è mai stato disattivato. Sta cercando una risposta che non arriva da trent’anni.»
«Lasciami provare», disse Omega, scostando gentilmente Aves dalla console.
Il contrabbandiere esitò, poi si fece da parte, incrociando le braccia. «Tutto tuo, Omega. Se riesci a domare questo mostro, ti offro una cassa di Whyren’s Reserve quando torniamo su Coruscant.»
Omega non rispose. Estrasse dalla sua cintura un piccolo cilindro dati, un cimelio che portava i segni del tempo, e lo inserì nella porta principale della Vanguard. Le sue dita iniziarono a muoversi non sulla tastiera, ma su una serie di potenziometri analogici che lei stessa aveva installato durante il viaggio.
«Il Codice 99 non era solo un numero per noi», spiegò Omega, senza distogliere lo sguardo dallo schermo. «Era il protocollo per i “difettosi”. Per quelli che non rientravano nei ranghi. Per decifrarlo non serve potenza di calcolo… serve irregolarità.»
Improvvisamente, il caos olografico si fermò. Le stringhe di dati si riorganizzarono in una struttura geometrica perfetta: un dodecaedro rotante che emetteva un debole segnale acustico, ritmato come un battito cardiaco.
«Eccolo», sussurrò Ahsoka, avvicinandosi. «Il battito di Kamino.»
Dall’interno del dodecaedro emerse una voce. Era distorta, carica di interferenze statiche, ma il timbro era inconfondibile per chiunque avesse vissuto le Guerre dei Cloni. Era la voce di un uomo che portava il peso di mille battaglie.
«…Qui Stazione Echo-3. Protocollo Shadow-Sweep attivo. Se state ricevendo questo messaggio su frequenza 99, significa che il sistema di sicurezza di Nala Se è stato compromesso. Il deposito non deve cadere. Ripeto: il deposito non deve cadere. Coordinate criptate sotto chiave Omega. Chiudete il cerchio…»
Il messaggio si interruppe bruscamente, lasciando la cabina in un silenzio assordante.
«Nala Se», mormorò Ahsoka, il volto improvvisamente pallido. «La scienziata capo di Kamino. Se lei ha lasciato un deposito nelle Regioni Ignote, non stiamo parlando di semplici armi.»
Aves si scambiò uno sguardo preoccupato con Wedge. «”Chiave Omega”? Immagino che si riferisca a te, giusto?»
Omega annuì lentamente, le mani ancora sui comandi. «È una sequenza genetica tradotta in codice binario. Il mio codice. Quel deposito… è una cassaforte che solo io posso aprire. Ma c’è di peggio.»
Indicò una piccola anomalia rossa che pulsava ai margini della mappa stellare appena apparsa. «Vedi questo segnale di ritorno, Aves? È un ping di tracciamento imperiale. Non siamo gli unici ad aver decifrato il Codice 99. Qualcuno ci sta usando per farci strada attraverso le perturbazioni delle Regioni Ignote. Stanno cavalcando la nostra scia iperspaziale.»
Wedge scattò verso la sedia del pilota, controllando i sensori di poppa. «Maledizione. Hanno un dispositivo di tracciamento a lungo raggio o un computer di navigazione classe Thrawn. Sono proprio dietro di noi, nell’ombra del nostro tunnel iperspaziale.»
«Quanto tempo abbiamo prima di uscire?» chiese Ahsoka, la mano che correva istintivamente all’elsa della sua spada laser.
«Tre minuti», rispose Aves, controllando i livelli di energia. «Usciremo proprio davanti alla Stazione Echo-3. Se quegli imperiali escono con noi, saremo in un corridoio della morte tra la stazione e una flotta nemica.»
Wedge strinse la cloche, il suo istinto da pilota d’élite che prendeva il sopravvento. «Non se li facciamo uscire nel posto sbagliato. Aves, prepara una contro rotazione dei motori. Omega, ho bisogno che tu sovraccarichi il segnale del Codice 99 proprio nell’istante in cui usciamo. Dobbiamo “accecarli” con il loro stesso tracciatore.»
Aves sorrise, un’espressione lupina che non prometteva nulla di buono per chi li inseguiva. «Un trucco da contrabbandiere eseguito da un pilota della Repubblica. Mi piace. Ma dovremo essere precisi al millisecondo, o finiremo spalmati su una nana rossa.»
«Andrà bene», disse Ahsoka, posando una mano sulla spalla di Omega. «Siamo una squadra di “difettosi”, dopotutto. È la nostra specialità.»

Il tunnel dell’iperspazio, quel vortice infinito di azzurro e cobalto, iniziò a tremare. Non era una turbolenza naturale; era l’effetto della massa gravitazionale della nave imperiale che, come un parassita, cavalcava la scia della Vanguard.
Capitolo 5: La Virata di Kessel (Versione Rogue)
«Trenta secondi all’uscita!» gridò Aves, le mani che volavano tra i regolatori di flusso e i compensatori inerziali. «Il cacciatorpediniere dietro di noi ha agganciato il nostro vettore. Se usciamo normalmente, ci troveremo le loro batterie binate puntate dritto negli scarichi.»
Wedge Antilles strinse la cloche, i muscoli degli avambracci tesi come corde di violino. Il suo sguardo era fisso sul cronometro balistico. «Aves, scollega il limitatore di spinta dei motori di manovra di sinistra. Omega, quando do il segnale, voglio che inverti la polarità del trasmettitore del Codice 99. Dobbiamo creare un’eco fantasma sui loro sensori.»
Omega annuì, il volto illuminato dal riflesso frenetico dei dati. «Ricevuto, Wedge. Sto caricando il buffer di memoria. Avrete una finestra di tre millisecondi prima che il sistema vada in corto.»
Ahsoka si ancorò ai sostegni della cabina, chiudendo gli occhi. Poteva percepire la fredda determinazione dei tre e, dietro di loro, la minaccia metallica dell’Impero. «Ora», sussurrò.
«Adesso!» ruggì Wedge.
La manovra fu una sinfonia di follia e precisione.
Nell’istante esatto dell’uscita dall’iperspazio, invece di decelerare linearmente, Wedge diede tutto gas ai propulsori laterali mentre Aves attivava i retro-razzi a ioni. La Vanguard non si limitò a uscire; effettuò una rotazione assiale violenta, un “rollio a botte” che la portò fuori dall’asse di navigazione previsto.
Contemporaneamente, Omega scatenò l’impulso. Un’ondata di rumore bianco elettronico, basato sulle frequenze distorte di Kamino, investì lo spazio circostante.
L’effetto fu devastante per gli inseguitori.
L’incrociatore imperiale, un Vigil-class, uscì dall’iperspazio puntando le armi dove la Vanguard avrebbe dovuto essere. Ma i loro sensori vennero accecati dal “fantasma” di Omega: per i computer imperiali, la nave di Karrde si era sdoppiata in dieci bersagli identici che scattavano in direzioni opposte.
«Hanno abboccato!» esclamò Aves, mentre la Vanguard sfrecciava in un volo radente tra i giganti di ghiaccio che circondavano la stazione.
Wedge non rallentò. Con una manovra che solo un pilota della Squadriglia Rogue avrebbe osato, infilò il cargo in una trincea naturale scavata in un asteroide di cristallo, spegnendo tutti i sistemi attivi tranne il supporto vitale minimo.
Rimasero in silenzio, nel buio della cabina, osservando sul monitor passivo la sagoma dell’incrociatore imperiale che passava a pochi chilometri da loro, sparando raffiche di turbolaser nel vuoto, dando la caccia a ombre che non esistevano più.
«Ditemi che qualcuno ha registrato questa manovra», mormorò Aves, asciugandosi il sudore con la manica. «Karrde la vorrà vendere come manuale d’istruzioni.»
Wedge accennò un sorriso stanco, ma i suoi occhi erano già fissi oltre l’asteroide. «Guarda là, Aves. Credo che i manuali d’istruzione non serviranno a nulla dove stiamo andando.»
Davanti a loro, sospesa nel nulla eterno delle Regioni Ignote, emerse la Stazione Echo-3.
Non somigliava a nulla che avessero mai visto. Era una struttura organica e slanciata, composta da lunghe guglie bianche che ricordavano le città di Kamino, ma corrosa dal tempo e circondata da un alone di energia violacea che distorceva la luce delle stelle lontane.
«È bellissima», sussurrò Omega, con una nota di terrore nella voce. «E sembra che ci stia aspettando.»
Ahsoka aprì gli occhi, la sua espressione farsi cupa. «Non è solo una stazione. È un santuario. E sento… sento che qualcuno, o qualcosa, è ancora sveglio là dentro.»
La Vanguard scivolò nell’hangar della stazione Echo-3 come un ago che si infila in una ferita aperta. Non ci furono raggi traenti, né comunicazioni: solo il sibilo del portellone stagno che si sigillava con un suono metallico, sordo e definitivo.
Capitolo 6: Il Cuore di Vetro di Kamino (la rivelazione)
L’interno della stazione era un incubo di estetica Kaminoana: corridoi cilindrici di un bianco asettico, illuminati da una luce azzurrina che sembrava provenire dalle pareti stesse. L’aria era gelida e sapeva di ozono e di soluzioni chimiche vecchie di decenni.
Aves imbracciò il suo fucile blaster, muovendosi in testa al gruppo. «Questo posto mi dà i brividi. È troppo pulito per essere abbandonato da trent’anni. Sembra che i padroni di casa siano appena usciti a fare una passeggiata.»
Wedge controllava il retro, il sensore di movimento al polso che emetteva un battito regolare. «Nessun segno di vita biologica, Aves. Ma i sistemi energetici sono al settanta per cento. Qualcosa sta tenendo accesa la luce.»
Ahsoka camminava al centro, le mani vicino alle else delle spade, i montrals tesi. «Non è vita quella che senti, Wedge. È una memoria. La Forza qui è… statica. Come un respiro trattenuto troppo a lungo.»
Arrivarono al nucleo centrale: una sala sferica dominata da enormi cilindri di clonazione trasparenti, ora vuoti, che si innalzavano verso il soffitto come colonne di un tempio dimenticato. Al centro, una console di comando d’oro e ossidiana brillava di una luce rossa pulsante.
Ahsoka osservò Omega muoversi tra i banchi di memoria della stazione con una precisione che tradiva la sua eredità. Per un istante, il profilo della donna si sovrappose a quello dei cloni che Ahsoka aveva guidato in battaglia. Rivide Cody che consultava un oloproiettore, sentì l’eco della voce sicura di Anakin che tracciava un piano d’attacco impossibile, e percepì l’ombra del sorriso rassegnato di Obi-Wan davanti all’ennesima pazzia del suo apprendista. Un tempo erano stati una famiglia, unita da un legame più forte del sangue. Ora, restavano solo frammenti di un mosaico distrutto, e lei era l’unica rimasta a ricordare il calore di quella luce prima che il fumo di Vader oscurasse ogni cosa.
«È qui», sussurrò Omega. Si avvicinò alla console, le dita che tremavano leggermente. «La Chiave Omega. Nala Se non voleva solo nascondere dei dati. Voleva proteggere l’unica cosa che l’Impero non poteva capire: la nostra umanità.»
Omega appoggiò il palmo della mano su uno scanner biometrico. Un raggio di luce verde scansionò la sua pelle, riconoscendo la sequenza genetica unica. All’istante, i monitor intorno a loro esplosero di vita. Immagini di cloni, mappe stellari delle Regioni Ignote e stringhe di codici medici iniziarono a scorrere a una velocità vertiginosa.
«Guarda qui», disse Omega, la voce rotta dall’emozione. «Non sono coordinate di guerra. È un database di stabilità genetica. Nala Se aveva trovato il modo di fermare l’invecchiamento accelerato dei cloni. Aveva creato una cura, Ahsoka. Una formula che potrebbe restituire ai miei fratelli, a Rex, a tutti quelli rimasti, gli anni che l’Impero ha rubato loro.»
Aves si avvicinò, scrutando i dati con occhio cinico. «Se l’Impero mette le mani su questo, non lo userà per curare i veterani. Lo userà per creare un esercito di cloni immortali sotto il comando di qualche Moff impazzito. Questo database è la cosa più pericolosa della galassia.»
«Ha ragione», intervenne Wedge, guardando verso l’alto. «E l’incrociatore imperiale ha appena smesso di dare la caccia alle ombre. Sono qui. Stanno attraccando al molo secondario.»
Un boato scosse la stazione. Gli Imperiali stavano forzando gli ingressi.
«Dobbiamo scaricare tutto e distruggere la stazione», disse Ahsoka, la sua voce ora ferma e autoritaria. «Omega, puoi farlo?»
«Posso scaricare la formula sul mio cilindro dati personale, ma il processo di cancellazione del server centrale richiederà tempo», rispose lei, collegando i cavi. «Qualcuno deve tenere occupati gli Imperiali nei corridoi.»
Aves guardò Wedge e sorrise, un’espressione carica di sfida. «Comandante, credo che sia giunto il momento di vedere se i tuoi trucchi da pilota funzionano anche con un blaster in mano.»
Wedge ricambiò il sorriso, controllando la carica del suo modulo. «Non deludermi, Aves. Ricordati che sono un consulente della Repubblica. Devo pur fare rapporto su come i contrabbandieri gestiscono la fanteria.»
I due si posizionarono ai lati del corridoio d’accesso principale, mentre Ahsoka accendeva le sue due lame bianche, che proiettavano ombre lunghe e rassicuranti sulle pareti bianche.
«Andate», disse Ahsoka a Omega. «Prendi quello che serve. Io, Wedge e Aves faremo in modo che nessuno interrompa il download.»
Mentre le prime uniformi nere dell’ISB apparivano in fondo al corridoio scortati da un gran numero di droidi Arakyd, il sibilo delle spade laser di Ahsoka e il ritmo cadenzato dei colpi di blaster di Wedge e Aves crearono una sinfonia di resistenza. Era una strana alleanza: un eroe della Repubblica, un contrabbandiere di Karrde e una Jedi senza ordine, tutti uniti per proteggere il futuro di una generazione di guerrieri che la galassia voleva dimenticare.
Il corridoio della stazione Echo-3 era saturo di fumo e del ronzio elettrico dei droidi sentinella Arakyd. Le macchine fluttuavano a mezz’aria, i loro sensori rossi che cercavano bersagli termici, mentre le squadre d’assalto dell’ISB, con le loro armature nere lucide, avanzavano in formazione perfetta, coprendosi a vicenda con una disciplina spietata.
Wedge si abbassò dietro un modulo di raffreddamento, sentendo i colpi pesanti degli assaltatori che scheggiavano il rivestimento. «Aves! Il fianco sinistro! Quei droidi Arakyd stanno aggirando la nostra copertura!» urlò, cercando di cambiare cella energetica con le mani che tremavano per l’adrenalina.
Aves, dall’altro lato, non stava sparando. Era immobile, con il fucile abbassato, lo sguardo fisso oltre la barricata.
«Aves! Ma che diavolo fai?! Muoviti!» ruggì Wedge.
Il contrabbandiere si riscosse, scaricando una raffica frenetica verso un droide sentinella prima di voltarsi verso il pilota, gli occhi sgranati. «La vedi?! Wedge, dimmi che la vedi anche tu!»
«Chi?! Ahsoka? Certo che la vedo, sta tenendo la linea!»
No, Wedge, guardala bene!» urlò Aves, indicando con un cenno del capo il turbine bianco che si stava scagliando contro la fanteria dell’ISB. «Io c’ero alla Katana! Ero sui monitor tattici della Wild Karrde mentre Skywalker ripuliva i ponti della flotta oscura. Era preciso, calmo… un chirurgo con la spada laser. Ma questa… questa è un’altra categoria! Non sta combattendo, sta riscrivendo le leggi della fisica!»
Wedge sporse la testa e rimase senza fiato. Ahsoka era un lampo di luce tra le corazze nere degli assaltatori. Con una torsione del corpo che sembrava ignorare l’inerzia, defletteva i colpi precisi degli ISB rispedendoli esattamente nelle giunture dei droidi Arakyd. Un droide esplose in una pioggia di scintille mentre lei, già a mezz’aria, atterrava sulla schiena di un assaltatore, usandolo come perno per lanciare una spinta della Forza che sbalzò un’intera squadra d’élite contro le pareti di metallo.
«Skywalker sembrava… un cavaliere!» continuò Aves, urlando per farsi sentire sopra il sibilo delle lame laser. «Lei sembra un maledetto errore del sistema! Come fa a sapere dove saranno i colpi degli ISB prima ancora che premano il grilletto?!»
Wedge ricaricò, il respiro corto. «Si chiama addestramento, Aves! Trent’anni di guerra galattica! Luke ha imparato quando la festa era già finita… lei è cresciuta nelle trincee guidando i cloni contro i droidi della Federazione!»
«Non è addestramento, è stregoneria!» replicò Aves, abbattendo un soldato nero che tentava una manovra di aggiramento. «Guarda il ritmo! Non spreca un solo respiro! Se avessimo avuto lei sulla Vanguard avremmo preso il centro di comando di Coruscant in dieci minuti!»
«Pensa a sparare, scavezzacollo!» urlò Wedge con un ghigno teso, tornando a fare fuoco di copertura. «Lascia che la “stregoneria” ci riporti a casa tutti interi!»
«Wedge, abbassati!» l’urlo di Omega squarciò il ronzio dei blaster un istante prima che un raggio di una sentinella Arakyd bruciasse l’aria dove si trovava la testa del pilota.
Omega non usava un fucile standard. Impugnava un arco energetico modificato, un cimelio di Zygerria che faceva fischiare l’aria a ogni rilascio. Mentre Ahsoka era un turbine al centro della stanza, Omega si muoveva come un’ombra lungo le passerelle superiori, fornendo una copertura che rasentava la preveggenza.
«Aves, ore due! Seconda flangia del generatore!» ordinò Omega. La sua voce era ferma, con quella cadenza precisa che Wedge aveva sentito solo nei vecchi nastri tattici delle Guerre dei Cloni.
Aves obbedì per puro istinto, abbattendo un soldato dell’ISB un istante prima che questi lanciasse un detonatore. «Ma come fai? Sembra che tu legga le loro mosse prima ancora che ci pensino!» urlò il contrabbandiere, rannicchiandosi mentre i detriti del soffitto piovevano intorno a lui.
Omega scoccò un dardo energetico che mandò in corto circuito i sistemi di puntamento di un droide Arakyd. «Ho passato la vita a studiare come reagisce la gente sotto pressione, Aves.» rispose lei, senza distogliere lo sguardo dal mirino. «I soldati dell’ISB sono addestrati bene, ma sono rigidi. Seguono i manuali. Una volta che capisci il ritmo del loro battito, sai già dove sposteranno il peso per sparare. È solo questione di tempismo.»
Wedge, colpito dalla freddezza di quell’analisi, si sporse per coprirla. «Omega, la struttura sta collassando! Il nucleo a ioni è diventato instabile. Tra meno di un minuto la gravità artificiale inizierà a fluttuare!»
«Lo so, Comandante! Per questo sto mirando ai loro stabilizzatori!» Omega balzò giù dalla passerella con un’agilità che ricordò a Wedge, per un istante doloroso, i movimenti di un commando dei cloni. Atterrò accanto ad Ahsoka proprio mentre la Jedi parava un colpo di folgoratore pesante.
Per un breve secondo, le due donne si guardarono. La Jedi e l’ultimo esperimento di Kamino.
«Il settore 4 è isolato,» disse Omega, ricaricando l’arco. «Se sovraccarichiamo i sensori dei droidi Arakyd rimasti, creeremo un’interferenza a catena. Ci darà la finestra per raggiungere la Vanguard.»
Ahsoka sorrise, un’espressione tagliente sotto il sudore e la polvere della battaglia. «Proprio come avrebbe fatto Rex. Wedge, Aves! Al mio segnale, correte verso l’hangar! Omega, pensa tu ai sensori!»
«Consideralo fatto, Maggiore,» rispose Omega. Quel titolo, usato per Ahsoka decenni prima, risuonò nel corridoio come un richiamo alle armi di un’epoca sepolta.
Capitolo 7: Il Peso del Futuro
Il countdown della stazione Echo-3 risuonava come un rintocco funebre nelle ossa.
Un tremito profondo, una vibrazione a bassa frequenza che fece vibrare i denti di Wedge, scosse l’intera stazione. Non era un’esplosione, era peggio: il collasso del contenimento magnetico. «I serbatoi di deuterio sono andati!» urlò Wedge guardando il suo datapad. «La stazione sta diventando un buco nero artificiale. Abbiamo meno di quattro minuti prima che la struttura imploda su se stessa!»
Mentre correvano lungo il corridoio centrale, un intero settore del soffitto si staccò. Ahsoka non si fermò. Sollevò entrambe le mani e, con uno sforzo che le fece tendere i muscoli del collo, sostenne tonnellate di metallo e cavi sibilanti mentre Wedge, Aves e Omega scivolavano sotto di lei. «Correte! Non posso sfidare la gravità per sempre!» la sua voce era una lama di pura volontà sopra il fragore del metallo che si accartocciava.
Improvvisamente, la gravità artificiale si invertì per un secondo, poi sparì del tutto. Aves si ritrovò a galleggiare, imprecando mentre cercava un appiglio. «Wedge! Gli stabilizzatori inerziali sono saltati! Se non raggiungiamo l’hangar ora, moriremo schiacciati contro le pareti quando la stazione inizierà la rotazione di morte!»
Ahsoka, con la grazia di chi ha combattuto in ogni condizione estrema, usò le pareti come trampolini, afferrando Aves e Omega per le cinture e proiettandoli verso la paratia successiva con una spinta telecinetica controllata. «Usate l’inerzia, non combattetela!»
Aves e Wedge correvano lungo la passerella d’imbarco, coperti dal riverbero bianco delle lame di Ahsoka, che defletteva con precisione sovrumana le ultime raffiche dei cloni imperiali superstiti.
«Sali, Omega! Muoviti!» gridò Aves, spingendola dentro il portellone della Vanguard proprio mentre i bulloni magnetici della stazione iniziavano a cedere.
Wedge si tuffò letteralmente nel sedile del pilota, le dita che volavano sui comandi per una sequenza di accensione d’emergenza. «Aves, dammi tutto quello che hai nei motori! Non voglio essere qui quando Nala Se deciderà di chiudere bottega per sempre!»
La Vanguard si staccò dal molo con un sussulto violento, come un Mynock con la coda in fiamme. Alle loro spalle, la stazione Echo-3 non esplose in una palla di fuoco convenzionale; implose in un vortice di luce violacea, collassando su se stessa e portando con sé ogni traccia di quei segreti genetici. Le Regioni Ignote tornarono a essere buie e silenziose, come se nulla fosse mai accaduto.
Qualche ora dopo, nel silenzio ovattato dell’iperspazio, la tensione finalmente si sciolse. Il ronzio rassicurante dei motori della Vanguard era l’unica colonna sonora in una cabina che puzzava ancora di ozono, sudore e polvere bruciata.
Wedge e Aves erano seduti nella cabina principale, i gomiti puntati sul tavolo graffiato, davanti a due tazze di caffè sintetico bollente che fumavano pigramente. Si guardarono per un lungo istante: Wedge aveva una striscia di cenere sulla fronte e l’uniforme della Nuova Repubblica strappata sulla spalla; Aves aveva le nocche sbucciate e il gilet segnato dai colpi di striscio degli ISB.
«Sai, Antilles», esordì Aves, rompendo il silenzio con un mezzo sorriso salace. «Per essere un burocrate della Repubblica che passa metà del tempo a lucidarsi le medaglie e a compilare moduli, te la cavi piuttosto bene nel fango. Quasi come un onesto contrabbandiere.»
Wedge rise, un suono stanco ma sincero che sembrava espellere tutta l’adrenalina accumulata. «E tu, Aves, per essere uno che lavora per un uomo che venderebbe sua madre per una coordinata iperspaziale, hai un senso del dovere che farebbe arrossire un ammiraglio di flotta. Forse c’è speranza per questo buco di galassia, dopotutto.»
Si guardarono fisso negli occhi, poi, senza bisogno di altre parole, si strinsero la mano. Una stretta breve, d’acciaio, sporca di grasso e polvere: il sigillo di un’amicizia nata nel fuoco, un ponte gettato tra il mondo delle regole e quello delle ombre.
Wedge e Aves rimasero lì, immersi nel ronzio dei motori, convinti di essere gli unici svegli in quella parte della nave. Si sentivano finalmente al sicuro, liberi di abbassare la guardia come solo due vecchi soldati possono fare quando la morte li ha appena mancati di un soffio. Credevano di non essere visti affatto, di aver trovato un momento di assoluta, privata sincerità.
Non avevano idea che, nella penombra del corridoio che portava alle cuccette, due paia di occhi li stessero osservando in silenzio.
Omega accennò un sorriso raro, quasi impercettibile. «Non sono come i cloni», mormorò a Ahsoka. «Non hanno chip, non hanno condizionamenti. Hanno scelto di rischiare tutto solo perché era la cosa giusta da fare.»
Ahsoka rimase a guardare Wedge e Aves con un rispetto profondo. «È proprio per questo che sono straordinari, Omega. Noi siamo state costruite per la guerra. Loro… loro l’hanno vinta senza essere stati invitati.»
Omega sospirò, lo sguardo perso nei ricordi della Marauder. «Hunter avrebbe apprezzato la loro testardaggine. E Wrecker… beh, avrebbe sicuramente voluto sfidare Aves a chi beve più caffè. Hanno lo stesso spirito della Batch. Quella capacità di improvvisare quando tutto va a rotoli.»
Ahsoka annuì, e per un istante i suoi pensieri volarono più lontano, a uomini e donne alla fine del loro percorso e ad uomini e donne che non c’erano più. «Piacerebbero molto anche a Rex. Lui cercava sempre quel tipo di lealtà che non arriva da un decreto del Senato. E Obi-Wan…» fece una piccola pausa, gli occhi lucidi di una malinconia dolce. «Kenobi avrebbe adorato l’ironia di Aves. Avrebbe detto che è la prova che la Galassia ha ancora un senso dell’umorismo, nonostante tutto. Anche Kanan e Hera avrebbero trovato in loro lo stesso fuoco che ha fatto nascere la Ribellione.»
Ahsoka fece un passo indietro, svanendo nell’oscurità per lasciare i due uomini alla loro meritata solitudine. «Finché ci saranno persone così, Omega, non importa quante volte l’oscurità ritornerà. Avrà sempre qualcuno pronto a prenderla a calci. E finché loro combattono, il sacrificio di chi è venuto prima di noi ha ancora un senso.»
Il viaggio terminò su un pianeta lontano dai radar della Nuova Repubblica, un santuario di scogliere e mare calmo: Pabu.
Sulla spiaggia, mentre le tre lune sorgevano all’orizzonte, una figura imponente e brizzolata aspettava vicino alla riva. Nonostante l’invecchiamento accelerato gli avesse solcato il volto, la postura di Rex era quella di un uomo che non aveva mai smesso di proteggere i suoi. Ma non era solo. Poco dietro di lui, Hunter osservava l’orizzonte con i sensi allertati, mentre la sagoma massiccia di Wrecker spiccava contro le luci della cittadella, intento a scaricare provviste poco lontano.
Omega gli si avvicinò lentamente. I suoi passi sulla sabbia erano l’unico suono oltre allo scroscio delle onde. Non disse nulla; le era bastato scambiare uno sguardo d’intesa con Hunter per capire che era a casa. Porse a Rex il piccolo cilindro dati che conteneva il patrimonio genetico lasciato da Nala Se.
Rex lo prese tra le mani possenti, guardandolo con una solennità quasi religiosa. Sapeva che quel piccolo oggetto avrebbe cambiato tutto: non era solo una sequenza genetica, era la stabilità. Significava che lui, Hunter e tutti i fratelli rimasti potevano finalmente smettere di contare i giorni che restavano e iniziare a contare quelli che avrebbero vissuto.
Ahsoka si affiancò al vecchio amico, osservando il mare. «È un nuovo inizio, Rex. Per tutti voi. Nala Se ha finalmente mantenuto la sua promessa.»
Rex alzò lo sguardo verso la rampa della Vanguard. Wedge e Aves erano lì, in piedi, testimoni silenziosi di un segreto che la Galassia non avrebbe mai dovuto conoscere del tutto. Rex portò la mano alla tempia in un saluto militare secco, un gesto che Hunter copiò immediatamente, breve e carico di rispetto.
«Grazie, ragazzi», disse Rex, la voce roca ma ferma. «Avete fatto molto più che recuperare dei dati o un esperimento. Avete restituito il tempo a chi non ne ha mai avuto. Qui su Pabu c’è sempre un posto per chi sa mantenere la parola data.»
Aves incrociò le braccia, guardando il tramonto di Pabu e la vita che pullulava su quelle scogliere. Per la prima volta da anni, non stava calcolando la percentuale per Karrde. Sentiva che quella era stata la missione più redditizia della sua vita, un investimento in qualcosa che non si poteva comprare: la libertà di una famiglia.
«Andiamo, Comandante», disse Aves rivolgendosi a Wedge, con la solita maschera da contrabbandiere che però faticava a nascondere un lampo di soddisfazione. «Torniamo su Coruscant. Han Solo ci deve una spiegazione su Omega… e io ho una scommessa da riscuotere con Karrde. Quel vecchio volpone non crederà mai che abbiamo consegnato il carico più prezioso dell’universo senza chiedere un credito in cambio.»
Wedge sorrise, ricambiando il saluto di Rex. «Almeno avremo qualcosa di vero da raccontare a Solo, Aves. Se riusciremo a trovarlo sobrio.»
La Vanguard accese i motori, sollevandosi verso le stelle e lasciando dietro di sé una speranza che profumava di sale marino. Sulla sabbia, Omega si voltò verso Hunter e Rex, sapendo che stavolta non c’era più bisogno di fuggire. Il futuro era finalmente loro.
Epilogo
L’hangar privato del Palazzo Imperiale su Coruscant non era esattamente il posto più discreto della galassia, ma per Han Solo la discrezione era un concetto elastico, specialmente quando c’erano di mezzo vecchi debiti e storie incredibili.
La Vanguard atterrò con un tonfo metallico pesante, i motori che sibilavano come un vecchio animale stanco. Quando la rampa si abbassò, Aves e Wedge scesero barcollando, coperti da una crosta di polvere bianca di Kamino. Ad aspettarli, oltre ad Han e all’imponente sagoma di Chewbacca, c’era una figura che emanava una calma quasi irreale: Luke Skywalker.
«Per tutti i soli di Tatooine», esclamò Han, allargando le braccia. «Vi mando a fare una passeggiata e mi riportate indietro un rottame. Chewie dice che la vernice della Vanguard è irrecuperabile.» Il Wookiee ruggì di rimando, scuotendo la testa verso Aves.
«Risparmiati i commenti, Han», ribatté Aves, passandosi una mano sul viso sporco. «Abbiamo affrontato l’ISB, una stazione da incubo e una Jedi che ci ha usato come bersagli mobili. Karrde vorrà un aumento del trecento per cento».
Wedge, cercando di sistemarsi l’uniforme, guardò Han e poi Luke. «E a proposito di spiegazioni… Omega. Han, sapevi perfettamente chi era, vero? Sapevi che era l’ultimo legame vivente con i cloni».
Han fece un mezzo sorriso storto. «Diciamo che avevo dei sospetti. Sapevo che c’era una donna là fuori che faceva impazzire l’Impero da trent’anni senza mai farsi prendere. Ma Luke… lui ha percepito qualcos’altro.»
Luke fece un passo avanti, lo sguardo fisso sulla rampa deserta. «Avete protetto molto più di un segreto genetico,» disse Luke, con una voce che sembrava vibrare di un’antica saggezza. «Riportando Omega su Pabu, avete permesso a Ahsoka di chiudere un cerchio aperto durante le Guerre dei Cloni. Lei è il ponte tra ciò che eravamo e ciò che possiamo diventare».
Fece una piccola pausa, gli occhi azzurri carichi di rispetto. «Vederla combattere di nuovo, sapere che Ahsoka è ancora là fuori a vegliare sui suoi amici, dà a questa nuova epoca una speranza che i libri non possono insegnare. Lei non è solo una sopravvissuta; è la prova che la luce non si spegne mai, se qualcuno ha il coraggio di portarla nel buio. Avete fatto un grande servizio alla Forza, anche se non la sentite».
Chewbacca emise un latrato sommesso, quasi rispettoso, dando una pacca sulla spalla a Wedge che quasi lo fece cadere.
«Ma dov’è finita la nostra ospite?» chiese Han, tornando al suo tono pragmatico. «Volevo offrire un drink a Omega al Lucky Despot. Scommetto che quella bionda ha delle storie sulla Bad Batch che farebbero impallidire i racconti di Lando».
«È rimasta su Pabu con Ahsoka e la sua famiglia», rispose Wedge, sorridendo. «Aveva una cosa da consegnare. Una cosa chiamata “tempo”, Han. Credo fosse l’unica cosa che le mancava davvero».
Han annuì, poi lanciò ad Aves un piccolo modulo di credito. «Karrde ha già incassato, ma questo è un extra per aver riportato il Comandante Antilles tutto intero».
Aves afferrò il modulo al volo. «Accettato. Ma la prossima volta, Han… usa un droide. Io e Wedge abbiamo già dato».
Han rise di gusto, dando una pacca sulla schiena ad Aves mentre si incamminavano. «Oh, andiamo! Avete salvato il futuro dei cloni e visto le Regioni Ignote. Praticamente una vacanza!».
«Una vacanza», mormorò Wedge, scambiando uno sguardo d’intesa con Aves. «L’anno prossimo, Aves, solo io, Iella, tu e Shada su Myrkr, su quell’isoletta che chissà come hai convinto Karrde a lasciarti. Solo lago, silenzio e una cassa di Whyren’s Reserve».
«Affare fatto, Comandante», rispose il contrabbandiere con un ghigno. «Niente Jedi, niente cloni. Solo noi e qualche Vornskr».
Mentre le luci di Coruscant brillavano oltre le vetrate, i quattro si allontanarono nell’ombra, lasciandosi alle spalle una galassia che, per merito loro, era un po’ più luminosa e molto meno spaventosa.
I due accelerarono il passo, lasciando Luke, Han e Chewie qualche metro indietro, immersi in un silenzio carico di perplessità. Han si fermò di colpo, scambiando un’occhiata con il Wookiee, che emise un grugnito di puro sbigottimento, inclinando la testa di lato.
«L’hai sentito anche tu, vero?» chiese Han, indicando con il pollice i due che si allontanavano. «Wedge Antilles, il ragazzo che segue il regolamento anche quando dorme, ha appena pianificato una vacanza clandestina con un trafficante di Karrde. Su Myrkr. In mezzo ai predatori che cacciano i Jedi».
Luke scosse la testa con un sorriso incredulo, incrociando le braccia. «Se ripenso a quando si sono conosciuti… Wedge gli ha restituito quel mercantile sequestrato solo per dovere diplomatico e Aves sembrava pronto a pugnalarlo alle spalle al primo accenno di… oh beh… di qualunque cosa. E ora si spartiscono le casse di Whyren’s e vanno in vacanza assieme».
Chewbacca ruggì una breve serie di latrati gutturali, chiaramente una battuta sarcastica rivolta a Han.
«Ehi! Non è la stessa cosa!» ribatté Han, riprendendo a camminare con una risata strozzata. «Io e te siamo un’istituzione. Ma quei due? Un eroe di Endor e un pirata gentiluomo che vanno a pesca insieme? Se lo racconti in giro, la gente pensa che la pressione nelle Regioni Ignote ti abbia dato alla testa».
Mentre le luci di Coruscant brillavano oltre le vetrate, i cinque si allontanarono nell’ombra, lasciandosi alle spalle una galassia che, per merito loro, era un po’ più luminosa e molto meno spaventosa.
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