Già più volte su queste pagine ho trattato le derive della gestione aziendale, ma oggi cambio decisamente registro per parlare di un altro reparto di psichiatria a cielo aperto: la Formula 1. Alla luce dei regolamenti che hanno debuttato in pista in questi ultimi mesi, dove l’ingegneria politica ha accelerato oltre ogni limite tollerabile, ho deciso di lasciare da parte qualsiasi prudenza. Metto nero su bianco ciò che forse non ho sempre pensato fin dall’inizio, ma che poco alla volta si è aperto la strada nella mia mente come un’ovvietà incrollabile. Diciamo le cose come stanno, senza sconti: la Formula 1 del 2026 è ufficialmente diventata una schifezza senza appello. Un gigantesco e costosissimo videogioco per azionisti dove i ventidue piloti in griglia sono stati declassati a semplici attuatori di carne (si, lo so, esagero, ma mica poi troppo).
Se i campionati scorsi ci avevano fatto storcere il naso con le vetture-barcone da quasi una tonnellata, la rivoluzione di questa stagione ha completato l’opera di distruzione sistematica del motorsport. Oggi, in un mondo dominato dai rapaci della burocrazia energetica, persino un mito assoluto come Michael Schumacher verrebbe ridotto a un triste “Scimmiacher”: uno scimpanzé telecomandato dal muretto box, costretto a pigiare bottoni a tempo per non far spegnere la batteria.
Ecco perché questa F1 è un abominio che ha perso totalmente la bussola.
Il miracolo ingegneristico che si suicida a metà rettilineo
Sia chiaro, e diciamolo fortemente: la parte ingegneristica di queste auto è a dir poco spettacolare. Se si guardano i puri numeri, i dati teorici fanno veramente paura. Grazie alla spinta istantanea del comparto elettrico e alla reattività ed alla velocità di ricarica (impressionante) delle nuove tecnologie, a metà rettilineo queste monoposto sono addirittura più veloci delle vetture 2025 a fine rettilineo. L’accelerazione iniziale è qualcosa di mostruoso, roba da farti staccare gli occhi dalle orbite.
Ma qui sta la beffa drammatica: esattamente un metro dopo la metà del rettilineo, la batteria tira il calzino. L’energia finisce, il sistema va in recupero e la vettura subisce un taglio di potenza brutale. Il risultato pratico? A fine rettilineo, dove una volta si toccavano le velocità di punta massime, queste macchine sono anche 50 km/h più lente dei modelli precedenti. E addio magia: niente più frenate al limite dell’impossibile, niente più ingressi in curva a 5G di accelerazione laterale.
E sapete perché succede? Perché il motore termico eroga 550 cavalli, quello elettrico 450. Fanno 1000 cavalli. Quando la batteria finisce quindi i cavalli sono “solo” 550. E c’è di peggio, quando vanno in “superclipping” 350 cavalli vanno a ricaricare la batteria ed il risultato è che a fine rettilineo hanno praticamente la potenza di una MG3… E guardate che non esagero. E questa cosa la chiamano Formula 1?
Hanno costruito dei dragster da sparo sul breve che si spengono sul più bello. Ma se voglio vedere un dragster vero, guardo la NHRA americana e mi godo Antron Brown che scarica 11.000 cavalli a 500 all’ora in tre secondi – e se non sapete chi è Antron Brown cercatelo, fatevi un regalo. Antron Brown fa lo specialista della retta, la F1 non dovrebbe scimmiottarlo togliendo l’essenza stessa della staccata in curva.
Sorpassi alla Mario Kart: lo spettacolo della farsa
E qui arriviamo al punto che mi fa sbroccare di più. Sento molti soloni e commentatori entusiasti ripetere che “però le gare sono divertenti, c’è un sacco di azione!”. Divertenti dove? Ma per favore!
Quelli a cui assistiamo ogni domenica non sono sorpassi figli del talento, della traiettoria inventata o del pelo sullo stomaco. Ci sono sorpassi alla Mario Kart! La dinamica è diventata ridicola: premi il tasto dell’Override, scarichi il boost elettrico, passi l’avversario sul dritto e poi ti ritrovi fermo. Finito il boost, devi quasi metterti a cercare le banane a bordo pista per ricaricare la barra dell’energia. È una dinamica artificiale, schizofrenica, frustrante. Cose che vanno benissimo per un videogioco sulla Nintendo sul divano di casa, ma che con il motorsport vero e la massima categoria automobilistica non c’entrano assolutamente nulla.
Una guerra di logoramento: vince chi muore un secondo dopo (la batteria, s’intende)
Tutto questo ha trasformato i Gran Premi in una cinica guerra di logoramento energetico. La Formula 1 attuale è diventata esattamente come la guerra di trincea, ma riletta in chiave elettrauto: non vince chi è più forte, vince chi vede morire la propria batteria un attimo dopo l’avversario.
Sia chiaro, onde evitare che qualche algoritmo ipersensibile o qualche lettore distratto prenda fischi per fiaschi: parliamo di decesso puramente tecnico, del decesso clinico degli accumulatori agli ioni di litio. Non si lotta più per staccare più tardi o per inventarsi una traiettoria folle all’esterno; si lotta per calcolare chi esaurirà i kilowatt un metro più avanti rispetto alla vettura di fianco. Chi gestisce l’agonia del proprio pacco batterie un secondo più a lungo degli altri si prende la posizione. Assistere a gare di durata mascherate da sprint, dove il successo si misura sul tempismo del collasso energetico reciproco dei componenti elettrici, è la vera morte dell’agonismo.
L’essenza del motorsport puro: dov’è finita la lotta?
Se volete ricordarvi cos’è il motorsport vero, andatevi a riguardare le immagini dell’epoca d’oro del WTCC. Quello era motorsport puro: macchine vere, sportellate a ogni curva, piloti che guidavano col coltello tra i denti dal primo all’ultimo metro, senza calcoli informatici e senza dover chiedere il permesso alla batteria.
I vari Giovanardi, Tarquini, Larini, Pirro, Capello, Ravaglia – ma anche leggende d’oltremanica passate alla storia e comparse pure nei vecchi, epici episodi di Top Gear come Tiff Needell, Matt Neal, Jason Plato o il tre volte iridato Andy Priaulx – non erano necessariamente piloti dotati di un talento superiore rispetto a chi siede oggi su una Formula 1. Avevano però una fortuna enorme che oggi i piloti di F1 si sognano: avevano delle auto vere che assecondavano al meglio il loro istinto, anziché dei computer su ruote che li costringono a fare i ragionieri.
O ancora, guardate le Legend Cars. Avete presente che demòni sono quelle scatolette americane spinte da motori da moto e i folli che le guidano? Una muta di cani impazziti fa meno paura di quel gruppo quando si lancia in curva. Lì vedi piloti veri che controllano traversi continui a ruote scoperte, dove conta solo il manico, l’istinto e la spietatezza agonistica. Quella è l’anima delle corse. Vedere la Formula 1 ridotta a un esercizio di economia domestica a 300 all’ora mentre delle categorie minori mantengono vivo il sacro fuoco della pista fa piangere il cuore.
Un ibrido nel senso sbagliato (il misticismo del 55-45)
Il peccato originale di questa F1 sta nelle nuove power unit. Per fare i fighi con i consigli di amministrazione dei costruttori e sventolare la bandiera della sostenibilità, si è deciso che la potenza deve essere divisa quasi a metà: 55% endotermico e 45% elettrico (l’abbiamo detto sopra).
Il risultato è un ibrido concepito nel modo peggiore possibile. Il motore termico è stato castrato, privato dell’MGU-H, e ridotto a un mero generatore di corrente per la parte elettrica. I piloti si ritrovano a guidare vetture che non possono esprimere una progressione lineare: devono parzializzare il gas o addirittura scalare le marce in pieno rettilineo per ricaricare. Una barzelletta tecnologica che fa rimpiangere i vecchi motori veri.
La Formula E esiste già (e ha più senso)
La cosa che fa più sbroccare è che la FIA una categoria per sperimentare la mobilità elettrica ce l’ha già in casa, ed è la Formula E. Un campionato che, piaccia o no, ha una sua identità definita, si corre nei circuiti cittadini ed è pure parecchio più divertente e sensato nel suo format.
Voler trasformare a tutti i costi la Formula 1 – che per DNA storico dovrebbe essere la massima espressione della prestazione motoristica pura – in un doppione ibrido e anemico della Formula E è un insulto all’intelligenza degli appassionati. Se voglio vedere la gestione strategica dei kilowatt guardo i campionati elettrici; se accendo la F1 voglio vedere dei gladiatori che bruciano asfalto.
L’anarchia dell’aerodinamica attiva
Non sapendo come risolvere il problema della resistenza all’avanzamento generata da questi motori mosci quando finiscono l’elettrico, la FIA si è inventata l’aerodinamica attiva obbligatoria. Le macchine sono diventate dei Transformers: ali anteriori e posteriori che si aprono e si chiudono continuamente a seconda che si trovino in curva o in rettilineo (le celeberrime modalità Z-mode e X-mode).
Nei test e nelle prime gare abbiamo assistito a scene surreali, con vetture instabili perché i flap non si sincronizzavano a dovere in frenata. La federazione è dovuta intervenire di fretta a inizio mondiale per vietare l’aerodinamica attiva in partenza perché i piloti rischiavano di schiantarsi alla prima curva per mancanza di carico. Quando devi correggere i regolamenti mentre le macchine sono già in pista, significa che hai partorito un mostro.
Il guanto di sfida: un patatrack scampato per un pelo
Già li sento i soloni della transizione ecologica e i difensori d’ufficio della FIA: “Eh, ma la tecnologia deve evolvere, la F1 deve essere rilevante per l’automotive stradale…”.
Sì, e allora?
Se pensate che io stia esagerando, la soluzione è semplicissima: datemi solide motivazioni. Portatemi dimostrazioni concrete e dati reali che dimostrino che vedere una macchina che si pianta a 280 km/h a Monza, dopo aver espresso un’accelerazione pazzesca a metà dritto, sia intrattenimento.
La Formula 1 ha le spalle larghe e ingegneri geniali, sopravviverà anche a questa follia politica e un giorno tornerà a fare la Formula 1, non c’è alcun dubbio. La storia dimostra che la categoria fagocita le assurdità regolamentari e si rigenera sempre. Ma ammettiamolo una volta per tutte, senza ipocrisie: stavolta il patatrack l’ha rischiato davvero grosso. Ha sfiorato il punto di non ritorno, scambiando il coraggio con i kilowatt, i campioni con i ragionieri e la bagarre con la resistenza all’agonia della batteria.
Nel frattempo, lasciamo i funghi e le banane a Mario Kart. E che qualcuno ci ridia le staccate vere. E lasciate lavorare i piloti.
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