Dopo la pubblicazione della mia analisi sulla pentalogia di Don Camillo, tra i molti scambi nati con i lettori, un dettaglio ha acceso una curiosità inaspettata: quel riferimento a “Operazione Sottoveste” che avevo inserito quasi come un divertissement comparativo. In molti mi hanno chiesto di sviluppare quella citazione, interrogandosi su cosa c’entri un sottomarino rosa nel Pacifico con i campanili della Bassa. Eppure, riguardando oggi il capolavoro di Blake Edwards del 1959, appare chiaro che il filo rosso (o rosa?) che lo lega al Mondo Piccolo di Guareschi è molto più robusto di quanto la distanza geografica e storica lasci supporre.
Se Don Camillo e Peppone ci hanno insegnato che l’umanità e il bene comune possono prevalere sulle barricate ideologiche, il Comandante Sherman e il Tenente Holden ci mostrano come la sopravvivenza e un’ironia ai limiti dell’assurdo siano stati i veri motori della ricostruzione spirituale post-bellica. Ma c’è un elemento ulteriore, quasi viscerale, che mi lega a questa pellicola e che risiede nelle mie origini: l’etica del saper fare.
Caro Konrad, ti prendo in prestito il “fanàiman”
C’è un’espressione che il bravo Konrad il Brianzolo ha elevato a vero e proprio comandamento laico e che sento profondamente mia: il “fanàiman”. È quel misto di intraprendenza, spirito di adattamento e ingegno pratico che non accetta il “non si può fare” come risposta. Se il Comandante Sherman rappresenta il regolamento e la coscienza, il Tenente Holden è l’incarnazione cinematografica del mantra di Konrad.
Mentre il comando centrale dichiara il Sea Tiger un rottame irrecuperabile, Holden applica la filosofia del “fai da te” brianzolo su scala bellica. Non è solo mercato nero; è l’etica di chi sa che, se manca un pezzo, lo si inventa, lo si scambia o lo si “recupera” con un’eleganza che rasenta il genio. Vedere Holden che trasforma il nulla in risorse è come osservare un artigiano brianzolo che, con tre viti e un’intuizione, rimette in moto un macchinario che tutti davano per spacciato.
Entrambe le opere, la “pentalogia” ed “Operazione Sottoveste”, nate a ridosso di ferite ancora aperte, scelgono la via della commedia non per sminuire il dramma, ma per esorcizzarlo, elevando il compromesso a forma d’arte e la resilienza a virtù cardinale. Abbandoniamo dunque l’argine del Po per immergerci nelle acque di Cavite: scopriremo che la guerra si combatte non solo con i siluri, ma con la vernice antiruggine e quella invincibile capacità di “fare” quando tutto intorno sembra crollare.
La genesi: quando la realtà supera la commedia
Prima di diventare il trionfo technicolor che tutti conosciamo, Operazione Sottoveste nasce da un terreno di fatti storici documentati, seppur bizzarri. Il film, uscito nel 1959 per la regia di Blake Edwards, attinge a piene mani dai diari di guerra del Pacifico. La figura del Sea Tiger, ad esempio, non è un’invenzione totale: si ispira in parte alle vicissitudini dell’USS Sealion, il primo sottomarino affondato dagli aerei giapponesi a Cavite (Filippine), proprio come accade nei primi minuti della pellicola.
Ma il dettaglio più iconico — il sottomarino rosa — non è un parto della fantasia degli sceneggiatori. Durante il conflitto, l’USS Squalus, dopo essere stato recuperato e ribattezzato USS Sailfish, fu effettivamente ridipinto con una miscela di vernice protettiva che, a causa della scarsità di pigmenti standard, assunse una tonalità rosata molto simile a quella del film. Blake Edwards, con la sua sensibilità quasi “guareschiana” nel vedere il lato umano e grottesco nelle pieghe del dramma, capì che quel dettaglio cromatico era la metafora perfetta: l’assurdità della guerra che si scontra con la dignità dei mezzi di fortuna.
I giganti della recitazione
Il film è anche l’incontro di due giganti che rappresentano due epoche diverse di Hollywood. Da un lato Cary Grant, nel ruolo del Comandante Matt Sherman, che portava sullo schermo la compostezza dell’autorità e una recitazione asciutta, quasi britannica. Dall’altro Tony Curtis, che interpreta il Tenente Holden e che, ironia della sorte, fu proprio colui che spinse per avere Grant nel film. Curtis, che aveva servito davvero a bordo di un sottomarino durante la Seconda Guerra Mondiale, vedeva in Grant il suo idolo d’infanzia; questa chimica reale tra il “discepolo” creativo e il “maestro” rigoroso trasferì sulla pellicola quella tensione dialettica che è il cuore della narrazione.
Proprio qui si innesta la trama di Operazione Sottoveste: il Sea Tiger è un relitto destinato alla demolizione, ma Sherman, spinto da un senso del dovere che confina con l’ostinazione, decide di farlo navigare. Per farlo ha bisogno di un miracolo, e quel miracolo ha il volto di Nicholas Holden, un ufficiale che della guerra non conosce le armi, ma conosce alla perfezione il mercato nero e la psicologia umana. Inizia così un’odissea sottomarina dove il nemico non è solo il Giappone, ma la burocrazia, la mancanza di ricambi e l’improvvisa (e catastrofica per i nervi dell’equipaggio) accoglienza a bordo di un gruppo di infermiere dell’esercito rimaste isolate.
La burocrazia e la “questione della carta igienica”
Nessun passaggio del film descrive meglio lo scontro tra la realtà del fronte e l’astrazione degli uffici logistici della celebre “lettera sulla carta igienica”. È un momento di alta scuola di scrittura cinematografica, ispirato — come riportano le cronache storiche — a una vera comunicazione inviata dal Comandante James Wiggins Coe del sottomarino USS Skipjack nel 1942.
Nel film, Sherman, esasperato dal muro di gomma dell’amministrazione, decide di sfidare il sistema sul suo stesso terreno: quello della carta scritta. La citazione merita di essere riportata integralmente per la sua tagliente ironia:
Da: Comandante del sommergibile Sea Tiger
A: Ufficio Approvvigionamenti Arsenale di Cavite, Filippine.
Tramite: Comando Forze Subacquee.
Oggetto: Carta igienica.
#1. Il 6 giugno 1941 questa nave ha inoltrato una richiesta di 150 rotoli di carta igienica. Il 16 dicembre 1941 detta richiesta è stata restituita con la stampigliatura: “Materiale sconosciuto. Richiesta annullata.”
#2. Il Comandante del sommergibile Sea Tiger non può fare a meno di domandarsi cosa viene usato all’Approvvigionamento di Cavite in sostituzione di questo “materiale sconosciuto”, un tempo perfettamente noto a questo Comando.
Qui tocchiamo con mano il cuore del problema: mentre gli uomini al fronte cercano di sopravvivere con l’ingegno (il fanàiman di cui abbiamo parlato), il sistema risponde con la stampigliatura “materiale sconosciuto”. È la stessa dinamica che Guareschi descrive spesso nei suoi racconti, dove il buon senso del contadino o il bisogno concreto della povera gente dovevano scontrarsi con le circolari ministeriali o le direttive centrali del Partito, totalmente scollate dalla realtà fisiologica della vita.
In questo contesto, il Tenente Holden non è più solo un opportunista, ma diventa una necessità vitale. Se la Marina non riconosce l’esistenza della carta igienica, allora hai bisogno del “fai-da-te” brianzolo applicato alla guerra: qualcuno che non chieda il permesso, ma che “vada a prendersela”. La lettera di Sherman è la resa dell’uomo delle istituzioni di fronte all’inefficienza del potere, un grido di dolore ironico che trasforma la carenza di un bene primario in una satira sociale ancora oggi attualissima.
L’invasione delle “gonne”: il caos come catalizzatore
Se la partenza del sottomarino è il trionfo del fanàiman, la prima tappa forzata a Marinduque introduce l’elemento che farà deragliare definitivamente la rigidità militare di Sherman: l’imbarco di cinque infermiere dell’esercito rimaste isolate. Qui il film compie un salto di qualità etico e narrativo.
Nelle storie di Guareschi, spesso sono le donne — la compagna Maria o la vecchia maestra di Don Camillo — a riportare i protagonisti alla realtà quando si perdono nelle loro battaglie ideologiche. In Operazione Sottoveste, le infermiere fanno lo stesso: scardinano un mondo maschile fatto di grasso e regolamenti. La loro presenza non è solo un espediente per la commedia romantica, ma un dettaglio “vero” sulla gestione delle risorse umane durante la ritirata nel Pacifico, dove la priorità era non lasciare nessuno indietro, a costo di sacrificare ogni spazio vitale.
La reazione dell’equipaggio è un mix di terrore e ammirazione. Sherman, nel tentativo disperato di mantenere il controllo, si scontra con una realtà che nessun manuale della Marina aveva previsto: la trasformazione di un sottomarino da guerra in un asilo, un salotto e, infine, una lavanderia. Celebre è la scena in cui le infermiere usano la sala macchine per stendere la biancheria.
È in questo caos che l’ingegno di Holden brilla ancora di più. Egli capisce che per far funzionare la nave non servono solo siluri, ma armonia. La “Sottoveste” del titolo (quella usata per tappare una falla o un periscopio, a seconda delle versioni e della leggenda) diventa il simbolo della flessibilità: la guerra non si vince solo con la forza bruta, ma con la capacità di adattarsi a situazioni assurde, mantenendo intatta l’umanità.
Il siluro e il camion: quando la balistica sposa l’assurdo
Se c’è una scena che definisce lo spirito di Operazione Sottoveste, è senza dubbio quella del siluro che, invece di trovare il suo bersaglio naturale tra i flutti, decide di “andare a terra” per colpire un camion giapponese.
Dal punto di vista del Comandante Sherman, questo è il nadir della sua carriera: un ufficiale di carriera, educato alla precisione dell’Accademia di Annapolis, si ritrova a sprecare un costoso ordigno subacqueo per abbattere un mezzo di trasporto su gomma. La sua reazione di sbigottita rassegnazione è impagabile: è il momento in cui l’uomo delle istituzioni capisce che la sua guerra non seguirà più le mappe, ma le leggi della stramberia.
Incredibile, ma vero
Ma, ancora una volta, dietro la risata si cela un dettaglio “vero” sulla guerra. Il fallimento dei siluri americani (i famosi Mark 14) fu uno dei grandi scandali reali della campagna del Pacifico: spesso non esplodevano, navigavano a profondità errate o andavano letteralmente dove volevano. Blake Edwards prende questo dato storico drammatico e lo trasforma in un colpo di genio comico.
Il Sea Tiger è una nave che non dovrebbe esistere, dipinta di un colore che non dovrebbe avere, che combatte una guerra che non sa di combattere. Colpire un camion con un siluro è il trionfo dell’imprevisto: proprio come nelle storie di Guareschi un pugno di Peppone può finire per errore sulla faccia di un suo compagno di partito, o un’ordinanza del parroco può scatenare un effetto domino imprevedibile, qui la tecnologia bellica si arrende al caos.
È la dimostrazione definitiva che sul Sea Tiger non vince chi segue il manuale, ma chi sa ridere dell’assurdo mentre cerca di restare a galla. Sherman ammaina la bandiera del rigore e accetta l’inevitabile: in un mondo che va a rotoli (o che viaggia su un sottomarino rosa), anche affondare un camion diventa un successo, purché serva a portare a casa la pelle e, possibilmente, l’onore.
Il siluro, il camion e la “colpa” di Dolores
Se il siluro finisce sulla spiaggia per distruggere un camion giapponese, la responsabilità non è del caso, ma della mano decisamente maldestra del Tenente Dolores Crandall. La scena è un capolavoro di tempi comici: nel silenzio teso della sala comando, mentre Sherman è concentrato sul periscopio pronto a colpire una nave nemica, Dolores — con la stessa naturalezza con cui si sistemerebbe la divisa — preme il pulsante di lancio “per sbaglio”.
Lo sbigottimento di Sherman è totale. Non è la reazione furibonda di chi subisce un sabotaggio, ma quella di un uomo che assiste al collasso delle leggi della fisica. Lo vediamo seguire con il periscopio la scia del siluro che ignora il mare e punta dritto verso la riva, centrando in pieno un povero camion che passava di lì per i fatti suoi. Lo sguardo di Cary Grant in quel momento è impagabile: è lo sguardo di chi capisce che non esiste un manuale dell’Accademia di Annapolis capace di spiegare perché un sottomarino rosa abbia appena “affondato” un mezzo su gomma. È la resa della ragione di fronte alla forza della natura (e della goffaggine).
E poi, sarà per sempre
Ma c’è di più: è proprio Dolores Crandall l’elemento che condizionerà l’intera esistenza di Sherman. Il Comandante, che inizialmente vede in lei il caos che distrugge il suo ordine militare, finirà non solo per sposarla, ma per legare indissolubilmente la sua vita a quella fragilità così umana e dirompente. Quell’affondamento impossibile diventa la metafora del destino di Sherman: un uomo che pensava di comandare il mare e che finisce “affondato” dall’imprevedibilità del fattore umano. È il trionfo della vita sulla burocrazia: Dolores è la personificazione dell’imprevisto che, dopo averti rovinato la reputazione con un camion esploso sulla sabbia, ti salva l’anima insegnandoti che la rigidità è il preludio della rottura, mentre l’accoglienza del caos è l’unica via per la felicità.
Le frasi mitiche: un’ironia al confine del “consentito”
Rileggere oggi alcune battute del film è un esercizio di equilibrismo. Se venissero scritte per una sceneggiatura contemporanea, genererebbero probabilmente bufere mediatiche, ma contestualizzate nell’etica del 1959 rivelano quel cinismo elegante che serviva a esorcizzare la miseria del fronte.
La cosa più sorprendente è che le battute più taglienti sulla morale e sulle donne non arrivano solo dal “pirata” Holden, ma dallo stesso Comandante Sherman. È lui, l’uomo d’ordine, a lasciarsi andare a una visione del mondo che oggi definiremmo quantomeno “politicamente scorretta”. Quando Sherman descrive l’efficacia delle soluzioni non convenzionali di Holden, le paragona a uno spogliarello, invitando a non indagare sui metodi ma a godersi il risultato:
«è come lo spogliarello: non indagare come lo fanno e goditi i risultati»
mette la firma definitiva sulla sua resa al pragmatismo. E rincara la dose con una freddezza balistica applicata alla biologia:
«Quando una ragazza ha meno di ventuno anni è protetta dalla legge, quando ha superato i sessantacinque è protetta dalla natura, a qualsiasi età intermedia è caccia libera.»
Queste non sono solo battute da caserma; sono il manifesto di una generazione che, dopo aver visto la morte in faccia, ha deciso di non farsi più fregare dalle astrazioni o dal decoro di facciata. Se persino Sherman, la guida morale, arriva a ragionare così, significa che la guerra ha livellato tutto.
Ed il pragmatismo “ereditario”
A fargli da contrappunto perfetto c’è poi il realismo brutale di Holden sul denaro:
«Da piccolo ero vittima di una campagna tendenziosa: mi dicevano che il denaro non è tutto, e io me la bevevo. Poi scoprii che quelli che affermavano che il denaro non è tutto erano quelli che ne erano pieni.»
È una lezione di vita che sembra uscita dalla bocca di un vecchio saggio della Brianza o da uno dei personaggi più cinici di Guareschi: il rifiuto dell’ipocrisia dei “piani alti”. Holden sa che per ottenere ciò che serve — che sia un giunto universale o una cena di lusso — bisogna navigare nei vizi umani:
«Ci sono due semplici strade per avere i soldi: o li rubi, o te li sposi! […] in una camera da letto nessuno indagherà mai sul tuo conto in banca».
Questa etica spregiudicata è il fanàiman portato all’estremo. Si ride del sesso, dei soldi e della legge perché sono le uniche cose concrete rimaste quando le ideologie e i regolamenti militari mostrano la loro inefficienza. Proprio come Peppone e Don Camillo, che pur partendo da mondi opposti finiscono per intendersi sulle necessità brutali della vita, Sherman e Holden si ritrovano uniti da questo cinismo salvifico. Un’ironia che oggi ci appare “pericolosa”, ma che allora era l’unica armatura possibile contro l’assurdo.
Tu non sei una donna… sei un meccanico!
Mentre Sherman e Holden si perdono in cinici equilibrismi verbali, la vera anima “operaia” del sottomarino emerge nel rapporto tra il burbero meccanico di bordo, Tostin, e il Maggiore Edna Heywood. È qui che il film tocca le corde della pura stima professionale, superando ogni barriera di genere con una battuta che è un inno alla competenza.
Quando l’infermiera Heywood dimostra di saperne più degli uomini sulla riparazione dei motori, il meccanico, superando la sua timidezza e il suo scetticismo, le rivolge quello che per lui è il massimo riconoscimento possibile:
«Tu non sei una donna. Sei molto di più… Sei un meccanico!»
In questa frase c’è tutta l’etica del film e, se vogliamo, quel rispetto profondo per chi “sa fare” che appartiene alla nostra cultura. Dire a una donna che è “molto di più” di una donna perché è un meccanico non è un insulto alla sua femminilità, ma l’ammissione che nel momento del bisogno, quando il motore tossisce e il destino della nave è in bilico, l’unica vera nobiltà è quella delle mani sporche di grasso.
È la stessa nobiltà che Guareschi riconosceva ai suoi contadini capaci di aggiustare un trattore sotto il sole cocente, o che noi riconosciamo al genio brianzolo che non si ferma davanti a un guasto. In quel microcosmo claustrofobico, Edna Heywood cessa di essere un “disturbo” o un oggetto di caccia libera per diventare un membro fondamentale dell’equipaggio. Il fanàiman non guarda il sesso o il grado: guarda se sai tenere in mano una chiave inglese. E quando la sai usare, diventi parte di quell’aristocrazia del fare che è l’unica in grado di far navigare un sottomarino rosa verso la salvezza.
L’incredibile epopea del “marinaio Hornsby”
Tra tutte le peripezie del Sea Tiger, nessuna incarna meglio lo spirito di sopravvivenza e l’ingegno irregolare della missione per “requisire” la cena di fine anno. Protagonista assoluto è il solito Tenente Holden che, per garantire un pasto dignitoso all’equipaggio, organizza il furto di un maiale da un recinto locale. Ma il vero problema non è il furto, quanto il trasporto: come far passare un suino grugnente attraverso i posti di blocco della Polizia Militare senza finire tutti davanti alla corte marziale?
Qui scatta il colpo di genio balistico-vestimentario: il maiale viene letteralmente “arruolato”. Camuffato con una divisa regolamentare, un berretto da marinaio e sorretto sottobraccio dai suoi “commilitoni”, l’animale viene spacciato per il “Marinaio Hornsby”, un soldato che ha alzato decisamente troppo il gomito durante la libera uscita. L’immagine di questo suino in divisa che grugnisce sotto il cappello bianco mentre viene trascinato a bordo è una delle vette della slapstick comedy di Edwards, un inno al fanaiman più spregiudicato che trasforma la realtà pur di aggirare il regolamento.
Ma è solo l’inizio
Tuttavia, il capolavoro narrativo si compie quando la Polizia Militare, sospettosa, sale a bordo per indagare sulla sparizione della bestia. È qui che assistiamo alla definitiva metamorfosi del Comandante Sherman. Invece di consegnare Holden e i suoi uomini, Sherman decide di “coprire” l’assurda messinscena alzando la posta in gioco. Con una solennità impeccabile e la faccia di bronzo che solo un grande ufficiale (e un grande Cary Grant) può sostenere, improvvisa un anticipato elogio funebre: informa gli investigatori che il povero marinaio Hornsby, autore del furto, è destinato a perire in una missione suicida top-secret, da vero eroe del mare.
Ma la giustizia di Sherman, pur flessibile, resta integerrima. Con un atto di squisita “equità brianzola”, Sherman decide di risarcire il contadino derubato, ma non attinge ai fondi della Marina. Con un colpo di mano degno del miglior contrattatore, confisca i beni di lusso che Holden aveva portato con sé e li usa come moneta di scambio per pagare il maiale.
È la sintesi perfetta: l’equipaggio ha la sua cena, il contadino è soddisfatto, il maiale è diventato una leggenda bellica e Holden ha imparato che, sul Sea Tiger, l’ingegno individuale deve sempre piegarsi al bene comune (o almeno al giudizio salomonico del suo Comandante). Una lezione di comando che sembra uscita da un racconto di Guareschi: dove la legge si ferma, inizia il buon senso di chi sa che, per far navigare una nave rosa, bisogna saper trasformare un furto in un atto d’eroismo e un debito in una lezione di vita.
Perché il Sea Tiger non affonda mai: il segreto di un successo senza tempo
Se ancora oggi Operazione Sottoveste fa il “pieno” di ascolti e continua a raccogliere consensi transgenerazionali, non è solo per merito della regia di Blake Edwards o del carisma di Cary Grant e Tony Curtis. Il motivo è più profondo e risiede nella sua capacità di parlare a quella parte di noi che sopravvive alle crisi, ai cambiamenti sociali e al passare delle stagioni.
In primo luogo, il film è un trionfo dell’archetipo. Sherman e Holden non sono solo due ufficiali: sono l’eterna lotta tra il “dovere” e il “piacere”, tra la “regola” e l'”eccezione”. È lo stesso scontro che rende immortale il duello tra Don Camillo e Peppone. In un mondo sempre più regolamentato e burocratico, vedere l’ingegno del singolo che scavalca l’ottusità del sistema (la carta igienica “sconosciuta”) ci regala una catarsi liberatoria. Ci riconosciamo in quella resilienza, in quel fanàiman brianzolo che non si arrende all’evidenza di un relitto, ma lo fa navigare contro ogni logica.
In secondo luogo, il film possiede l’eleganza rara di saper trattare il dramma con leggerezza, senza mai scivolare nella banalità. La guerra fa da sfondo, con i suoi siluri che mancano il bersaglio e le sue ritirate precipitose, ma al centro resta sempre l’umanità. C’è una verità profonda nel meccanico che riconosce il valore di una donna attraverso la sua capacità di aggiustare un motore: è il riconoscimento che il merito e la competenza sono le uniche vere ancore di salvezza nei momenti di tempesta.
Conclusione
Oggi viviamo in un’epoca di “politicamente corretto” che spesso anestetizza il linguaggio, ma le frasi taglienti di Sherman e Holden, nella loro spregiudicatezza, ci appaiono come una boccata d’aria fresca. Sono oneste, ciniche quanto basta, e profondamente vere nel descrivere le debolezze umane. Non c’è cattiveria, ma una profonda accettazione del caos: che sia un siluro che affonda un camion o un sottomarino che diventa rosa, il messaggio è che la vita vince sempre sulla forma.
In ultima analisi, Operazione Sottoveste ci piace perché ci rassicura. Ci dice che anche se siamo su un relitto, anche se non abbiamo i pezzi di ricambio e la nostra vernice è del colore sbagliato, finché avremo l’ingegno per inventare una soluzione e l’ironia per ridere di un errore, potremo sempre tornare in porto. Proprio come nella Bassa di Guareschi, dove dopo ogni piena del Po ci si rimbocca le maniche e si ricomincia, il Sea Tiger continua a navigare nei nostri cuori perché è il simbolo di quell umanità che non affonda mai, finché c’è qualcuno capace di dire: “Fanaiman, e andiamo avanti”.
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