Vi siete mai chiesti come finirebbe oggi l’emergenza dell’Apollo 13? L’apollo 13 è stato definito il fallimento di maggior successo della storia. Sarebbe così anche oggi?
Beh, io in effetti me lo sono domandato, e devo ammettere di essermi dato una risposta che non mi è piaciuta, perché credo che no, oggi non sarebbe un fallimento di successo, ma un fallimento e basta.
Di fronte al filtro quadrato da inserire nel buco tondo (avete capito, vero, a che cosa mi sto riferendo?), il responsabile della logistica probabilmente oggi direbbe: “Il fornitore non ha previsto questo scenario nel contratto”. Abbiamo delegato la conoscenza alle procedure e, quando la realtà esce dai binari, restiamo immobili.
Mentre l’ossigeno finisce, si convocherebbe un Urgent Steering Committee. Si parlerebbe di mindset adattivo e di come comunicare il fallimento in modo proattivo. Useremmo parole inglesi bellissime per coprire un fatto atroce: nessuno sa più come usare le mani e la logica elementare per inventare una soluzione che non sia già scritta in una slide.
Qualcuno interrogherebbe un’Intelligenza Artificiale. Otterrebbe una risposta impeccabile sulla geometria euclidea, ma del tutto inutile davanti al ghiaccio che blocca le valvole e al sudore che impedisce al nastro adesivo di attaccare. L’IA non ha mai tenuto una chiave inglese in mano; noi, purtroppo, stiamo dimenticando come si fa.
E’ verosimile? Perché potrebbe essere così?
Io credo che nel 1970 tornare sulla Terra non sia stato un atto di fortuna, è stato un atto di conoscenza profonda. Quella conoscenza che oggi stiamo barattando con la velocità superficiale e la finta sicurezza delle “soft skill”.
Il successo del salvataggio dell’Apollo 13 fu il trionfo dell’uomo che possiede la propria intelligenza, non dell’uomo che ne è posseduto. Oggi siamo diventati “specchi fragili”: riflettiamo una tecnologia avanzatissima, ma se lo schermo si spegne, non sappiamo più chi siamo né cosa sappiamo fare.
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