Tempo medio di lettura: 5 minuti

Di recente ho ricevuto un’email da un’attenta lettrice di questo spazio. Mi faceva notare, con molto garbo, quella che a prima vista potrebbe sembrare una contraddizione logica nel mio approccio, un paradosso. Mi chiedeva sostanzialmente se non sia una contraddizione promuovere in ogni pagina la filosofia del “meno è meglio” e l’estetica scarna, se poi i miei articoli sono mediamente lunghi, complessi e contengono una ferma stigmatizzazione della superficialità moderna.

Il dubbio è legittimo e merita una risposta pubblica. Questo apparente paradosso svanisce non appena si comprende un principio fondamentale: semplicità non significa brevità a tutti i costi. Per spiegare questa sinergia necessaria, mi vengono in aiuto l’ingegneria meccanica e una celebre massima filosofica che cito spesso.

La lezione di Mazda: dal “downsizing” al “rightsizing”

No, non sono impazzito: ora capirete. Per anni, l’industria dell’auto ha seguito ciecamente la moda del downsizing: ridurre drasticamente la cilindrata dei motori e aggiungere turbine per far quadrare i bilanci dell’efficienza sulla carta (nei finti test teorici di laboratorio). Quasi tutti i costruttori si sono accodati, tranne uno. La Mazda ha scelto di andare controcorrente introducendo la filosofia del rightsizing. Invece di rimpicciolire i motori oltre il limite della fisica, ha cercato la giusta dimensione volumetrica per garantire la massima efficienza, l’affidabilità e il rendimento ottimale nel mondo reale.

Su questo sito applico esattamente la stessa filosofia, traslandola dai motori ai contenuti.

Se applicassi il downsizing ai testi, dovrei tagliare, sforbiciare e riassumere i concetti fino a ridurli a pillole insignificanti o slogan da social network, distruggendo la complessità del pensiero. Il mio approccio è invece il rightsizing: dare a ogni argomento lo spazio esatto (o meglio, quello che a me sembra esatto) di cui ha bisogno per essere sviscerato, compreso e metabolizzato.

Il paradosso di Pascal: scrivere corto richiede tempo

A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare ricordando un aforisma di Blaise Pascal tratto dalle sue Lettere provinciali (1657), che ricorre spesso nelle mie riflessioni e che suona più o meno così: «ho fatto questa lettera più lunga del solito solo perché non ho avuto il tempo di farla più corta».

Nota: si lo so, talvolta compare come “mi scuso per la lunghezza…” o altre forme, ma l’importante è il senso.

Questa frase viene spesso usata per elogiare la sintesi, ma se la si analizza bene non è affatto un paradosso in contraddizione con la lunghezza dei miei articoli. Pascal ci sta dicendo una verità fondamentale: la brevità densa richiede un enorme sforzo di limatura, selezione e riscrittura. Scrivere un testo lungo e disordinato è facile; distillarlo richiede tempo.

Tuttavia, c’è un limite logico. Pascal non intendeva dire che ogni lettera debba diventare un tweet, ma che ogni parola superflua va eliminata per non sprecare il tempo del lettore. Quando la potatura della “fuffa” è terminata, ciò che resta è la giusta misura dell’argomento. Se un tema scientifico o sociale è complesso, la sua forma distillata e priva di fronzoli rimarrà comunque estesa. Un articolo di quattromila parole può essere infinitamente più “semplice” e pulito di un saggio di cinquecento parole pieno di vuota retorica.

Che cos’è, davvero, la “giusta misura”?

Dobbiamo quindi liberarci dall’equivoco culturale secondo cui un testo lungo sia “complesso” e un testo breve sia “semplice”. La brevità forzata è spesso solo il paravento della superficialità.

Cercare la giusta misura nei contenuti significa fare un lavoro di precisione millimetrica che si sviluppa su due fronti opposti ma complementari:

  1. Massima densità informativa: un articolo è “semplice” quando è privo di giri di parole inutili, di barocchismi stilistici o di riempitivi retorici. Significa togliere tutto ciò che non serve all’architettura logica del discorso. Questo è il vero insegnamento di Pascal.
  2. Rispetto della complessità: se un tema richiede tremila parole per essere spiegato con rigore analitico, ridurlo a trecento per renderlo “più masticabile” non sarebbe un’operazione di sintesi, ma un atto di mutilazione intellettuale. Significherebbe ingannare chi legge, vendendogli l’illusione di aver capito un problema di cui ha grattato solo la superficie.

La giusta misura non si calcola con il righello, ma con l’efficienza: è il punto esatto in cui non si può togliere più una sola parola senza compromettere l’integrità del concetto.

Il minimalismo strutturale: sottrarre il rumore

Quando affermo che “meno è meglio”, mi riferisco in modo categorico alla forma. Come scrivevo nel 2018 nell’articolo La semplicità prima di tutto, l’aspetto spartano di questo spazio è una scelta deliberata di potatura metodica, non un paradosso.

Nel web contemporaneo siamo bombardati da sovraccarichi cognitivi: banner, tracciamenti invasivi, pop-up e grafiche ridondanti studiate solo per catturare l’attenzione a breve termine. Il mio “meno” consiste nel fare tabula rasa di tutto questo rumore di fondo. Elimino il superfluo visivo per un motivo preciso: restituire centralità all’unica cosa che conta davvero, ovvero il testo scritto.

In ultimo, ma non per importanza

Un ringraziamento speciale va alla lettrice che, con la sua email, ha dato origine a queste righe. In un’epoca di scorrevolezza distratta, ricevere un’osservazione così puntuale è il segno tangibile che l’obiettivo di questo spazio è stato centrato: trovare persone capaci di fermarsi, analizzare i dettagli e interrogarsi sul senso profondo delle scelte, anche di quelle grafiche e strutturali. È grazie a stimoli lucidi come il suo che questa officina di pensiero continua a rimanere aperta e attiva.