Tempo medio di lettura: 23 minuti

Capitolo 1: l’ombra di Honoghr ed il destino in un nome

Il fumo non saliva mai dritto su Honoghr. Restava basso, una coltre giallastra e acida che s’impigliava tra le radici scheletriche degli alberi di khomm, soffocando il destino di una terra che un tempo era stata verde. In quel silenzio malato, rotto solo dal sibilo del vento tossico, il clan dei Noghri si era radunato ai piedi della Maitrakh.

Al centro della radura di fango secco stava un giovane guerriero. I suoi muscoli erano cordame teso sotto la pelle grigia e rugosa; i suoi occhi, grandi e scuri, riflettevano la luce malata dei soli di Honoghr. Davanti a lui, poggiato su un altare di pietra nera, giaceva un pugnale cerimoniale dalla lama ricurva e un mantello mimetico lacerato, i cui bordi portavano ancora le bruciature di una scarica elettrica letale.

«Tuo zio è caduto lontano da qui,» iniziò la Maitrakh, la sua voce era un gracidio antico che portava il peso di generazioni di sofferenza. «È caduto nel fuoco di un mondo chiamato Lothal, proteggendo colui che ci permette di respirare. Colui che cura la nostra terra e cha ora è tornato.»

Il giovane non abbassò lo sguardo. Sapeva di chi parlava. Il Signore della Guerra dai Grandi Occhi Rossi. Il salvatore che era sceso dal cielo quando le piogge erano diventate veleno.

«Il nome che portavi da cucciolo muore oggi con la tua vecchia pelle,» continuò la Matriarca, sollevando il pugnale. «L’Ammiraglio ha chiesto un’ombra. Ha chiesto che il sangue del suo servitore più fedele torni a scorrere al suo fianco. Per onorare il debito, per riscattare il sacrificio di chi ti ha preceduto… tu berrai dal calice del passato.»

La Maitrakh incise il palmo del giovane. Il sangue rosso scuro gocciolò sul mantello bruciato.

«Da questo momento, tu non sei più un figlio del fango. Sei il braccio che colpisce nel buio. Sei il silenzio che precede la tempesta. Tu sei… Rukh.»

Il giovane afferrò l’elsa del pugnale. Il nome risuonò nella sua mente come un tamburo di guerra. Non era solo un identificativo; era una maledizione e una promessa. Sentiva l’ombra di suo zio gravare sulle sue spalle, un fantasma che chiedeva vendetta o completamento.

«Andrai sulla Chimaera,» concluse la Maitrakh. «Sarai i suoi occhi dove lui non può vedere. Sarai la sua zanna dove lui non può azzannare. Ma ricorda, Rukh: noi serviamo l’Impero perché l’Impero serve Honoghr. Se la sorgente si secca, il guerriero non ha più motivo di proteggerla.»

Poche ore dopo, una navetta imperiale classe Lambda squarciò la coltre di nubi tossiche. Il giovane Rukh salì la rampa senza voltarsi. Mentre la nave lasciava l’atmosfera, vide per l’ultima volta le distese grigie del suo mondo, ignaro che il “salvatore” che stava per servire era l’architetto della loro stessa agonia.

Sulla plancia della Chimaera, un uomo dalla pelle blu e gli occhi come braci ardenti lo attendeva. Thrawn non disse una parola. Osservò il giovane guerriero, notando come stringeva il pugnale dello zio.

«Ben tornato, Rukh,» mormorò Thrawn, con una punta di gelida soddisfazione. «Vediamo se il tuo sangue è all’altezza della tua eredità.»

Capitolo 2: il destino della verità

I mesi sulla Chimaera erano stati una danza di ombre e assoluta precisione. Il giovane Rukh era diventato l’estensione della volontà di Thrawn: un fantasma che scivolava tra i condotti di aerazione, un killer che non lasciava traccia. Thrawn lo trattava con una sorta di distaccato rispetto, quasi fosse un’opera d’arte semovente della sua collezione. Ma per Rukh, ogni missione portata a termine era un tributo alla memoria di suo zio e un mattone aggiunto alla ricostruzione del suo mondo malato.

Fino all’incidente nel settore di Sluis Van, che cambiò tutto.

Rukh era di guardia nell’area di detenzione quando un altro guerriero Noghri, Kabarakh, tornò da una missione di ricognizione sul pianeta Kashyyyk. Kabarakh era stato catturato e poi rilasciato dai ribelli, un fatto che Thrawn aveva analizzato con sospetto, ma che Rukh vedeva come un’onta per il clan.

Approfittando del turno di sorveglianza, Rukh entrò nella cella di isolamento di Kabarakh. Il silenzio era rotto solo dal ronzio del campo di forza.

«Hai permesso che i nemici del Signore della Guerra ti toccassero, Kabarakh,» ringhiò Rukh, la voce simile a un sasso che rotola in una grotta. «Hai infangato il nome che porto per onorare mio zio.»

Kabarakh sollevò lo sguardo. Non c’era vergogna nei suoi occhi, solo una luce febbrile, quasi sacra. «Non sono nemici, Rukh. Abbiamo servito un falso dio mentre la vera stirpe camminava tra le stelle.»

Rukh scattò in avanti, la mano che correva al pugnale ricurvo. «Parli per enigmi e tradimento. Thrawn cura le nostre terre, ci dà la vita.»

«Thrawn ci dà il veleno e lo chiama medicina!» ribatté Kabarakh, incurante della lama alla gola. «Ho sentito il suo profumo, Rukh. Sulle foreste di Kashyyyk. Era il profumo del Signore dei Sith. Era la presenza di Vader.»

Rukh si irrigidì. Il nome di Vader era il pilastro su cui poggiava il debito dei Noghri. «Vader è morto. Thrawn è il suo erede.»

«No,» sussurrò Kabarakh, avvicinandosi al volto del compagno. «Vader ha una figlia. La Lady Mal’ary’ush. È lei che i Ribelli chiamano Leila Organa. Lei porta il sangue di colui che abbiamo giurato di servire. E lei ci ha mostrato la verità che i Grandi Occhi Rossi ci nascondono: l’Impero non sta curando Honoghr. Lo sta avvelenando lentamente, anno dopo anno, per tenerci in catene.»

Il mondo di Rukh vacillò. L’immagine di suo zio, morto bruciato su Lothal per proteggere quel sistema di menzogne, gli bruciò nel petto come acido.

«Stai mentendo,» disse Rukh, ma la sua presa sul pugnale tremava.

«Chiedi alla Maitrakh della sua missione su Endor. Chiedi perché i droidi imperiali seminano erba che non cresce mai,» lo sfidò Kabarakh. «Gli eredi di Vader verranno su Honoghr. Verranno a reclamare il nostro onore. Tu cosa farai, Rukh? Difenderai l’uomo che ha ucciso tuo zio con la menzogna, o servirai la figlia di Vader?»

In quel momento, la porta della cella si aprì. La figura slanciata di Thrawn apparve sulla soglia, avvolta nel suo mantello bianco impeccabile. I suoi occhi rossi brillarono nell’oscurità, scrutando i due Noghri.

«Rukh? C’è qualche problema con il prigioniero?» chiese l’Ammiraglio con la sua solita, gelida calma.

Rukh rinfoderò il pugnale con un movimento fluido, il volto trasformato in una maschera d’argilla. Fece un passo indietro, inchinandosi leggermente.

«Nessun problema, Grand’Ammiraglio,» rispose Rukh, e per la prima volta la sua voce non era un atto di sottomissione, ma il preludio di una sentenza. «Stavo solo ricordando a Kabarakh… quanto può essere letale un segreto.»

Capitolo 3: il futuro del mondo

Le ombre nel villaggio del clan Kihm’bar non erano semplici macchie di oscurità; erano il rifugio di un popolo che stava iniziando a risvegliarsi da un incubo durato decenni. Rukh entrò nella dimora della Maitrakh con un movimento fluido, quasi liquido, e si inchinò profondamente davanti alla Madre del Clan.

“Kabarakh mi ha parlato, Madre,” esordì Rukh, la voce ridotta a un sussurro roco che graffiava il silenzio. “Mi ha riferito della presenza del Figlio di Lord Vader qui su Honoghr. Gli Imperiali non lo sanno, convinti di averlo in pugno altrove, ma io ho steso comunque un velo di silenzio sui miei passi. Il Grand’Ammiraglio non sa nulla dai miei rapporti.”

La Maitrakh sollevò lo sguardo stanco, segnato dal peso di un pianeta che moriva un ettaro alla volta. “Il tuo silenzio è un rischio mortale, Rukh. Se Thrawn scoprisse che la sua guardia del corpo gli nasconde la preda, la punizione per il nostro popolo sarebbe definitiva.”

“L’onore pesa più della paura, Madre,” rispose Rukh, stringendo l’impugnatura del suo coltello da assassino. “Ma il mio spirito è tormentato. Ho servito l’Impero credendo fosse la nostra salvezza, eppure Kabarakh parla di inganni che avvelenano le nostre radici. Se ora devo volgere la mia lama contro il Gran Ammiraglio, devo prima guardare negli occhi colui che porta quel sangue sacro. Voglio incontrare il Figlio di Lord Vader. Devo capire se Lui e Sua Sorella sono davvero i portatori della verità, o se siamo solo pedine in un nuovo gioco di galassie.”

La Maitrakh annuì lentamente, solenne. “Vai, allora. Ma sii cauto. Egli possiede sensi che vanno oltre la vista. Non cercare di nasconderti a Lui come farebbe un sicario, o crederà che siate stato inviato per finirlo.”

Molto più in alto, tra le vette aspre e silenziose delle montagne, Luke Skywalker era nascosto in quella zona che i Noghri chiamavano con un misto di speranza e dolore “Il Futuro del Mondo”. Lì, dove l’aria era più rarefatta e il veleno chimico imperiale faticava ad arrampicarsi sui fianchi della roccia, Luke stava lavorando febbrilmente ai circuiti del suo X-Wing, sperando di ridare vita alle celle di energia esauste.

Il silenzio delle alture era assoluto, ma improvvisamente mutò. Luke percepì un vuoto nella Forza, una zona di quiete letale che si muoveva tra le pietre scure con precisione soprannaturale. Si alzò lentamente, posando gli attrezzi e pulendosi le mani sporche di grasso sulla tunica.

“Non c’è bisogno di essere tanto furtivo,” disse Luke, rivolgendosi con calma a un anfratto d’ombra tra i picchi. “ti sento.”

Rukh emerse dall’oscurità di una sporgenza rocciosa. Non impugnava armi, ma la sua postura era quella di un predatore che valuta la propria preda. Si fermò a pochi passi dal Jedi e inclinò il capo con una solennità antica, quasi religiosa.

“Kabarakh afferma che Lei porta l’odore di Colui che un tempo servivamo,” disse Rukh, studiando ogni centimetro del volto di Luke. “Dice che Lei e Sua Sorella siete la speranza di Honoghr.”

“Mio padre era un uomo complesso che ha commesso molti errori e non solo con il vostro popolo, Rukh, ma era guidato verso di voi da sincera ammirazione” rispose Luke, mantenendo lo sguardo fisso in quegli enormi occhi neri. “L’Impero poi ha trasformato quegli errori verso Honoghr in una prigione senza sbarre. Mia sorella Leia ha visto la verità con i propri occhi: le macchine che dovrebbero curare la vostra terra sono quelle che la stanno uccidendo. Vi tengono legati a loro con una menzogna che dura da generazioni.”

Rukh si avvicinò di un passo, e per la prima volta la sua maschera di freddo assassino sembrò incrinarsi. “Il Gran Ammiraglio Thrawn sostiene che Voi ribelli siate il caos. Egli mi ha insegnato che l’arte di un popolo ne rivela la debolezza. Qual è la Vostra arte, Jedi? Qual è lo scopo che guida Lei e la Figlia di Lord Vader?”

“Io non cerco debolezze, Rukh. Cerco la vita,” rispose Luke con fermezza. “La nostra ‘arte’ è proteggere ciò che cresce. Guarda queste montagne, questo ‘Futuro del Mondo’. Thrawn vedrebbe solo un nascondiglio tattico per i nemici. Io e Leia lo guardiamo e vediamo la prova che la vita può ancora vincere sull’inganno imperiale. Mio padre non sapeva… ma noi sì.”

Rukh rimase immobile per un lungo istante, lasciando che le parole del Jedi risuonassero tra le vette aspre. Il titolo di “Lei” era ora il sigillo di una nuova alleanza, basata non sulla sottomissione, ma sulla verità del sangue.

“Il Gran Ammiraglio è un maestro nel prevedere le mosse dei nemici,” sussurrò infine Rukh, la voce carica di un presagio oscuro. “Ma non ha mai previsto un guerriero che non desidera il dominio. Kabarakh non mentiva. Lei e Lady Vader possedete il sangue di Lord Vader, ma il vostro cuore è di esseri liberi.”

Il Noghri fece un passo indietro, iniziando a dissolversi tra le ombre delle rocce come nebbia che torna nell’abisso.

“Torni alle stelle, Jedi. Comunichi alla Figlia di Lord Vader che il messaggio è stato ricevuto e che il Popolo Onorevole ha finalmente aperto gli occhi. Resti nascosto finchè le serve e poi vada; il tempo della menzogna sta per esaurirsi.”

Rukh si fermò un’ultima volta, la sua sagoma quasi invisibile contro la pietra scura del “Futuro del Mondo”.

“Quando sarò di nuovo sulla Chimaera, al fianco del Gran Ammiraglio, io sarò la Sua ombra e il Suo scudo. Ma sappia questo, Figlio di Vader: al momento opportuno, il debito di sangue verrà saldato… e sarà la mia mano a bilanciare la bilancia della giustizia.”

Capitolo 4: l‘erede dell’ombra e l’incontro su Pantora

L’aria su Pantora era gelida, impregnata del vapore dei generatori e del puzzo di ozono tipico dei porti spaziali affollati. Zeb e Kallus camminavano vicini, cercando di confondersi tra i mercanti di spezie e i meccanici coperti di grasso, quando una voce sgradevole, carica della tipica arroganza imperiale, squarciò il brusio della folla.

«Rukh! Piantala di annusare la spazzatura aliena e muoviti! L’Ammiraglio non tollera ritardi, e nemmeno io!»

Zeb si bloccò come se avesse urtato un muro invisibile. I peli sulle sue spalle si drizzarono istantaneamente e la sua mano corse, per puro riflesso muscolare, all’impugnatura del bo-rifle. «Kallus…» mormorò con un ringhio basso, udibile solo al compagno. «Dimmi che le mie orecchie hanno preso un colpo di freddo. Dimmi che non ho sentito quel nome.»

Kallus non rispose subito. I suoi occhi erano già fissi su una sagoma grigia che emergeva con studiata lentezza dall’ombra di un modulo di carico. Era un Noghri, non c’erano dubbi. Era più giovane del mostro che avevano affrontato su Lothal e dei cacciatori incrociati su Myrkr, con una corporatura snella ma nervosa, e si muoveva con una grazia predatrice che sembrava quasi tagliare l’aria.

«Resta calmo, Zeb,» sussurrò Kallus, mantenendo il braccio teso per frenare l’amico. «Sappiamo che quel Rukh è morto. L’abbiamo visto bruciare nel generatore di scudi. Ma guarda quel ragazzo… e ricorda cosa ci ha riferito Khabarakh mesi fa dopo il suo incontro con la Figlia di Lord Vader.»

Il giovane Noghri ignorò gli strepiti dell’ufficiale imperiale, un tenente tronfio che continuava a gesticolare nervosamente. Invece, ruotò la testa con un movimento secco e deliberato verso di loro. Le sue narici vibrarono vistosamente mentre aspirava l’aria fredda, filtrando gli odori della folla finché non isolò la traccia che cercava. Con una calma inquietante, si staccò dal fianco dell’ufficiale e si diresse verso di loro, camminando con i palmi aperti, quasi a voler sentire la consistenza dell’atmosfera.

Si fermò a pochi metri, studiando Zeb con quegli enormi occhi neri e lucidi. «Voi…» la sua voce era un sussurro che sembrava venire da una caverna profonda. «Voi portate con voi il peso dei mondi che sono bruciati. Avete addosso l’odore della polvere di Lothal. E quello della cenere di mio zio.»

Zeb imprecò a denti stretti, la mascella serrata. «Tuo zio? Quindi l’Impero vi sta clonando o cosa? Ti hanno appioppato il suo nome per farti rigare dritto come un bravo soldatino?»

Il giovane Noghri inclinò la testa, un gesto così simile all’originale da far venire i brividi a Kallus. «Gli Imperiali mi chiamano così perché è l’unico nome che le loro lingue pigre sanno pronunciare senza tremare troppo. Ma non sono stati loro a darmelo. È stata la mia Maitrakh a scegliere che io fossi Rukh. Mi ha dato questo nome per onorare il sangue di mio zio e per ricordarmi che una lama può essere affilata dal dolore, ma deve essere impugnata dalla verità.»

L’ufficiale imperiale strepitò da lontano, il volto paonazzo per la rabbia. «Rukh! Che diamine stai facendo con quei civili? Ti ho dato un ordine, maledetto troglodita!»

Il ragazzo non si degnò nemmeno di guardarlo. Il suo sguardo era fisso su Kallus, riconoscendo in lui l’odore complesso di chi aveva servito lo stesso padrone per poi scegliere di sputare su quel legame.

«Khabarakh ci ha raccontato ogni cosa,» continuò il giovane Rukh, parlando a voce ancora più bassa mentre il rumore dei motori di un trasporto in partenza copriva le sue parole. «Ci ha parlato della Figlia e del Figlio di Lord Vader. Ci ha spiegato che la cura di Honoghr è una menzogna, che l’Impero ci nutre di veleno chiamandolo medicina. Mio zio è morto nel buio, convinto di servire l’onore. Io invece vedo chiaro, grazie alla luce che i figli di Vader hanno portato tra noi.»

Zeb allentò appena la tensione nelle spalle, scambiando un’occhiata sorpresa con Kallus. «E allora, ragazzo? Che intenzioni hai? Vuoi vendicare il vecchio o vuoi iniziare a onorare il tuo nome nel modo giusto?»

Il giovane Rukh fece un piccolo passo indietro, la sua figura che iniziava già a confondersi con la penombra del molo. «Potrei gridare ora. Potrei dire a quello stupido ufficiale che ha davanti due dei ricercati più famosi della galassia. Mio zio lo avrebbe fatto, morendo per un falso ideale.»

Fece una breve pausa, lanciando un’occhiata di puro, gelido disprezzo all’imperiale che stava ancora cercando di attirare la sua attenzione urlando a squarciagola.

«Ma la Figlia di Lord Vader ha detto che il tempo dei servi deve finire. Andatevene. Dirò a questo borioso che il mio olfatto mi ha ingannato, che siete solo polvere nel vento di Pantora. Ma ricordatevi di me. La Maitrakh non mi ha dato questo nome perché io fossi una copia del passato, ma perché fossi la lama che taglia il velo del futuro. La prossima volta che sentirete gridare il nome di Rukh, non sarà per un ordine di Thrawn. Sarà il segnale che le catene si sono spezzate per tutti noi.»

Senza aggiungere altro, il Noghri si voltò e trotterellò verso l’ufficiale con un’aria di finta sottomissione, lasciando i due ribelli immobili nel freddo del porto spaziale.

Zeb guardò Kallus, scuotendo la testa massiccia mentre un mezzo sorriso gli increspava il muso. «Pare proprio che la Maitrakh sappia giocare d’anticipo meglio di qualsiasi Gran Ammiraglio.»

Capitolo 5: l’ultima opera d’arte

Il fragore della Battaglia di Bilbringi faceva vibrare lo scafo della Chimaera. Sul ponte di comando, il Grand’Ammiraglio Thrawn sedeva sul suo trono, circondato dai monitor tattici che mostravano la flotta della Nuova Repubblica stretta in una morsa d’acciaio. 

Il Capitano Pellaeon si avvicinò con passo rapido, il volto pallido. “Ammiraglio, è appena arrivato un rapporto urgente da Wayland.” 

Thrawn non distolse lo sguardo dagli ologrammi. “Dica pure, Capitano.”

“Il Monte Tantiss è sotto attacco, signore,” riferì Pellaeon con voce tremante. “Tre gruppi distinti: i nativi, i ribelli e… i Noghri. Le comunicazioni sono frammentarie, ma sembra che le installazioni di clonazione siano state compromesse. La base sta cadendo.” 

Per la prima volta in anni, Thrawn rimase in silenzio. La notizia del tradimento dei Noghri su Wayland era il pezzo mancante di un puzzle che non aveva voluto vedere. Aveva studiato la loro arte, ma non aveva compreso il loro onore. Sapeva che, senza i cloni del Monte Tantiss, la sua campagna era finita. 

Fu in quel preciso istante di realizzazione che l’ombra dietro il suo trono si mosse. 

Rukh non emise un suono. Con la precisione letale di chi adempie a un dovere sacro, fece scattare il suo pugnale da assassino. La lama trapassò lo schienale del trono, affondando direttamente nel petto del Grand’Ammiraglio. 

Thrawn sussultò, ma non gridò. I suoi occhi rossi, solitamente carichi di una logica superiore, si spalancarono mentre guardava la macchia di sangue allargarsi sulla sua uniforme bianca immacolata. Abbassò lo sguardo sulla lama che spuntava dal suo cuore, poi, con un ultimo sforzo, si voltò appena verso Rukh. 

Il Noghri si chinò, il suo sussurro fu un brivido freddo nella concitazione della plancia.

“Il debito è stato saldato, Grand’Ammiraglio. Per la Figlia e il Figlio di Lord Vader. Honoghr è libero.” 

Thrawn accennò un sorriso debole, quasi ammirato, mentre la vita lo abbandonava. Le sue ultime parole, mormorate in un soffio, rimasero impresse nella storia:

“Ma… era così artisticamente fatto…”. 

Mentre Pellaeon urlava ordini disperati e le guardie tentavano invano di bloccare l’assassino, Rukh svanì tra i corridoi della nave. Aveva mantenuto la promessa fatta a Luke Skywalker sulle montagne. Il genio che aveva quasi messo in ginocchio la Nuova Repubblica era morto, tradito dall’unica variabile che non era stato in grado di calcolare: la lealtà di un popolo che aveva smesso di essere uno strumento.

Epilogo: i semi del futuro

L’aria di Honoghr era ancora satura di quel sentore metallico e dolciastro, il marchio chimico dell’Impero che per decenni i Noghri avevano chiamato “cura”. Ma sotto il cielo plumbeo, presso il villaggio del clan Kihm’bar, il silenzio non era più quello della servitù. Era una solenne e vibrante attesa.

Luke Skywalker e Leia Organa Solo stavano di fronte alla Maitrakh. Al suo fianco, come due pilastri di grigia pietra viva, c’erano Khabarakh, colui che per primo aveva osato fiutare la verità nella Figlia di Vader, e Rukh, il guerriero che aveva trasformato quella verità nell’atto finale di giustizia sulla Chimaera.

Leia fece un passo avanti, lo sguardo velato di tristezza mentre osservava le terre desolate che si estendevano oltre le capanne.

«Madre del Clan, Khabarakh, Rukh…» esordì Leia, la voce ferma ma carica di una profonda empatia. «I nostri scienziati hanno completato le analisi. Dobbiamo essere onesti con voi, come l’Impero non lo è mai stato. Il danno inflitto a Honoghr è andato troppo oltre. Il veleno è penetrato nelle radici profonde del mondo. La bonifica completa richiederebbe secoli che il vostro popolo non può permettersi di aspettare in questa agonia.»

Un mormorio di dolore corse tra i guerrieri schierati, ma Rukh e Khabarakh rimasero immobili, i loro grandi occhi neri fissi sui gemelli.

«Volete dire che il nostro mondo è morto per noi?» chiese Khabarakh, la voce carica di un’amarezza antica.

«Non del tutto,» intervenne Luke, facendo un passo avanti. «Le zone che chiamate “Il Futuro del Mondo”, quelle alte vette dove ci siamo incontrati, resteranno intatte. La Nuova Repubblica dichiarerà quelle montagne territorio sacro. Saranno il vostro santuario, un luogo dove la memoria di ciò che Honoghr era potrà sopravvivere per sempre. Ma per il resto… questo pianeta non può più nutrire i vostri figli.»

Leia attivò un proiettore olografico. Al centro del villaggio apparve l’immagine di un mondo rigoglioso, dominato da foreste fitte, valli scoscese e fiumi d’acqua pura. Un mondo che sembrava il riflesso speculare della Honoghr delle leggende.

«Abbiamo trovato una nuova casa per il Popolo Onorevole,» annunciò Leia. «Il pianeta Wayland. Ora che il Monte Tantiss è caduto e l’ombra di Thrawn è svanita, quel mondo ha bisogno di custodi che lo amino. È, in ogni dettaglio, una fotocopia del vostro mondo originale. Lì potrete costruire nuovi villaggi, cacciare e veder crescere le future generazioni senza il timore del veleno.»

Ma lo sguardo di Luke divenne improvvisamente serio, carico di una raccomandazione solenne.

«Tuttavia, Wayland non è un mondo vuoto,» aggiunse il Jedi. «Lì vivono gli Psadan e i Myneyrshi. Sono popoli antichi, civiltà ancora molto arretrate che per anni hanno vissuto nel terrore, schiacciati dalla follia imperiale. Vi affidiamo Wayland non solo come casa, ma come un incarico d’onore. Abbiate cura del pianeta, ma soprattutto di loro. Siate i loro protettori, i loro fratelli maggiori. Insegnate loro che la forza non serve a schiavizzare, ma a difendere chi è più debole. Non mi fiderei di nessun altro, se non di voi Noghri, per questo delicato compito.»

Un silenzio profondo scese sul gruppo. Rukh strinse l’impugnatura del suo pugnale cerimoniale, non con intento omicida, ma con la fermezza di chi accetta un voto sacro.

«Abbiamo conosciuto la crudeltà di chi si crede un dio tra le stelle,» rispose Rukh, la voce profonda e calma. «Non infliggeremo mai quella sofferenza ad altri. Gli Psadan e i Myneyrshi non avranno nulla da temere dal Popolo Onorevole. Saremo l’ombra che li protegge, non quella che li soffoca.»

Khabarakh annuì, guardando verso il cielo plumbeo che presto avrebbero lasciato. «Porteremo con noi i semi del “Futuro del Mondo”. Li pianteremo nelle valli di Wayland e faremo in modo che ogni creatura sotto quelle fronde possa respirare libera. Questo è il nostro nuovo debito, e lo onoreremo ogni giorno.»

La Maitrakh sollevò la mano in segno di benedizione. «Il sangue di Lord Vader ci ha dato la verità. Il coraggio dei Suoi figli ci ha dato la vita. Wayland, il nuovo Honoghr, fiorirà, e noi saremo le sue radici.»

Mentre i primi trasporti della Nuova Repubblica iniziavano a scendere tra le nubi tossiche per dare inizio al grande esodo, Rukh e Khabarakh si inchinarono un’ultima volta davanti ai gemelli. La lama era stata rinfoderata, la menzogna era morta e, per la prima volta in cinquant’anni, i Noghri potevano finalmente guardare alle stelle senza sentirsi schiavi.