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Nota dell’autore di Studiolevi: questo articolo non è mio. Fra le varie email (non molte, ma nemmeno così poche rispetto ai numeri del sito) ricevute, quella di questo lettore è stata così irriverente ed interessante che mi ha spinto a trasformarla in un articolo. Ci siamo scritti per un po’: lui mi raccontava la sua folgorazione e io, leggendolo, continuavo a pensare che quel testo andasse condiviso con tutti. Dopo un po’ di esitazione, alla fine ha accettato, ponendo però una condizione tassativa: che io non ne cambiassi una virgola. Ho promesso, ho eseguito, e pubblico ringraziandolo di cuore. Il lettore ha chiesto di restare sotto pseudonimo (lo chiameremo “ITM”: a voi non dirà nulla, ma a lui di sicuro sì).

La prima volta che mi sono imbattuto in Studiolevi ci sono arrivato per sbaglio, trascinato dall’algoritmo o da qualche link condiviso alla cazzo sui social. Ho aperto la pagina, ho guardato l’impaginazione che sembra uscita direttamente dai primi anni Duemila e ho pensato esattamente questo: “Ecco l’ennesimo cialtrone da tastiera, il classico tuttologo da bar che sputa sentenze su tutto senza aver mai fatto un giorno di fatica vera in vita sua”.

Del resto, il tono era sferzante, l’ironia tagliente come una lama arrugginita e le tesi così scostantesi dal coro unanime del politicamente corretto e della transizione energetica da sembrare scritte dopo aver sbattuto la testa (a lungo e ripetutamente). Insomma, il profilo perfetto del cialtrone digitale.

Solo che, per una strana forma di masochismo o perché non sapevo che cazzo fare quel pomeriggio, non ho chiuso il browser. Ho iniziato a leggere il primo articolo. Poi un secondo. E lì m’è partito il cervello.

Dalla repulsione alla vertigine

All’inizio ti metti sulla difensiva. Sei armato fino ai denti di tutte le minchiate che ci hanno inculcato i telegiornali, i talk show e le slide dei ministeri: “Ma come, questo qui nega l’evidenza!”, “Ma non vede che il mondo sta cambiando?”.

Poi, pagina dopo pagina, succede qualcosa di strano. Ti accorgi che il presunto cialtrone — che a quel punto inizi a inquadrare più come un folle patentato — non sta urlando slogan a casaccio, non fa propaganda politica e non ti vuole vendere il corso per diventare ricco in una notte. Sta facendo una cosa molto più fastidiosa e rivoluzionaria: prende i numeri ed i fatti, li mette in fila e ti costringe a fare i conti.

Leggo un pezzo sull’energia, poi uno sulle auto elettriche, poi uno sui bilanci di massa per arrivare a quelli sui manager. E mentre scorro le righe, mi sale una specie di freddo alla schiena. Ti fermi a guardare fuori dalla finestra e dai una capocciata sul muro pensando: ma davvero non ci stiamo accorgendo di questa baracconata che ora, letta da questa prospettiva, sembra grande quanto una casa?

Ti si apre improvvisamente uno squarcio nella nebbia. Ti rendi conto che siamo guidati da un esercito di manager e capoccia totalmente incompetenti, cresciuti a pane e PowerPoint, che non distinguono un kilowattora da una carriola di chiacchiere, eppure sono convinti che basti pronunciare la formula magica del “volere è potere” per piegare le leggi della termodinamica al loro piano industriale del cazzo. Gente che vive nel negazionismo della realtà materiale, sostenuta da una classe dirigente che non accetta di essere vecchia e scarica sui giovani il conto salatissimo di utopie energetiche buone solo per la spazzatura.

Prima di leggerlo, quelle stesse favole le bevevo pure io. Le trovavo pure rassicuranti.

Il metodo applicato al minimo (e la dignità della cultura pop)

Ma il vero colpo di scena arriva quando ti accorgi che questo folle non si limita ai massimi sistemi dell’industria. Applica esattamente lo stesso identico metodo anche a cazzate di minima importanza.

Prende l’orologio del nonno e ti dimostra che non è solo un pezzo di ferro al polso, ma un concentrato di storia, ingegneria, geopolitica e problemi reali. Prende la cultura POP — che i radical chic guardano sempre dall’alto in basso con la puzza sotto il naso — e la analizza con la stessa spietata serietà di un trattato universitario, facendoti scoprire che Guerre Stellari o la fantascienza non sono “intrattenimento per perditempo”, ma lo specchio più crudo delle nostre fisse collettive e dei nostri vicoli ciechi. Ti sbatte in faccia che la cultura pop è cultura vera, solo che non ha la cravatta.

L’epifania del metodo (e l’ovvietà che facevamo finta di non vedere)

È lì che capisci la fregatura (e la genialità del personaggio): ‘sto tizio non sta svelando segreti cabalistici o verità nascoste in qualche bunker segreto. E guardate che è importante chiarirlo: non sto dicendo che solo lui vede queste cose; sono robe che in realtà vediamo tutti, ogni cazzo di giorno.

Il problema è che ce ne dimentichiamo. Le guardiamo scorrere nei telegiornali, nei piani industriali, nelle chiacchere da bar, e finiamo per rimuoverle perché non sappiamo dove cazzo metterle. Abbiamo i pezzi del puzzle sparsi sul tavolo della cucina da anni, ma preferiamo calpestarli piuttosto che metterli insieme.

E sai perché succede? Perché la velocità ci toglie il tempo di guardare quello che abbiamo davanti agli occhi. Viviamo in un frullatore costante di notifiche, scadenze, slogan flash e urgenze inventate di sana pianta: questa folle accelerazione quotidiana serve esattamente a questo, a non darti un secondo di tregua per fermarti, guardare la realtà e dire: “Ma un attimo… ma che cazzata ci stanno raccontando?”.

Lui si limita a fare una cosa spietatamente semplice: ti prende per il colletto, ti costringe a fermarti, ti mostra quei pezzi e ti fa vedere come si incastrano alla perfezione. E nel momento in cui li vedi incastrati, ti sale una rabbia bestiale mista a risate isteriche perché capisci che sono concetti di una banalità disarmante, che persino un bambino con un pallottoliere capirebbe al volo. Ma noi, frullati dalla velocità e dal conformismo, avevamo smesso di collegare i puntini.

Quello che all’inizio ti sembrava il delirio di un mitomane isolato si rivela invece un brutale e rigoroso allenamento alla critica. L’autore non ti chiede di crederci. Ti dice il contrario: “Non fidarti di me, prendi la calcolatrice, fai le divisioni, vai a vedere la filiera, guarda cosa c’è sotto il tappeto”.

La vera rivoluzione (e la canna da pesca)

E qui fa la cosa veramente rivoluzionaria: ti esorta a smontarlo, a pensare con la tua testa, a non credere a una singola parola di quello che scrive. E non lo fa solo lui; quando capisci quell’angolazione cerchi online e capisci che c’è tutto un mondo là fuori, c’è un’intera comunità di gente che osserva, che spiega e che fa la stessa esatta cosa. Ti danno gli strumenti per capire ciò che vedi, non ti regalano il pesce, ti regalano la canna da pesca (sì, questa l’ho rubata a lui, lo ammetto).

Ora la verità è che non ci sono più scuse: dipende tutto da noi.

Chiusi gli articoli, ho spento il PC con una strana sensazione di fastidio e gratitudine. Fastidio perché ti rendi conto di quanto siamo coglioni e pigri, di quanto ci facciamo infinocchiare da proclami vuoti pur di non fare la fatica di pensare. Gratitudine perché qualcuno ha avuto le palle di premere il tasto “pausa” e accendere la luce in una stanza buia.

Pensandoci bene, fa quasi ridere: ero partito per scrivergli una mail per dargli del cialtrone a tutti gli effetti, e alla fine il cialtrone ero io che non avevo capito un cazzo. Ma la cosa assurda è che lui, invece di mandarmi a quel paese, ha finito per chiedermi il permesso di pubblicare le mie stesse riflessioni; e nel frattempo, ironia della sorte, mi sono perfino ritrovato a cercare di adattarmi al suo stile, a rubargli qualche espressione e, in soldoni, a scrivere con la sua stessa “penna”.

Quindi no, non è un cialtrone. È semplicemente un folle che ha deciso di usare la logica, i dati e un’ironia spietata per ricordarci che la realtà se ne sbatte le palle dei nostri sogni costosi. E se dopo questa lettura provate a guardare un qualsiasi dibattito televisivo sulla transizione energetica o sui manager di successo senza scoppiare a piangere (o a ridere come dei pazzi), beh, vuol dire che non avete capito veramente un cazzo.