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Arriva sempre quel momento, quello del “Ma tu…”. A volte si palesa a metà di una cena o durante una chiacchierata davanti ad un buona colazione con gli amici di sempre. In quel caso, sia chiaro, la faccenda è amabile: ci si prende ampiamente e vicendevolmente in giro per le nostre rispettive, assurdamente diverse passioni. C’è chi colleziona ore sui campi da padel, chi si danna l’anima dietro a una squadra di calcio, chi a rincorrere le ultime novità tecniche e chi – come me – viene bonariamente etichettato come il “quello che non sta bene” perché passa la serata a tarare antenne o a studiare circuiti, o perfino a scrivere “cose”.

È il gioco sano e vitale delle relazioni vere: ci si prende in giro, si ride di gusto e tutto si risolve in leggerezza e calore umano davanti a un buon bicchiere o a un lussurioso cornetto alla nutella. E guai se mancassero questi spazi di libertà, così scanzonati e totalmente ironici. Sapersi guardare da fuori e sorridere dei propri spigoli e delle proprie manie è un esercizio di salute mentale; è l’antidoto alla rigidità di chi si prende troppo sul serio e la conferma che un’amicizia è solida proprio perché sa essere piacevolmente dissacrante.

E poi arriva il problema, le e-mail senza filtro

Il problema sorge quando la faccenda si fa decisamente meno ironica. Ed è il caso di certe e-mail che mi arrivano dritte nella casella di posta da parte di lettori sconosciuti (purtroppo, sia chiaro, è una cosa normale, vecchia quanto il web). Lì non c’è traccia di goliardia, ma solo una critica fredda, distaccata e geometrica, dove il tono rilassato lascia il posto a un’irritazione quasi indispettita. Il concetto, spogliato dai convenevoli della netiquette, è sempre lo stesso: com’è possibile che un professionista spenda ore della propria settimana a scrivere articoli approfonditi, a documentarsi su standard tecnici, a gestire l’infrastruttura di un server, a tarare antenne o a regolare millimetricamente orologi meccanici senza che ci sia dietro un ritorno economico, una monetizzazione visibile o una sponsorizzazione?

Di recente, un’e-mail particolarmente colorita ha superato i confini della solita critica per diventare un perfetto caso di studio. Raccolgo lo spunto: non per imbastire una difesa personale – che sarebbe superflua – ma per capovolgere la prospettiva e osservare da vicino questo cortocircuito culturale.

Ed ecco la “miccia”

Per trasparenza, e per mostrare quanto sia radicata questa visione, riporto di seguito il testo del messaggio, esattamente come è arrivato nella mia casella di posta (omettendo il nome del mittente, per i motivi che chi mi segue ormai conosce perfettamente):

Oggetto: ma chi te lo fa fare?? / tempo perso

Daniele sono finito x caso sul tuo sito e gli ho dato un occhiata sinceramente rimango senza parole.. Ma tu non hai proprio un cazzo da fare tutto il giorno?? Scrivi dei papiri lunghissimi su laqualunque.. e fai tutto gratis senza sponsor e senza vendere niente.. Passi le serate a perdere tempo nel nulla x quattro gatti su un sito vecchio e stantio che va contro la tecnologia moderna!! Nel mondo reale la gente normale dopo il lavoro stacca (sempre che ce l hai il lavoro) la spina produce fatturato si diverte e vive.. Ma ce l hai una vita?? Trovati un hobby da persona normale se hai tutte queste ore vuote da buttare che se non ce l hai una vita fattela.

Vale la pena spendere una risposta?

Credo di sì, se non altro per condividere una riflessione con questa specifica categoria di critici: quelli della tastiera facile, del ditino puntato e dello sfogo acido. Secondo la logica di quei leoni da tastiera, chi porta avanti un progetto come questo sta solo sprecando il proprio tempo per riempire un vuoto. C’è però un paradosso evidente in un attacco così diretto. Costruire e inviare una critica strutturata richiede l’esatta risorsa che il mittente sostiene di non avere: il tempo. Sprecare decine di minuti a leggere e poi a sindacare su come uno sconosciuto impieghi le sue serate è, ironicamente, la prima smentita della tesi che si vorrebbe dimostrare.

L’accusa implicita di quel messaggio è comunque lineare: nell’era del consumo rapido, chi decide di non allinearsi è spacciato. Se rifiuti di produrre video da quindici secondi o contenuti mirati a monetizzare, e se osi investire tempo, rigore e attenzione per dare forma a materiale approfondito – offrendolo senza scopi commerciali o di visibilità – per la narrazione dominante sei un disoccupato della mente. Uno che non ha alternative migliori.

Armati di un briciolo di rigore scientifico e di sana ironia nerd, proviamo allora a capovolgere la prospettiva: andiamo a vedere chi sia, tra le due parti, ad avere davvero un problema con la gestione del proprio tempo.

Il paradosso del tempo consumato: l’analisi dei log sociali

Per capire dove stia il cortocircuito culturale, è utile abbandonare le opinioni e affidarsi alla misura, l’unico strumento capace di fotografare la realtà.

Oggi, le statistiche globali sulla navigazione e sull’uso dei dispositivi mobili ci dicono che una persona media passa tra le due e le tre ore al giorno incollata sullo schermo di uno smartphone o di un tablet. Questo tempo non viene speso per studiare una lingua, programmare o leggere la documentazione di un sistema operativo; viene consumato rimbalzando nel vuoto spinto dello scrolling infinito di un social network qualsiasi o subendo passivamente un algoritmo di raccomandazione progettato con un unico scopo neurobiologico: trattenere l’attenzione dell’utente il più a lungo possibile per venderla al miglior offerente pubblicitario.

Facciamo due calcoli da fisici. Due ore al giorno, proiettate su base annuale, fanno più di 700 ore all’anno. Se la media si alza verso le tre ore – come accade in gran parte delle fasce demografiche produttive – superiamo abbondantemente le 1000 ore all’anno. Mille ore. Per darvi un parametro di confronto ingegneristico, mille ore corrispondono a circa quaranta giorni interi di ventiquattro ore dedicati esclusivamente alla stimolazione visiva passiva. È il tempo necessario per imparare le basi della programmazione in un nuovo linguaggio, per ricostruire il motore di un’auto d’epoca o per leggere una discreta biblioteca di saggi storici e scientifici.

Quaranta giorni l’anno di passività

Eppure, nella narrazione collettiva della nostra società iper-connessa, quelle mille ore annuali passate a guardare video di quindici secondi, balletti, meme ripetitivi, polemiche sterili o l’ennesima serie TV di cui ci si dimenticherà la trama tre giorni dopo, non vengono percepite come “tempo sprecato”. Quel consumo è socialmente accettato, normalizzato, persino incoraggiato. Se passi la serata sul divano a consumare passivamente i contenuti prodotti da una piattaforma di streaming, nessuno ti manderà mai un’e-mail indispettita per chiederti se hai una vita. Sei normale. Fai parte del flusso. Sei un perfetto ingranaggio della macchina del consumo.

Ed è qui che il paradosso si concretizza: l’accusa che mi rivolgono è che “non ho niente da fare” proprio perché scrivo, creo e pubblico. Nella testa di chi critica, se impiego il mio tempo per produrre contenuti strutturati, significa che ho delle ore vuote da riempire. Come se non esistesse una via di mezzo tra il subire passivamente i video dei gattini e il fantomatico “fare cose”… che poi, quali siano queste “cose” misteriose e socialmente accettabili che dovrei fare, non è dato sapere. L’azione che non produce un profitto immediato o che non rientra nel consumo passivo viene codificata come ozio patologico (nel migliore dei casi) o come una forma di disadattamento sociale.

Il cortocircuito culturale è tutto qui

Consumare passivamente il tempo è considerato un segno di esistenza regolare, mentre decidere di costruire qualcosa con quel tempo diventa una bizzarria da disadattati. Se usi quelle stesse due ore serali per studiare come si propaga un’onda radio in onde corte, per fare il debugging di una riga di codice che si pianta, per scrivere un articolo che stimoli il pensiero critico o per regolare millimetricamente il bilanciere di un orologio meccanico sul tavolo dell’officina, allora scatta l’allarme sociale. E la diagnosi è immediata: “Tu non hai proprio un caxxo da fare”.

L’officina contro il flusso: riappropriarsi degli strumenti

La verità è che chi mi scrive quelle e-mail confonde sistematicamente il “tempo vuoto” con il “tempo riscattato”. Per me, questo spazio e le attività che vi ruotano attorno non servono a riempire un vuoto esistenziale: sono l’esatto contrario. Sono un lusso. È il lusso di sottrarre ore al flusso indistinto del rumore digitale. Mentre il mondo fuori si frammenta in mille notifiche, io scelgo di concentrarmi, facendolo in quella che mi piace definire “l’officina”.

Scrivere un articolo approfondito, analizzare la sicurezza di un sistema informativo, dedicarsi alla meccanica microscopica di un orologio o spendere i propri fine settimana o qualche sera come volontario di Protezione Civile non sono valvole di sfogo per combattere la noia di chi non sa cosa fare della propria vita. Sono veri e propri atti di salvaguardia della mente, decisioni consapevoli per non cedere alla pigrizia intellettuale a cui la tecnologia moderna tenta di abituarci.

Quando ti siedi davanti a una tastiera senza l’ansia da prestazione dei “like”, quando progetti e gestisci una maglia radio che deve funzionare sul campo durante un’emergenza – dove tutto il resto dell’infrastruttura cellulare ed elettrica ha ceduto e dove garantire il flusso delle informazioni fa la differenza vera tra il caos e il soccorso – o quando cerchi la parola esatta per smontare l’ennesimo “hype” tecnologico, stai facendo una cosa che nel mondo attuale è diventata rarissima e preziosa: stai allenando l’attenzione profonda. Stai costringendo il cervello a rimanere focalizzato su un problema complesso, astratto o maledettamente pratico, per più di trenta secondi.

Ecco, dunque l’officina

L’officina, in questo senso, è un luogo intrinsecamente e magicamente scomodo. È un ambiente che richiede rigore, che si fa beffe delle scorciatoie e che ridicolizza sistematicamente la fretta.

Se sbagli a regolare la racchetta del bilanciere di un calibro meccanico, l’orologio si ferma o perde cinque minuti all’ora; la gravità e la meccanica non negoziano.

E se sbagli la sintassi o la logica di un ciclo, il codice si pianta e il server restituisce un errore; l’interprete dei comandi non si fa intenerire dalle tue buone intenzioni.

E anche, se non conosci le leggi della fisica e l’elettronica, le comunicazioni radio in emergenza non passano, le montagne schermano il segnale e rimani isolato; lì la teoria si scontra con la realtà brutale del territorio.

In quei momenti sei solo tu, la tua competenza, la tua capacità di capire ed apprendere, i tuoi limiti e la dura realtà delle cose. Non ci sono filtri di bellezza, non ci sono algoritmi rassicuranti che ti danno ragione per farti felice e spingerti a cliccare ancora. C’è solo la soddisfazione pulita e bellissima di aver compreso un ingranaggio del mondo, mettendolo a disposizione del pensiero o, nel caso della Protezione Civile, della collettività.

Per questo motivo, l’accusa di “non avere un caxxo da fare” è semplicemente errata. Io ho così tanto da fare con la mia testa e le mie mani, ho così tante curiosità da soddisfare e ingranaggi da smontare, che l’idea di restare in modalità stand-by, a farmi imboccare da uno schermo mentre il mio tempo scivola via verso il server di qualche multinazionale, mi mette a disagio.

Il mito del “nerd da cantina” ed il “viaggio lento”

C’è poi un ultimo dettaglio, forse il più esilarante e rivelatore di tutta questa faccenda. Nella testa di chi mi scrive, per dedicarsi a tutto questo bisogna per forza corrispondere a un vecchio cliché letterario e cinematografico: bisogna essere dei monaci eremiti della tecnologia, dei nerd asociali confinati in una cantina buia, circondati da schermi, pizza fredda di dubbia qualità e privi di qualsiasi contatto funzionale con il mondo esterno o con il genere umano.

Mi spiace deludere le aspettative sociologiche dei miei critici e rovinare un quadro così ben dipinto, ma la mia realtà quotidiana è molto più banale, stabile e fortunatamente sana. Ho una vita privata decisamente piena e stratificata. Non sempre facile, purtroppo, ma appunto, è vita. Ho una famiglia per la quale sono presente e che è presente per me, un gruppo (nutrito) di amici veri in carne e ossa con cui discutere di tutto e di niente davanti a un’ottima bottiglia di vino o un buon boccale di birra, e persino una moglie che, con un miracolo di pazienza e intelligenza, non solo mi sopporta e si fa sopportare, ma comprende, condivide e sostiene questo mio bisogno viscerale di non lasciare il cervello all’ammasso.

Trovo il tempo per pedalare in bicicletta per chilometri, per passeggiare nella natura, per occuparmi del mio giardino, per mettermi ai fornelli e cucinare come si deve, e per scendere in campo con la divisa della Protezione Civile quando il territorio chiama.

La contro-immagine

E, contrariamente all’immagine del tecnico sedentario che non vede mai la luce del sole, amo profondamente viaggiare. Ma anche in questo caso, applico la stessa filosofia di sottrazione del rumore che uso per il resto della mia vita. Centellino il tempo dedicato ai viaggi e rifiuto categoricamente la bulimia del turismo contemporaneo. Non mi interessa collezionare timbri sul passaporto a ritmi forzati, né incastrare tappe frenetiche per il solo gusto di scattare una foto da mostrare in giro. Per me il viaggio deve avere un ritmo umano, meditato. Non deve essere una fonte di stress accumulato o una corsa contro il tempo per vedere la cosa in più, ma un’opportunità di riflessione silenziosa, un modo per rallentare i battiti e assorbire con calma il nuovo, comprendendo e assimilando i luoghi invece di consumarli.

Come faccio a farci stare tutto questo in una giornata di sole ventiquattro ore che include anche il mio lavoro professionale? La risposta non risiede in qualche segreto decalogo da slide di time management o in qualche app di produttività estrema. È una scelta di campo, chirurgica e netta.

Il “come” non esula dal “perché”

Non ho spento la televisione per darmi un tono da intellettuale d’altri tempi; semplicemente, ho iniziato a selezionare con rigore quasi militare quello che vale la pena vedere e quello che è solo rumore di fondo per riempire il silenzio delle stanze (e guarda tu, così facendo ho scoperto che esiste ancora un pò di buona televisione). Ho azzerato le notifiche inutili sul telefono, quelle che pretendono di decidere quando devo guardare lo schermo. Ho attentamente evitato i tempi morti delle discussioni sterili sui social network e ho scelto deliberatamente di non regalare i miei minuti migliori ai tracciatori commerciali.

Tutto quel tempo che la maggior parte delle persone perde senza nemmeno rendersene conto – quei cinque minuti sul divano a “scrollare” notifiche, quei dieci minuti d’attesa uccisi con i feed, quell’ora passata a fare zapping nel vuoto o a rincorrere l’ennesimo weekend frenetico – io l’ho semplicemente riscattato. L’ho sottratto all’economia del marketing dell’attenzione e l’ho rimesso in circolo nella mia vita reale, nelle mie relazioni, nel servizio in protezione civile, nell’esplorazione lenta del mondo e nella mia officina.

L’allenamento alla critica come mestiere

Quindi, per tornare alla domanda di partenza, quella che dà il titolo a questa riflessione: “Daniele, ma tu hai una vita?”

La risposta è: Sì. Ed è esattamente per questo che tengo un sito così, strutturato in questo modo.

La verità è che vivere un’esistenza navigando esclusivamente su cose “prodotte” da altri non mi basta, non mi è mai bastato. Voglio che ci sia qualcosa prodotto da me, che sia il frutto del mio tempo, del mio studio e della mia fatica. Perché avere una vita, per come la intendo io, non significa essere spettatori paganti, passivi e anestetizzati del presente, in attesa che un algoritmo o qualcun altro decida quale contenuto propinarci nei prossimi trenta secondi. Significa essere artigiani curiosi che provano a capirne i meccanismi sottostanti, ad allenare il pensiero critico e a camminare con le proprie gambe, mettendo a disposizione le proprie competenze – che si tratti di un articolo di colore, di una radio accesa in mezzo al fango o di un viaggio inteso come studio dell’altrove – a chi ha deciso di non accomodarsi nel flusso comodo della corrente.

E in questo mio fare non c’è presunzione – ne ho già parlato in un altro articolo. C’è, al contrario, il tentativo costante (e l’ambizione, lo ammetto) di raccogliere il testimone da chi, molto prima di me, ha fornito gli strumenti per percorrere questa strada. Da chi ci ha insegnato il valore del disegno di precisione, della misura reale, del lavoro duro nei cantieri o nei campi. Da chi ha speso la vita per tramandare un metodo e una disciplina, permettendoci oggi di saper usare la testa e le mani. Produrre, per me, significa prima di tutto onorare quel debito di gratitudine.

Conclusione

Il mio mestiere qui, tra queste pagine scritte rigorosamente dall’umano e protette dal rumore visivo, è esattamente questo: incuriosire, smontare la complessità e allenare alla critica. Se per il modello imperante della fretta digitale, del consumo compulsivo e dello scorrimento infinito questo comportamento significa “non avere un caxxo da fare”, allora mi tengo stretto il mio tavolo da lavoro, le mie radio, i miei orologi, il mio turno in emergenza, i miei cammini lenti e rivendico con orgoglio il diritto di “sprecare” il mio tempo a pensare.

A chi mi scrive per criticare aspramente, o persino per insultare (si, c’è talvolta anche questo), vorrei fare una proposta disinteressata: provate, anche solo per pochi minuti, a fare un tentativo di capire. Sganciatevi dal meccanismo del clic rapido e provate a guardare la faccenda da una prospettiva diversa. C’è un’enorme dignità ed una pacifica soddisfazione nel riappropriarsi del proprio tempo, per decidere come usarlo. E c’è spazio per farlo insieme. La porta dell’officina è aperta, ed è aperta sul serio, per chiunque decida di fermarsi a riflettere.

Per tutti noi, ci leggiamo al prossimo articolo. Quando (e non “se”) ne varrà la pena.