Viviamo nell’era del tutto, subito e possibilmente senza alcuno sforzo. Se un video si blocca per due secondi a causa del buffering, sperimentiamo un picco di cortisolo paragonabile a quello di un uomo primitivo inseguito da un predatore nella savana. Se un pacco ordinato online non arriva entro le ventiquattr’ore, gridiamo all’inefficienza del sistema e siamo pronti a recensire negativamente l’intero universo. Questa totale eliminazione dell’attrito quotidiano ha generato un’illusione psicologica pericolosa, ossia l’idea che la realtà debba piegarsi passivamente e senza opporre resistenza alle nostre tempistiche interiori.
La tecnologia ha mantenuto le sue promesse di efficienza logistica, ma ha parallelamente confiscato una delle competenze psicologiche più preziose della specie umana, che risiede nella capacità di abitare il tempo dell’attesa senza farsi divorare dall’ansia. Oggi, l’attesa non viene più percepita come un dato di fatto biologico o sociale con cui scendere a patti, ma come un insulto personale, un’efficienza mancata o un guasto strutturale da riparare con urgenza. Abbiamo scambiato la velocità per maturità, dimenticando che i processi psichici più profondi, così come la sedimentazione della conoscenza vera, richiedono per definizione la lentezza del tempo che scorre.
In questo scenario iper-connesso, la pazienza è stata declassata a livello sub-razionale. Non è più vista come una virtù morale o una competenza cognitiva superiore, ma come un difetto di fabbricazione, una fastidiosa perdita di tempo subita da chi non è abbastanza abile o abbastanza ricco da aggirare l’ostacolo. Eppure, rimuovere l’attesa significa rimuovere il laboratorio in cui la mente impara a conoscersi, a tollerare il silenzio e, soprattutto, a fare i conti con i propri invalicabili limiti personali.
Il legame scisso: perché non esiste pazienza senza frustrazione
Per comprendere perché la pazienza sia diventata una merce così rara, occorre chiarire un equivoco di fondo che inficia gran parte della pedagogia moderna. La pazienza non è la calma olimpica di chi è geneticamente immune al fastidio, né un tratto della personalità che si riceve in dote alla nascita come il colore degli occhi. Al contrario, la pazienza è un vero e proprio muscolo psicologico, e come tutti i muscoli si sviluppa esclusivamente sotto carico. Quel carico ha un nome preciso, che oggi molti manuali per genitori alla camomilla tendono a evitare come la peste: frustrazione.
La frustrazione è lo scarto doloroso e inevitabile tra un desiderio immediato e la realtà che ne posticipa o ne nega la realizzazione. Quando questo scarto si manifesta nel quotidiano, il cervello reagisce inviando un segnale di allarme biochimico. È in quel preciso istante che si gioca la partita della salute mentale e della crescita emotiva dell’individuo.
Se il soggetto possiede gli strumenti interni per tollerare quel dolore transitorio, la frustrazione si trasforma in pazienza, in pensiero creativo e in strategia strutturata per superare l’ostacolo. Se invece lo strumento di evasione e di elaborazione manca all’appello, la frustrazione devia immediatamente verso due uniche uscite d’emergenza distruttive, che sono l’aggressività esplosiva verso l’esterno o il crollo depressivo verso l’interno.
Oggi abbiamo spezzato questo legame vitale. Nel tentativo disperato di preservare le nuove generazioni da qualsiasi forma di disagio, la società ha teso a eliminare la miccia della frustrazione, convinta che in questo modo avrebbe ottenuto individui più sereni ed equilibrati. Il risultato pratico è l’esatto contrario. Abbiamo creato una fragilità sistemica diffusa, poiché senza l’allenamento alla frustrazione la mente rimane analfabeta di fronte al primo no della vita, trasformando un normale contrattempo burocratico, formativo o relazionale in una catastrofe esistenziale insanabile.
Lo sguardo del formatore: un’osservazione sul campo tra nipoti e aule di corsi
A questo punto è legittimo che il lettore si domandi da quale osservatorio io tragga queste conclusioni. Non parlo da genitore, non avendo purtroppo figli. Parlo invece da zio di due nipoti che vedo crescere giorno dopo giorno, e soprattutto da formatore che, sia per motivi legati alla propria attività professionale sia per l’impegno profuso nei corsi della Protezione Civile, vede passare ogni anno sotto i propri occhi centinaia di giovani. È uno sguardo ravvicinato, esterno, clinico e operativo al tempo stesso.
Cosa succede quando un ragazzo abituato al comfort dell’assenza di attrito viene inserito in un contesto di formazione o, peggio ancora, nelle dinamiche della Protezione Civile? Accade che la realtà si ripresenta improvvisamente con tutta la sua durezza priva di sconti. In quei contesti non esistono algoritmi capaci di velocizzare il tempo: un’emergenza sul territorio richiede turni estenuanti di attesa, le procedure operative di sicurezza esigono passaggi meticolosi e non negoziabili, e il fango, la pioggia o la stanchezza non possono essere cancellati con un colpo di spugna sul touchscreen del telefono.
In quelle aule e su quei campi di addestramento si nota immediatamente la spaccatura antropologica. Molti giovani odierni manifestano una fatica immane a stare fermi nell’attesa delle istruzioni, a tollerare la noia fisiologica di una spiegazione tecnica dettagliata, o a gestire l’ansia di un esercizio pratico che non riesce perfettamente al primo colpo. Non si tratta di cattiva volontà o di una gioventù peggiore delle altre, sia chiaro. È un vero e proprio deficit di allenamento primario. È l’effetto visibile e tangibile di una vita spesa in un ambiente iperprotettivo in cui nessuno ha mai permesso loro di sperimentare il sapore, a tratti amaro, ma indispensabile, della saggia e costruttiva attesa.
Gli orologi del cuore e del ricordo: comprendere il tempo dei propri genitori
Questa discrepanza tra l’impazienza giovanile e la maturità dell’attesa è un meccanismo che io stesso ho compreso solo con gli anni. Chi naviga tra le pagine di questo blog sa bene che nella sezione dedicata alla mia collezione di orologi, ho voluto dedicare l’atto finale a quelli che definisco gli orologi del cuore e del ricordo. Oggetti che, al di là del loro valore venale, estetico o meccanico, racchiudono storie e stratificazioni di vita vissuta. Ecco, ho usato la metafora di quegli orologi logorati dal tempo per spiegare un’illuminazione tardiva ma fondamentale che ho avuto riguardo ai miei genitori.
Quando siamo giovani, tendiamo a vedere i nostri padri e le nostre madri come figure rigide, a volte incomprensibili nelle loro pretese di lentezza, di ordine o nei loro dinieghi. Ci sembra che non capiscano la nostra urgenza. Guardando indietro attraverso la lente della maturità, e osservando quei vecchi meccanismi che hanno scandito il tempo della loro vita, ho finalmente capito che la loro non era mancanza di empatia verso la nostra fretta, ma la lucida consapevolezza che la vita non risponde ai comandi istantanei.
I nostri genitori, attraverso i loro tempi e i loro limiti, ci stavano semplicemente costringendo a sviluppare gli anticorpi per il mondo reale. Sia chiaro: non ho capito questa verità grazie a un quadrante o a una molla, ma quegli orologi del ricordo sono diventati il simbolo perfetto per visualizzare il passaggio di testimone. La giovinezza corre frenetica e imprecisa, mentre l’età adulta impara a scandire il tempo con la regolarità paziente di un movimento meccanico collaudato, accettando i secondi di scarto e i giorni di stop. Ed è esattamente questa l’eredità educativa che oggi rischiamo di non trasmettere più.
Il confronto generazionale: quando l’attesa era una gabbia (e una scuola)
I giovani del secolo scorso non erano fatti di una pasta antropologica superiore rispetto a quelli di oggi. I ragazzi degli anni settanta o ottanta erano biologicamente e psicologicamente impazienti, esattamente come i loro coetanei del presente. L’impazienza è la firma evolutiva della giovinezza, il momento in cui gli ormoni spingono, l’identità cerca affermazione e il futuro si presenta come un’urgenza indifferibile. La differenza macroscopica non risiedeva nella genetica dei ragazzi, ma nella struttura della società circostante che fungeva da argine e da palestra.
Un tempo, la realtà era strutturalmente lenta ed intrinsecamente frustrante in ogni suo aspetto. Se un giovane voleva parlare con l’amico del cuore, doveva comporre un numero fisso, sperare che l’altro fosse a casa, superare il filtro censorio e severo del genitore che rispondeva al telefono e, se la linea era occupata, doveva semplicemente aspettare ore prima di riprovare. Se voleva fare una ricerca scolastica, doveva prendere un autobus, recarsi in biblioteca, sfogliare cataloghi cartacei polverosi, sperare che il volume non fosse già in prestito e copiare a mano le informazioni su un quaderno.
Nel modello educativo del passato, il percorso era lineare: l’impulso iniziale andava a impattare contro il limite rigido della realtà, costringendo la psiche a un lavoro di elaborazione interna che portava, come unica soluzione possibile, alla nascita della pazienza. Questi tempi morti non erano piacevoli, anzi erano noiosi e irritanti. Costringevano il giovane a sperimentare la rabbia dell’attesa, a digerirla in solitudine e, infine, a farsela passare. La società dell’epoca non faceva sconti e non si curava dell’ansia del singolo. Questa rigidità strutturale fungeva da fondamentale camera di compensazione psicologica. Entravi nel tunnel dell’adolescenza come un fascio di impulsi incontrollati e ne uscivi, per pura forza di gravità e per sfinimento sociale, con una discreta capacità di attendere il tuo turno nel mondo.
La degenerazione dell’educazione familiare: il genitore come spazzaneve
Oggi quel tunnel sociale è stato demolito e sostituito da un’autostrada a otto corsie dove la prima frenata improvvisa provoca un tamponamento a catena della psiche. Ed è qui che entra in gioco il capolavoro della pedagogia contemporanea, ovvero la metamorfosi del nucleo familiare e delle sue dinamiche interne, i cui frutti problematici noi formatori raccogliamo poi nelle nostre aule. Se un tempo i genitori fungevano da barriera contro cui l’impazienza del figlio andava a sbattere e a ridimensionarsi, oggi la tendenza si è capovolta in modo grottesco. Siamo passati dai genitori autoritari del dopoguerra ai “genitori elicottero”, capaci di sorvolare costantemente la vita dei figli per intercettare ogni minima minaccia, fino ad arrivare alla versione più recente e letale: il “genitore spazzaneve”.
Il genitore spazzaneve non si limita a sorvegliare dall’alto, ma avanza fisicamente davanti al figlio per rimuovere preventivamente dal suo percorso ogni singolo sasso, ogni minima asperità e ogni potenziale fonte di frustrazione. Nel modello educativo moderno, l’impulso del ragazzo viene immediatamente intercettato dall’intervento preventivo dello spazzaneve familiare, il quale crea un vuoto emotivo artificiale che, a lungo andare, genera una profonda ansia esistenziale nel giovane, privato dell’esperienza formativa del limite.
I contorni di questa dinamica si manifestano in episodi quotidiani che oscillano tra il tragico e il comico, e che spesso si ripercuotono anche sull’attività formativa. Se il ragazzino prende un brutto voto a scuola, o se viene richiamato durante un corso di formazione, la colpa non è mai della sua manifesta pigrizia, del mancato studio o della sua disattenzione. La colpa è dell’insegnante sadico, del formatore troppo rigido, della traccia d’esame mal formulata o della luna storta, spingendo la famiglia a minacciare ricorsi o a protestare formalmente per iscritto.
Se il figlio manifesta i primi segni di noia durante un tragitto in auto di dieci minuti, o mentre aspetta il suo turno durante un’esercitazione sul campo, anziché lasciarlo stare in silenzio a riflettere e a gestire l’attesa, gli si lancia in mano uno smartphone prima ancora che abbia il tempo di emettere il primo sospiro di scontento.
Questo disperato bisogno genitoriale di essere amati dai propri figli, di essere i loro migliori amici a tutti i costi e di risparmiare loro la fatica intrinseca del vivere ha un retrogusto fortemente egoistico. Si protegge la prole non per il bene reale del giovane, ma perché il genitore stesso non possiede la forza psicologica necessaria a tollerare il pianto, il broncio o il fallimento della propria creatura. Si scambia la debolezza educativa e l’incapacità di sostenere il conflitto per un eccesso d’amore protettivo.
Il risultato di questa deriva è la produzione industriale di piccoli imperatori domestici, tiranni emotivi che in casa governano sovrani su genitori sottomessi, ma che sono tragicamente destinati a squagliarsi come neve al sole al primo impatto con il mondo reale. Un mondo, come quello del lavoro o delle emergenze di Protezione Civile, che purtroppo per loro non ha ancora assunto un genitore spazzaneve per gestire i propri uffici o le proprie crisi sul territorio.
Una profezia pop: la clinica psicologica secondo Obi-Wan Kenobi
Che l’apprendimento della pazienza sia il vero crinale dello sviluppo della personalità adulta non è una scoperta esclusiva della psicanalisi moderna. Si tratta di un archetipo culturale profondo che attraversa la narrazione umana da millenni, e persino la cultura pop ne ha fornito una sintesi folgorante che calza a pennello per chiunque si occupi di addestramento e formazione. Nella saga cinematografica originaria di Star Wars, l’intera parabola del protagonista Luke Skywalker non è una storia di addestramento militare all’uso della Forza, ma un monumentale percorso di crescita incentrato interamente sulla gestione della propria distruttiva impazienza.
Nel celebre passaggio del film L’Impero colpisce ancora, ambientato sul pianeta palustre di Dagobah, il venerabile Maestro Yoda rifiuta inizialmente di prendere Luke come allievo. La diagnosi dello gnomo verde è squisitamente psicologica e formativa: vede il ragazzo irrequieto, proiettato costantemente verso il futuro, incapace di stare nel qui e ora, dominato da troppa rabbia e troppa fretta. Ritiene che il giovane non sia pronto per un compito di così alta responsabilità, poiché il rischio di crollare di fronte alle difficoltà è troppo alto per chi non sa dominare i propri impulsi. In pratica fa una radiografia perfetta di un giovane di vent’anni. È in quel preciso momento di stallo pedagogico che interviene lo spirito di Obi-Wan Kenobi, pronunciando una frase che meriterebbe di essere affissa all’ingresso di ogni aula formativa e sopra ogni scrivania: imparerà la pazienza.
In quel verbo declinato al futuro, ovvero nell’affermazione che il ragazzo imparerà, si nasconde tutta la durezza e la speranza del processo di crescita. Obi-Wan non commette l’errore di dire che Luke possiede già la pazienza, né ipotizza che questa virtù gli verrà trasmessa per osmosi o tramite una carezza consolatoria. Riconosce lucidamente che la pazienza è una materia di studio complessa, un percorso a tappe che richiede tempo, esercizio e severità d’intenti.
Nel mondo dei Cavalieri Jedi, questo apprendimento non avviene attraverso i complimenti gratuiti, i premi di consolazione o le giustificazioni protettive. Si impara correndo nel fango con un maestro esigente sulle spalle, fallendo miseramente nel tentativo di sollevare un’astronave dalla palude con la sola forza del pensiero e accettando l’umiliazione terapeutica di scoprire che la propria mente è ancora debole e indisciplinata. Se Obi-Wan Kenobi operasse ai giorni nostri e nel mondo reale, verrebbe probabilmente denunciato dai genitori protettivi di Luke (si, lo so chi sono e cosa è successo ai genitori di Luke, ma è un esempio, OK?) ai servizi sociali per metodi educativi coercitivi e stressanti. Eppure, la sua profezia si rivela esatta: Luke impara la pazienza solo passando attraverso il fallimento, il vuoto e la rinuncia definitiva all’illusione dell’onnipotenza infantile. Solo dopo questo crollo narcisistico diventa un adulto capace di assumersi responsabilità e salvare la galassia.
L’analfabetismo emotivo e i suoi sintomi clinici: l’ansia e la noia cronica
Cosa accade quando questo fondamentale processo di apprendimento viene negato o aggirato dall’iperprotezione familiare e sociale? La mancata alfabetizzazione alla frustrazione si traduce in una serie di comportamenti ed evidenze che osserviamo quotidianamente sul campo. Il sintomo più diffuso e paradossale del giovane moderno è la combinazione tossica di una noia cronica e di una parallela ansia da prestazione bloccante.
I ragazzi odierni, saturati fin dalla prima infanzia di stimoli artificiali a bassissimo costo cognitivo, come i video rapidi sui social network o i videogiochi progettati per rilasciare dopamina ogni tre secondi, sviluppano una soglia di attivazione neurologica talmente alta che la realtà ordinaria appare loro irrimediabilmente grigia e depressiva. La scuola diventa noiosa, l’addestramento tecnico diventa noioso, la conversazione approfondita diventa noiosa. Questa specifica noia, tuttavia, non deve essere confusa con l’ozio creativo o con il sano riposo della mente. Si tratta di una vera e propria crisi di astinenza da dopamina di un cervello abituato a essere costantemente imboccato da un flusso algoritmico esterno.
Quando questi soggetti vengono privati del loro anestetico digitale e messi improvvisamente di fronte a un compito reale che richiede un’applicazione prolungata senza alcuna ricompensa immediata — come lo studio per una certificazione, l’apprendimento di manovre operative di soccorso o il coordinamento lento in una squadra — subentra immediatamente l’ansia. Si tratta di un’ansia paralizzante che scaturisce direttamente dal terrore del fallimento. Poiché non hanno mai sviluppato gli anticorpi psicologici necessari per gestire l’errore, il rifiuto o il ritardo temporale, la semplice prospettiva di non riuscire subito si trasforma in un blocco totale dell’azione. Il giovane preferisce non provarci affatto, preferisce ritirarsi e dichiararsi malato di ansia pur di evitare il confronto con il limite, piuttosto che rischiare di scoprire che il mondo esterno non applaude a prescindere dal suo solo esistere.
Il ritorno alla realtà: linee guida per adulti coraggiosi e formatori resistenti
Uscire da questa palude iperconnessa ed iperprotettiva è un’impresa complessa, ma non impossibile. Richiede, tuttavia, un drastico cambio di rotta pedagogico e quello che potremmo definire un vero e proprio eroismo della normalità da parte degli adulti di riferimento, siano essi zii, mentori, insegnanti o formatori sul campo. Non servono grandi ed astratte teorie filosofiche, ma basta riappropriarsi del coraggio educativo di esercitare la funzione normativa del limite, senza la quale non esiste crescita sana della personalità.
Il primo passo fondamentale consiste nel restaurare l’ecologia del “no” e della fermezza. Il “no” pronunciato da un adulto autorevole non deve essere vissuto come una punizione sadica o come una mancanza d’affetto, ma come un atto di profonda igiene mentale per il giovane. I ragazzi hanno un bisogno disperato di andare a sbattere contro un rifiuto fermo, motivato dal punto di vista adulto ma assolutamente non negoziabile attraverso le lamentele. Sentirsi dire di no, o vedersi rifiutare un’approvazione non meritata durante un corso, permette di comprendere che i propri desideri non coincidono automaticamente con le regole del mondo e che la realtà è un soggetto indipendente con cui mediare, non un distributore automatico di accondiscendenza.
Il secondo pilastro richiede di istituire deliberatamente il tempo del vuoto e dell’attesa ordinata. Dobbiamo smettere di riempire ogni istante con l’intrattenimento. Dobbiamo avere il coraggio di lasciare che i ragazzi sperimentino la noia e la pausa. La noia è il terreno fertile e indispensabile da cui germoglia il pensiero autonomo e la creatività individuale. Se un giovane manifesta scontento perché deve aspettare il proprio turno durante un’esercitazione di Protezione Civile o in un contesto lavorativo, l’adulto deve resistere alla tentazione di intrattenerlo o giustificarlo. Lasciarlo stare in quell’attesa significa costringere la sua mente, dopo una prima fase di fastidio, ad attivarsi autonomamente per trovare una stabilità interiore, per osservare i compagni, per riflettere sull’ambiente circostante (invito i lettori a recuperare e leggere l’articolo che ho scritto sul Rugby ed in particolare sul cartellino giallo).
Infine, è necessario valorizzare il processo esistenziale e non la performance finale o l’esibizionismo del talento. Nella società contemporanea si tende a premiare esclusivamente il risultato visibile, creando nei giovani l’ansia costante di dover apparire sempre perfetti ed eccezionali. Occorre invece spostare l’accento sullo sforzo prolungato, sulla tenacia e sulla gestione dell’errore. Complimentarsi per l’impegno profuso nel superare una difficoltà tecnica complessa, indipendentemente dal fatto che il risultato finale sia da record, insegna al ragazzo che il vero valore risiede nella costanza dell’attesa e della ripetizione ordinata, non nella gratificazione istantanea del successo senza fatica.
Le regole operative per una sana gestione della frustrazione si articolano quindi su comportamenti fermi e rivoluzionari: stabilire confini chiari senza avvertire sensi di colpa, bandire l’uso dei dispositivi digitali come anestetici emotivi nei momenti morti della formazione, rifiutarsi categoricamente di correggere gli errori al posto dei ragazzi anche quando il loro lavoro è visibilmente impreciso, e permettere che la fatica dell’apprendimento faccia il suo corso naturale per stimolare la resilienza e l’autonomia profonda del giovane.
Conclusioni: la pazienza come massima forma di libertà personale
In ultima analisi, la pazienza non deve essere fraintesa come un atteggiamento passivo tipico dei rassegnati, dei sottomessi o dei deboli di carattere. Essa rappresenta l’esatto contrario dal punto di vista della struttura psichica. Chi non possiede la capacità di avere pazienza è, a tutti gli effetti, un individuo profondamente schiavo della realtà circostante. È schiavo dei propri impulsi biologici immediati, è schiavo delle risposte pavloviane agli stimoli esterni ed è totalmente schiavo dell’algoritmo digitale che decide quando e come attivare i suoi recettori della dopamina. L’impaziente è per sua natura un soggetto debole, manipolabile dal mercato e costantemente in balia della fretta e del bisogno nevrotico di rassicurazione immediata.
La pazienza vera, quella conquistata a caro prezzo attraverso il faticoso passaggio nella gestione della frustrazione, costituisce la massima forma di libertà e di potere personale accessibile all’essere umano. Essere pazienti significa essere i legittimi padroni dei propri confini emotivi. Significa possedere la capacità strutturale di guardare un problema complesso che si riversa contro di noi — sia esso un esame difficile, una crisi lavorativa o uno scenario d’emergenza sul territorio — incrociare le braccia con calma e decidere deliberatamente e in autonomia quando sia il momento strategico migliore per agire, senza farsi dettare l’agenda esistenziale dall’ansia del momento o dalla pressione della fretta.
Per i lettori del blog, l’invito finale è quello di riscoprire il valore terapeutico dell’attesa e del limite, abbandonando l’illusione di poter spianare la strada davanti ai piedi delle nuove generazioni. Smettiamo di comportarci da spazzaneve sociali. Come zii, come formatori, come cittadini consapevoli, lasciamo che i nostri giovani incontrino il limite della realtà, lasciamo che cadano nei loro piccoli o grandi fallimenti quotidiani e, soprattutto, lasciamo che sperimentino la fatica e l’orgoglio di rialzarsi da soli senza l’aiuto protettivo dell’adulto. Solo allora, guardandoli affrontare le paludi inevitabili e fangose dell’esistenza e dei compiti di responsabilità che li attendono, potremo sorridere nel buio delle nostre preoccupazioni e ripetere anche noi, con la stessa serena ed incrollabile certezza del vecchio Maestro Obi-Wan Kenobi: “Impareranno la pazienza”.
P.S. Prevedo già l’obiezione da tastiera del commentatore medio, anche se ho già chiarito ampiamente questo punto nello sviluppo dell’articolo: “Facile parlare per chi non ha figli, non sai cosa significhi un capriccio infinito che ti logora i nervi!”. È vero, lo ribadisco: purtroppo non ho figli. Ma si eviti l’errore di pensare che, per questo motivo, io non abbia mai dovuto gestire il capriccio di un bambino in vita mia. Tra la crescita dei miei nipoti e le dinamiche familiari, ho dovuto calmarne e gestirne più di quanti certi “fenomeni” del web possano immaginare. Questo senza contare i capricci ben più strutturati, complessi e nevrotici che a volte si manifestano nelle aule dei corsi professionali.
Sia chiaro un punto fondamentale: non punto il dito sui genitori per il puro gusto di farlo o per salire su una cattedra che non mi appartiene. Lo faccio per spingere a una riflessione profonda. So benissimo che la genitorialità è un mestiere di una difficoltà immane, specie al giorno d’oggi e specialmente quando si arriva ad essere genitori in età avanzata, quando le energie fisiche e mentali devono fare i conti con i ritmi di una società logorante. Comprendo perfettamente la stanchezza, il senso di colpa e il burnout educativo.
Ma è proprio in virtù di questa comprensione che mi sorge spontanea una domanda speculare e decisamente più pragmatica: ma quando i bambini inanellano questi capricci infiniti, i genitori esattamente dove sono?
Il punto nodale della questione è tutto qui. Un capriccio è, per definizione biologica, un’esplorazione del confine, un tentativo infantile di testare la resistenza della realtà. Se quel capriccio diventa “infinito” e si trasforma in una dinamica comportamentale costante, significa semplicemente che dall’altra parte non ha trovato un argine solido su cui infrangersi. Ha trovato invece una spugna cedevole, una trattativa sindacale estenuante o un adulto che, per sfinimento o per comprare dieci minuti di anestesia e silenzio, capitola di fronte al ricatto emotivo del figlio.
Non è esclusiva dell’ambito genitoriale una delle regole base della fisica relazionale: se l’argine si sposta continuamente, il fiume straripa. E i frutti di quegli argini mai costruiti, purtroppo per tutti, non restano chiusi nel salotto di casa; ce li troviamo poi noi in aula o sui campi di addestramento della Protezione Civile, pochi anni dopo, trovandoci a nostra volta ad aiutare ragazzi totalmente privi di difese di fronte alla prima, inevitabile tempesta della vita.
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