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Non l’avrei mai detto, e nessuno che mi conosce bene ci avrebbe scommesso nemmeno un soldino di peltro: sto per scrivere qualche riga in difesa di Ferrari Luce… Ohibò.

Diciamolo subito, senza girarci intorno: io non amo la Ferrari. Ma nemmeno un po’, né per sbaglio. Certo, non sono ne cieco né scemo, ne riconosco il valore storico e l’immensa potenza industriale, ma il mio distacco da Maranello è radicato e profondo. Non è solo una questione di design, è un’antipatia epidermica verso una narrazione che ho sempre trovato ipocrita: quella modernità di facciata sbandierata nei comunicati stampa che serve solo a mascherare una tradizione stantia, quasi museale.

Non nego che le vetture degli ultimi anni siano colme di soluzioni iper-tecnologiche, ma la vera domanda che dobbiamo porci è un’altra: quanta di quella roba è nata davvero lì dentro, e quanta invece è stata semplicemente presa altrove, impacchettata e “resa Ferrari”? Ecco, è questo il vero punto. E poi c’è chi ha ancora il coraggio di criticare i marchi cinesi perché copiano o assemblano tecnologie altrui.

Politiche commerciali

A questo si aggiunge una politica commerciale che, negli ultimi anni, mi ricorda in modo indisponente quella di Rolex. Quel giochino dei clienti “selezionati”, delle liste d’attesa infinite usate come status symbol, del dover “meritare” il diritto di spendere centinaia di migliaia di euro. Un elitismo artificiale che profuma più di speculazione finanziaria che di reale passione ingegneristica.

Eppure, davanti alla tempesta di fango e denigrazione scoppiata online dopo la presentazione della Ferrari Luce, mi trovo nell’insolita posizione di dover prendere le parti del Cavallino. Si, avete letto bene: sto difendendo il Cavallino (guardate bene fuori dalla finestra, anche se è maggio potrebbe nevicare).

Voglio dire: può piacere come anche no (e stranamente, pur non urlando al miracolo, a me non dispiace affatto), ma assistere a giudizi così affrettati e carichi di astio preventivo è francamente una follia. Siamo di fronte a un passo finalmente coraggioso, proiettato in una direzione davvero diversa.

Smontare il feticismo da bar sulla Ferrari Luce

La reazione del pubblico alla Luce — la prima supercar completamente elettrica e a quattro porte di Maranello — ha seguito il solito, noiosissimo copione passatista. Una parte della tifoseria pretende che il brand rimanga congelato nel tempo, un eterno album dei ricordi fatto di motori a V racchiusi in linee rassicuranti. La Luce, invece, spezza questa continuità in modo brutalmente onesto. Chi la denigra accusa il design, nato dalla collaborazione tra il Centro Stile di Flavio Manzoni e il collettivo LoveFrom di Jony Ive e Marc Newson, di essere “alieno” o troppo vicino al mondo Apple. Vero, senza dubbio, ma deve essere per forza negativo?

Ma la vera rivoluzione sta nell’onestà intellettuale del progetto, a partire da una forma che torna finalmente a seguire la funzione (ricordate cosa scrissi sulla mia Ioniq?). Senza un motore termico anteriore (o centrale), non avrebbe avuto alcun senso scimmiottare i volumi del passato, e così la silhouette a goccia e la cellula di vetro diventano pura aerodinamica applicata. Si tratta di un’architettura completamente inedita, una fastback con pavimento piatto e 1.050 CV, che definisce spazi e proporzioni mai visti prima su una Ferrari, pensati per abitare l’elettrico e non per adattarlo a forza. Persino sul fronte del suono la scelta è stata radicale e coraggiosa: Maranello ha voluto rinunciare ai rombi artificiali finti sparati dagli altoparlanti, preferendo amplificare le vibrazioni meccaniche reali degli assali tramite un sistema di accelerometri. Questa è ingegneria trasparente, non marketing acchiappa-clic.

Il vero capolavoro, poi, sono gli interni. L’influenza di Jony Ive si vede nella rinuncia alla dittatura degli schermi giganti neri. C’è una chiave in Gorilla Glass e moduli fisici in alluminio lavorato dal pieno. Non è un tablet con le ruote; è un oggetto di alta manifattura contemporanea che rimette al centro l’esperienza tattile.

Il verdetto: il problema sono io

Questo cortocircuito mi porta a una riflessione quasi ironica. Se la Luce viene massacrata dai puristi proprio mentre io la trovo un’operazione non necessariamente riuscita o piacevole, ma finalmente moderna ed interessante, significa che il cerchio si chiude.

Quindi, a questo punto è evidente: il mio problema con Ferrari sono io.

Il mio distacco nasceva proprio da quel compitino nostalgico ripetuto all’infinito per rassicurare i clienti tradizionalisti coperto da un racconto di tutt’altro. Se oggi mi scopro a difendere l’auto che viene accusata di NON essere una vera Ferrari, significa che il mio gusto e la traiettoria di Maranello si sono incrociati nel punto più inaspettato: quello del futuro. La Luce non cancella la tradizione, la libera dal peso di essere un vincolo. Resta da capire se il pubblico è pronto a camminare nel presente, o se preferisce rimanere seduto nel Novecento.

Nota dell’autore: un’ultima riflessione, quasi sociologica; il vero dramma di operazioni come la Luce non è il rischio industriale di Maranello, ma la pigrizia culturale di chi guarda. Perché se persino il Cavallino prova, per una volta, a smettere i panni del rassicurante brand di lusso per tornare a fare quello che Enzo Ferrari faceva meglio — ovvero scandalizzare i contemporanei anticipando i tempi — e noi rispondiamo invocando il passato, allora il problema non è l’auto elettrica. Il problema è che abbiamo paura di tutto ciò che non sappiamo già come catalogare.