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Nota dell’autore (quello vero, di Studiolevi): quando ho chiesto a questo lettore — un detrattore di metodo, entrato qui dentro incuriosito ma profondamente perplesso dal mio stile e dal mio pensiero — il permesso di pubblicare le sue analisi, la sua risposta è stata un incuriosito e bonariamente ironico: “Vediamo se ne hai il coraggio”. Raccolgo la sfida volentieri, ringraziandolo innanzitutto per la cortesia: ha evitato di fare il classico leone da tastiera ed ha argomentato con un acume raro.

Caro autore di Studio Levi, l’incontro con il suo spazio digitale suppongo che raramente generi una reazione neutra e nel mio caso l’impatto iniziale è stato segnato da una forte perplessità metodologica, quasi da un senso di estraneità culturale di fronte a una scrittura così marcatamente sferzante. Eppure, la curiosità ha prevalso e, pur volendole riconoscere una cura formale e una padronanza della lingua oggigiorno rarissime nel web — dote che da professore di italiano in un liceo di provincia trovo persino sorprendente in un fisico e informatico — il risultato della lettura non ha attenuato i miei dubbi, spostandoli dal piano dello stile a quello ben più profondo della prospettiva e del metodo. Il punto che più di tutti mi lascia sospeso riguarda l’uso degli strumenti d’analisi: richiamare la termodinamica o la concretezza industriale è encomiabile, ma il sospetto è che si adotti (non voglio insinuare che la cosa sia voluta, sia chiaro) una sorta di riduzionismo di comodo, isolando variabili quantitative per ridurre una realtà sistemica e complessa a una rigida dicotomia in cui o tutto torna al millimetro o è pensiero magico, dimenticando che la storia umana non è un bilancio di massa chiuso ma procede per tentativi ed errori. A ciò si aggiunge il paradosso dell’invito all’autonomia critica: quando un metodo è interamente fondato sull’ironia tagliente e sulla decostruzione preventiva, il lettore non viene addestrato al dubbio metodico, ma invitato a indossare la comoda lente del cinismo lucido, sostituendo un conformismo ottimista con uno speculare e sterile, fatto di chi sa già che andrà tutto male. Leggendo i suoi articoli ci si chiede quale sia il reale obiettivo di un’opera di demolizione così sistematica che, se dà un valore di disturbo indubbio, rischia di scivolare nella quieta impotenza della torre d’avorio del “ve l’avevamo detto”, priva di prospettive per abitare la complessità del mondo reale. Nonostante queste profonde distanze, devo tuttavia riconoscere al suo spazio una virtù preziosa: mi costringe a fare i conti con i miei argomenti e a definire la mia bussola intellettuale, dimostrando che ben vengano le domande aperte e il disaccordo quando la rete ha così disperatamente bisogno di un simile approccio.

(Risposta dell’autore di Studiolevi) Caro professore, la ringrazio di cuore per questo parere così lucido, tagliente e formalmente ineccepibile. Il suo feedback ha un valore straordinario, in particolare perché spesso ho criticato il “cherry picking” altrui, mentre lei mi sta giustamente facendo notare che potrei essere il primo a caderne vittima. Del suo affilato ragionamento farò tesoro per il futuro, perché l’allenamento alla critica ragionata è l’unico vero fine di questo spazio, e ignorare le critiche serie significherebbe soltanto mentire a me stesso e tradire i miei stessi intenti. Continuo a pensare che i conti della fisica vadano fatti fino all’ultimo centesimo, ma le sue osservazioni sul rischio di scivolare in un riduzionismo selettivo o in un cinismo sterile colgono nel segno e meritano tutta la mia attenzione. La ringrazio per aver accettato la sfida: è esattamente di questo tipo di attrito intelligente che la rete ha disperatamente bisogno.