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Andrea, amico di lunga data ed appassionato come me di segnatempo, ha voluto condividere una serie di interessanti commenti e completamenti sull’articolo “Oltre la Corona: il genio incompreso di CFB e la cecità di un mercato che ha smesso di studiare” pubblicato qualche giorno fa.

Talmente interessanti che l’ho invitato a far diventare a loro volta questi suoi commenti un articolo tutto suo e lui, incredibilmente, ha accettato (non ha ancora capito in che ginepraio si è cacciato 🙂 )

L’articolo di Andrea, pur esprimendo un punto di vista non dissimile da quanto scritto nell’articolo originario, osserva alcuni aspetti che rappresentano una lettura leggermente diversa ed ampliano l’orizzonte osservato in quel lavoro.

Quindi, un grandissimo grazie ad Andrea per il suo coraggio, ed eccovi dunque il primo articolo del sito scritto da un autore “ospite”. Riporto l’articolo esattamente come scritto da Andrea, i soli adattamenti fatti sono quelli per renderlo “gradito” ai SEO.

Ho letto con grande interesse l’articolo di Daniele su Carl F. Bucherer e, da amico e appassionato di orologi, non ho potuto fare a meno di commentarlo, come spesso facciamo tra di noi.

Premetto che i nostri punti di vista sono spesso piuttosto vicini e che, anche in questo caso, non posso che concordare con molto di quanto scritto. Daniele mi ha però chiesto di scrivere una sorta di replica, perché è sempre interessante e stimolante confrontarsi anche con prospettive differenti.

L’ulteriore premessa che devo fare, prima di entrare nel merito, è che non sono un esperto di orologeria, ma soltanto un semplice appassionato e, tanto meno, uno scrittore.

Detto ciò, vorrei concentrarmi su tre dei brand citati nell’articolo: Rolex, Carl F. Bucherer e Mido.

Rolex: lunga vita al Re!

Come già detto da Daniele, sarebbe riduttivo e banale pensare che Rolex occupi la posizione di oggi soltanto grazie al marketing e alla pubblicità/sponsorizzazioni. Certamente il brand eccelle in queste aree ed è probabilmente il migliore del settore sotto questi aspetti.

Tuttavia, Rolex propone anche alcuni dei movimenti più robusti del panorama orologiero, seppur spesso relativamente semplici. Sono i classici orologi che potresti dimenticare per vent’anni in un cassetto e che poi, dopo qualche giro di corona, ripartono come per magia senza battere ciglio.

Non solo: Rolex propone anche, come qualunque appassionato che li abbia provati probabilmente confermerebbe, alcuni dei migliori bracciali del mercato, spesso capaci di mettere in ombra persino quelli di brand più costosi.

Tutto questo per dire che la Corona merita di stare al vertice del settore. Dobbiamo però essere consapevoli che, da un punto di vista puramente tecnico, esistono molti brand che superano Rolex — e non di poco — e che possono essere considerati vere maison artigianali.

Carl F. Bucherer e la dismissione del brand: perché “non ci si presenta armati di coltello ad uno scontro a fuoco”

L’acquisizione di Carl F. Bucherer da parte di Rolex è stata qualcosa di inevitabile, considerando il rapporto tra le due famiglie e la mancanza di un erede diretto dell’impero Bucherer.

La dismissione del brand mi è dispiaciuta, perché sono sempre stato un simpatizzante degli “underdog”. Anche qui, però, penso che l’esito fosse inevitabile.

Capisco però anche il senso più profondo della riflessione di Daniele: al di là dei numeri e delle logiche di mercato, ogni volta che un marchio storico sparisce, il settore perde inevitabilmente un pezzo della propria varietà culturale e creativa. Ed è probabilmente questo il vero punto emotivo della vicenda.

Per valorizzare davvero il brand, Rolex avrebbe dovuto investire milioni, correndo inoltre il rischio di creare una concorrenza interna. Un’alternativa possibile sarebbe stata utilizzare CFB per le alte complicazioni, ma questo lo avrebbe posto, in un certo senso, al di sopra di Rolex stessa, indebolendo l’immagine della Corona. Commercialmente, quindi, non avrebbe avuto molto senso.

Ma non è dipeso solo da Rolex

Ritengo però che questa scelta non dipenda soltanto dalla mancanza di volontà del Re di condividere la propria corona o da una fredda logica aziendale. Credo anche che CFB ci abbia messo del suo, presentandosi — usando una citazione cinematografica — “armata di coltello ad uno scontro a fuoco”.

Se da un lato è vero, come detto da Daniele, che CFB vanta una storia centenaria e numerosi brevetti, dall’altro è mancato il “guizzo”, quel qualcosa che potesse davvero distinguerla e renderla memorabile. Il rotore periferico è certamente interessante, ma non realmente dirompente.

Vi porto tre esempi di brand che, secondo me, hanno dato al settore molto più di CFB in termini di innovazione e che, nonostante questo, possono solo inseguire Rolex nei volumi di vendita. E se non ci sono riusciti loro, come avrebbe potuto farcela CFB?

Tre esempi

Il primo esempio è Jaeger-LeCoultre, maison nota come “the watchmaker’s watchmaker”, tra i brand con il maggior numero di calibri sviluppati internamente. Calibri talmente apprezzati da essere stati incassati anche da gloriosi nomi della Holy Trinity svizzera, come Patek Philippe e Vacheron Constantin, per citarne solo alcuni. Nonostante un pedigree del genere, JLC non è nemmeno vicina a Rolex in termini di successo commerciale.

Il secondo esempio è Omega, un brand che da anni prova a dare la caccia a Rolex, ma che continua a inseguire. Personalmente amo molto questo marchio e va ricordato che ha industrializzato lo scappamento coassiale, inventato dal genio di George Daniels. Pensate all’impatto di riprogettare completamente un componente fondamentale dell’orologio, riducendo attrito e usura e migliorando la cronometria. Eppure, anche loro inseguono.

Infine, il terzo esempio è Grand Seiko, altro marchio che apprezzo enormemente. Oltre a produrre alcuni dei quadranti più belli mai realizzati, è stato anche in grado di industrializzare il movimento Spring Drive. So bene che ad alcuni appassionati non piaccia perché considerato poco più di un quarzo, ma si tratta in realtà di un vero ibrido tra meccanica ed elettronica, nonché di una delle poche grandi innovazioni degli ultimi cinquant’anni in un settore piuttosto statico.

Il valore dei tre esempi

Questi tre esempi mi servono per dire che, se nemmeno brand che hanno portato innovazioni autentiche sono riusciti a scalfire davvero lo strapotere di Rolex, allora non potevamo pretendere un’impresa simile da Carl F. Bucherer, per quanto io stesso abbia sempre tifato per loro.

La verità, forse brutale, è che CFB non è mai riuscita a costruire nell’immaginario collettivo degli appassionati un simbolo forte quanto un Reverso, uno Speedmaster o uno Snowflake. Innovazioni interessanti ma non rivoluzionarie, unite all’assenza di un modello realmente iconico — forse con l’eccezione del Manero — mi fanno pensare che le forze in campo fossero semplicemente imparagonabili.

Concludo questo punto dicendo che io descrivo Rolex come l’Amazon dell’orologeria: se decide di venire dalle tue parti, è meglio che tu ti sposti per non finire polverizzato. L’unica possibilità è ritagliarsi una nicchia che non sia di suo interesse. In questo modo puoi sopravvivere, ma restando comunque dentro la tua piccola nicchia.

E in questo, alcuni brand sono stati più bravi di altri, collocandosi nel segmento della vera artigianalità, come H. Moser & Cie o Parmigiani Fleurier.

Mido: un brand da tenere d’occhio

Trovo che ultimamente Mido stia lavorando davvero bene, con prodotti riusciti e un pricing interessante.

Possiedo un ottimo Multifort TV Big Date e in passato ho avuto in collezione un altro modello della casa, quindi posso tranquillamente considerarmi un fan del marchio.

Concordo però pienamente con Daniele nel ritenere assurdo il paragone con Rado e, ancor di più, con Longines.

A differenza di Daniele non ho letto articoli che facessero questo tipo di accostamento, ma per smontarlo basterebbe osservare la piramide di posizionamento dei brand dello stesso Swatch Group.

Mido viene generalmente collocata sopra l’entry level rappresentato da Tissot e al pari di Hamilton, ma ancora al di sotto del segmento cosiddetto “entry-level luxury”, dove troviamo proprio Rado, Longines e la meno nota Union Glashütte.

Longines, in particolare, offre finiture che non sfigurano affatto accanto a quelle di Omega — provare per credere: io stesso l’ho constatato tenendo un Omega Seamaster Aqua Terra nella mano destra e uno Longines Spirit Zulu Time nella sinistra — e soprattutto può vantare una storia di tutt’altro livello.

Mido è insomma un ottimo brand, capace di offrire qualità e valore e che recentemente viene spinto anche al di fuori di mercati dove era già molto noto, come il Messico — ricordate le versioni speciali del Commander dedicate al Día de los Muertos? — e il Giappone. Deve però fare ancora molta strada prima di poter essere accostato a un mostro sacro come Longines.

Dunque, cara Mido: testa bassa e pedalare. Ma continua così.

Direi che ho sproloquiato abbastanza a lungo, quindi concludo ringraziando Daniele per lo spazio che mi ha voluto dedicare. Spero almeno di aver portato qualche ulteriore spunto di discussione o, quantomeno, un punto di vista diverso.