E’ un tema di lunga data, come testimoniato da una storica frase emblematica sull’incompetenza, la cui paternità è incerta (Wild, Twain, Lincoln?): “Meglio tacere e dare l’impressione di essere incompetenti, che aprire la bocca e togliere ogni dubbio“. Oggi come siamo messi?
Esiste un malinteso comune nei corridoi delle aziende: l’idea che il principio di Peter (noto anche come principio d’incompetenza) sia una barzelletta, una sorta di satira cinica per consolare i dipendenti frustrati. Ebbene, tenetevi forte perché non è così. Quando Laurence J. Peter pubblicò il suo saggio nel 1969, scelse il tono satirico non per divertire, ma per rendere commestibile una verità scientificamente atroce. Il suo non era un libro di barzellette; era un manuale di patologia organizzativa.
La tragedia mascherata da farsa: ll principio di Peter
Il postulato è di una semplicità matematica spietata: “In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza”.
Il meccanismo è un cortocircuito della meritocrazia. Un venditore eccezionale viene premiato con la promozione a manager delle vendite. Ma saper vendere un prodotto non ha nulla a che fare con il saper gestire un budget o coordinare un team. Se il nostro venditore fallisce nel nuovo ruolo, rimane bloccato lì: l’azienda non lo retrocede (per non ammettere l’errore) e non può più promuoverlo.
Il risultato è che ogni posizione di rilievo, col tempo, viene occupata da qualcuno che ha smesso di essere bravo nel suo lavoro attuale, ma che era eccellente in quello precedente. Non è un’opinione: simulazioni computazionali e studi accademici (come quelli premiati con l’Ig Nobel nel 2010) confermano che le gerarchie sono macchine progettate per estrarre competenza e sostituirla con inefficienza.
Il crollo dell’autorevolezza e il rifugio nell’autorità
Il dramma psicologico del manager “peterizzato” risiede nella perdita della sua autorevolezza. Quando era un tecnico esperto, le persone lo seguivano perché ne riconoscevano il valore e la competenza. Una volta promosso oltre le sue capacità, quel rispetto naturale svanisce. Il manager sente che il terreno gli frana sotto i piedi: non capisce più i problemi tecnici, non sa dare risposte sensate e percepisce il giudizio silenzioso dei suoi sottoposti.
Per sopravvivere, compie un passaggio fatale: sostituisce l’autorevolezza con l’autorità. Non potendo più guidare con l’esempio o con la logica, inizia a guidare con il grado. L’ordine gerarchico diventa l’unico strumento per ottenere risultati, e la coercizione prende il posto della collaborazione. È qui che la statica dell’incompetenza si trasforma nella frenesia della ponydinamica.
La ponydinamica: il capriccio come esercizio di potere
Un manager che governa solo tramite l’autorità ha bisogno di prove continue del proprio potere. Nasce così la “sindrome del pony”. Proprio come un bambino che esige un pony per il compleanno — senza avere un giardino o saperlo cavalcare — il manager si impunta su un obiettivo irrazionale e insensato.
Il “pony” (una funzione software inutile, un cambio di strategia assurdo, un rebranding radicale) diventa lo strumento perfetto per testare l’obbedienza del team. Poiché il manager non ha più l’autorevolezza per convincere nessuno della bontà dell’idea, usa l’autorità per imporla. Obbligare persone competenti a inseguire un capriccio senza senso è la prova suprema che lui è ancora “il capo”.
Il pony come cortina fumogena
Oltre all’esercizio di potere, il “pony” serve a distogliere l’attenzione dal vuoto della gestione reale. Mentre il team è impegnato a “costruire la stalla” per l’idea assurda del capo, nessuno nota che il manager non sta affrontando le criticità di fondo dell’azienda.
Il paradosso finale è che, se il team riesce a consegnare il “pony” nonostante la sua assurdità, il manager verrà lodato dai suoi superiori per la sua “fermezza” e la sua “capacità di far accadere le cose”. Il risultato? Una nuova promozione per il principio di Peter, verso un livello di incompetenza ancora più alto, dove il prossimo capriccio non sarà un pony, ma un intero circo equestre.
La carne da macello del “volere è potere”
Il pericolo estremo si manifesta quando questo precetto viene agito da chi non è conscio dei propri limiti. Il manager peterizzato usa il “volere è potere” per trasformare la realtà oggettiva in una questione di pura volontà: se il “pony” non galoppa, la colpa non è della sua assurdità, ma della “scarsa motivazione” di chi deve trascinarlo.
Le conseguenze su chi sta sotto sono devastanti. Persone competenti ma magari caratterialmente insicure vengono indotte a credere di essere inadeguate a tutto, anziché semplicemente portate per compiti diversi da quelli imposti dal capriccio del momento. Questo meccanismo distrugge carriere e salute mentale: il dipendente finisce per introiettare il fallimento del manager, convincendosi che la propria incapacità di realizzare l’impossibile sia un limite personale. È la vittoria suprema della ponydinamica: trasformare l’incompetenza di chi comanda nel senso di colpa di chi lavora.
L’alibi di sistema: la formazione come lavaggio del cervello
C’è un complice silenzioso in questo teatro dell’assurdo: la formazione aziendale moderna. Se osserviamo bene, la stragrande maggioranza dei corsi di “resilienza”, “agilità” o “mindset positivo” non è progettata per migliorare l’azienda, ma per blindare l’incompetenza del vertice.
Invece di curare la cecità strategica del manager colpito dal principio di Peter, la formazione sposta l’onere del fallimento verso il basso. Se il “pony” richiesto dal capo è una creatura mostruosa e inutile che sta affondando il reparto, la colpa non è della richiesta irrazionale, ma della “scarsa capacità di adattamento al cambiamento” degli impiegati.
In questo modo, la ponydinamica diventa intoccabile: la responsabilità è sempre orizzontale (tra colleghi) o verticale verso il basso (mancanza di motivazione), mai verso l’alto. Il manager può continuare a pretendere animali mitologici mentre le risorse umane spiegano ai dipendenti come “abbracciare il caos” con un sorriso.
Una società a immagine del pony
Il meccanismo non si ferma ai cancelli dell’azienda; è fuoriuscito dai reparti HR per colonizzare lo spazio pubblico attraverso i social forum e l’intrattenimento di massa. Se il manager peterizzato usa il “pony” per nascondere la propria incompetenza, l’industria culturale moderna usa lo spettacolo spazzatura per la stessa ragione: distogliere l’attenzione dal vuoto di contenuti e di leadership reale.
Sui social, la ponydinamica diventa un modello di cittadinanza. Siamo spinti a inseguire gratificazioni istantanee e futili — i “like”, la polemica del giorno, il trend del momento — che funzionano esattamente come il capriccio del manager. Sono piccoli pony digitali che ci vengono regalati per farci sentire “parte di qualcosa”, mentre il sistema sottostante estrae valore dai nostri dati e dalla nostra attenzione, senza restituire alcuna reale crescita civile o intellettuale.
Il cittadino-impiegato: plasmati per la dipendenza
Le organizzazioni moderne, dai giganti del tech ai media generalisti, stanno di fatto plasmando il cittadino per renderlo dipendente da questa dinamica. Non si cerca più di formare individui critici (dotati di autorevolezza), ma “utenti resilienti” (dotati di sola obbedienza al consumo).
È la versione macroscopica della formazione aziendale citata prima: se sei frustrato, se la società non funziona, se ti senti svuotato, la colpa non è di una classe dirigente che ha raggiunto il suo livello di incompetenza globale. No, la colpa è tua che non hai “il mindset giusto”, che non sei abbastanza “social”, che non cavalchi il pony del momento con sufficiente entusiasmo.
Siamo diventati una società di impiegati del tempo libero, addestrati a scaricare la responsabilità del nostro malessere su noi stessi, mentre i “cavalieri” in cima alla piramide continuano a ordinare pony sempre più costosi e distruttivi, sicuri che ci sarà sempre qualcuno, nel forum o nel talk show di turno, pronto a pulire la stalla in cambio di una manciata di dopamina digitale.
Il vero pericolo, inoltre, è che questo meccanismo ha ormai rotto gli argini degli uffici e del web per inondare la sfera pubblica. Buona parte delle derive imbarazzanti della nostra società sembra figlia della stessa matrice: leader che hanno raggiunto il loro livello di incompetenza e che, avendo perso ogni briciola di autorevolezza, si aggrappano all’autorità più becera.
Vediamo istituzioni che inseguono “pony” ideologici o burocratici totalmente slegati dalla realtà dei cittadini, semplicemente perché non sanno più come gestire la complessità del mondo reale. È una società che premia la performance del capriccio rispetto alla solidità del risultato. Quando la competenza viene percepita come una minaccia alla gerarchia, l’unica soluzione è promuovere l’incompetente e fornirgli un pony da cavalcare, mentre il resto del mondo corre a pulire la stalla.
Conclusione: il naufragio della competenza nell’era del capriccio
In ultima analisi, l’unione tra il principio di Peter e la ponydinamica non è solo una patologia aziendale, ma lo specchio di un’epoca che ha smarrito la bussola del merito reale. Quando una società smette di premiare chi risolve i problemi e inizia a promuovere chi sa vendere meglio l’illusione di una soluzione, il risultato è un’architettura di potere fondata sul vuoto.
Ci troviamo bloccati in un paradosso dove l’autorevolezza — quel misto di saggezza, esperienza e coerenza che un tempo guidava le comunità — è stata sostituita da un’autorità puramente procedurale e narcisista. In questo scenario, il “pony” non è più solo un progetto inutile in un ufficio di provincia; è il simbolo di una classe dirigente globale che, avendo raggiunto il proprio limite di comprensione della realtà, si rifugia in narrazioni infantili e obiettivi di facciata.
La tragedia non è l’incompetenza in sé — che è un limite umano naturale — ma la sua istituzionalizzazione. Finché continueremo a confondere l’ambizione con la capacità, e finché la formazione sarà usata come anestetico per convincere chi lavora che il fallimento dei capi sia una propria mancanza di “resilienza”, resteremo prigionieri di questa giostra.
Uscire dalla ponydinamica significa avere il coraggio di indicare il re nudo (o il manager senza bussola) e pretendere che il potere torni a essere responsabilità, non un premio per chi ha saputo scalare la piramide senza mai guardarsi indietro. Solo restituendo dignità alla competenza tecnica e morale potremo smettere di costruire stalle per pony immaginari e ricominciare, finalmente, a costruire il futuro.
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