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Introduzione

Alexandr Kallus non riusciva a staccare gli occhi dallo schermo. Intorno a lui, l’ufficio era immerso nel silenzio, interrotto solo dal ronzio dei server. Davanti a lui, una mappa stellare del settore di Obroa-skai pulsava di piccoli punti rossi e blu. Kallus e Zeb erano ancora in pista.

«Non ha senso,» mormorò tra sé, passandosi una mano sul mento ispido.

Ufficialmente, l’attacco al convoglio della Nuova Repubblica di tre giorni prima era stato archiviato come un’imboscata riuscita da parte di un “Signore della Guerra” imperiale locale. Il rapporto del Generale Cracken parlava di una superiorità tattica dovuta alla conoscenza del terreno.

Ma Kallus era stato un Agente dell’ISB. Lui non cercava chi avesse sparato il primo colpo; lui cercava la logica dietro il colpo.

Kallus avviò la simulazione della battaglia per la decima volta. Invece di una carica frontale — tipica dei Moff disperati che cercavano di imitare Tarkin — la flotta imperiale si era divisa in tre segmenti asimmetrici. Avevano lasciato che la Nuova Repubblica credesse di avere il vantaggio, attirandola in un corridoio gravitazionale naturale.

«Guarda qui,» disse Kallus, mentre la porta scorrevole dietro di lui si apriva con un sibilo.

Zeb Orrelios entrò nell’ufficio, portando due tazze di caffè sintetico dall’odore pungente. «Ancora sveglio, Alex? Se continui così, diventerai grigio come un topo di biblioteca imperiale.»

«Zeb, guarda questa manovra,» rispose Kallus, ignorando la battuta e indicando l’ologramma. «L’incrociatore nemico non ha mirato ai motori della nostra nave ammiraglia. Ha mirato ai generatori degli scudi della fregata di scorta, sapendo che l’esplosione avrebbe creato un’interferenza tale da accecare i puntatori laser della nave principale per esattamente dodici secondi.»

Zeb sorseggiò il caffè, socchiudendo gli occhi verso la mappa. «Sembra fortuna. O un pilota che ci sa fare.»

«No. È matematica applicata alla psicologia,» Kallus si alzò, camminando nervosamente. «Un ufficiale standard avrebbe usato la forza bruta. Questo comandante, chiunque sia, ha usato la nostra stessa formazione contro di noi. Ha trasformato la nostra disciplina in un’arma.»

Kallus premette un tasto, richiamando un file d’archivio protetto da una vecchia chiave di criptazione imperiale. Era un rapporto sulla Battaglia di Atollon, ben precedente alla distruzione della prima Morte Nera.

«Cosa stai cercando?» chiese Zeb, la sua voce ora più bassa, intuendo la tensione dell’amico.

«C’è un ritmo, Zeb. Una cadenza negli attacchi che non vedevo da anni. Dopo la scomparsa di Thrawn e la morte dell’Imperatore, pensavamo che quel tipo di genio militare fosse estinto. I nuovi comandanti come Pellaeon sono competenti, certo, ma questo… questo è diverso. È come se qualcuno avesse preso i manuali dell’Accademia e li avesse riscritti con l’inchiostro dell’imprevedibilità.»

Kallus ingrandì un dettaglio di un segnale di trasmissione intercettato durante l’attacco. Non c’erano nomi. Non c’erano titoli. Solo un identificativo di flotta che non appariva nei registri della Nuova Repubblica.

«Tutti lo chiamano ‘il nuovo comandante del settore’. Un fantasma sbucato dal nulla che sta riunendo i rimasugli dell’Impero sotto un’unica visione,» disse Kallus, guardando Zeb negli occhi. «Se questo tizio continua così, tra sei mesi non avremo più una Nuova Repubblica da difendere. Sarà tutto crollato prima ancora che possiamo dichiarare lo stato di guerra.»

Zeb posò la tazza. «E quindi? Vai dal Consiglio a dirglielo?»

Kallus scosse il capo amaramente. «Mi riderebbero in faccia. Direbbero che sono ancora traumatizzato dai vecchi tempi nell’ISB. Diranno che sono fantasmi di un uomo morto nelle Regioni Ignote.»

Si voltò di nuovo verso lo schermo, dove il piccolo punto rosso dell’incrociatore imperiale sembrava quasi osservarlo.

«Se vogliamo fermarlo, dobbiamo trovarlo noi. Dobbiamo capire chi sta rifornendo questo fantasma. E i miei contatti dicono che tutte le rotte dei rifornimenti ‘fantasma’ portano a un uomo che non ama fare domande: Talon Karrde.»

Kallus raddrizzò la schiena, tornando l’ufficiale determinato di un tempo. «Prepara le tue cose, Zeb. Andiamo a caccia di un’ombra.»

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Capitolo 1: Ombre su Myrkr

Il folto sottobosco di Myrkr era un incubo per i sensori. Gli alberi carichi di metallo della foresta agivano come un disturbatore naturale, ma per Kallus quella cecità tecnologica era un vantaggio. Se l’Impero non poteva vederli, potevano muoversi come fantasmi tra i rami.

«Sento un prurito alle orecchie, Alex. Odio questo posto,» ringhiò Zeb, sistemandosi la cinghia del suo fucile Bo-Rifle sulle spalle massicce. L’umidità del pianeta rendeva la sua pelliccia pesante e l’aria sembrava stranamente… densa.

«C’è qualcosa di strano in questo settore, Zeb,» rispose Kallus senza distogliere lo sguardo dal monitor termico. «Le letture della Forza in questa zona sono piatte. Completamente nulle. È come se il pianeta stesso respingesse la vita, eppure la foresta brulica di creature. Non capisco perché un ufficiale imperiale di alto rango dovrebbe perdere tempo qui.»

Sotto di loro, seminascosta da una fitta coltre di alberi, sorgeva la base operativa di Talon Karrde. Non era un segreto per Kallus che Karrde fosse il miglior broker di informazioni della galassia, ma vederlo ricevere visite ufficiali era un’altra cosa.

«Guarda lì,» sussurrò Kallus, indicando un punto nella radura.

Una navetta classe Lambda, con le ali ripiegate e i motori ancora caldi, era atterrata nel fango di Myrkr. Non era una nave pirata né un mezzo di fortuna. Era lucida, mantenuta con una disciplina che Kallus non vedeva da anni. Accanto alla rampa, un plotone di Stormtrooper in armatura impeccabile formava un perimetro perfetto.

«Stormtrooper?» Zeb arricciò il naso. «Pensavo che quei secchi di bulloni fossero tutti impegnati a fare i predoni nel Bordo Esterno. Questi sembrano… veri.»

Dalla navetta non uscì un commando, ma un ufficiale superiore. Kallus non riusciva a distinguerne il volto a quella distanza anche perché era praticamente di spalle e con un elmetto avvolgente, ma notò la postura: rigida, sicura, circondata da una scorta di strane creature dalla pelle grigia che non si muovevano come soldati, ma come predatori.

«Karrde sta parlando con loro,» osservò Kallus, regolando lo zoom del binocolo elettronico. «È una transazione. Non c’è scontro, non c’è violenza. L’Impero sta offrendo qualcosa a un contrabbandiere in cambio di… animali?»

Videro gli uomini di Karrde caricare delle gabbie sulla navetta. All’interno, creature pelose simili a salamandre con lunghi artigli si aggrappavano a rami di alberi Olomut.

«Perché l’Impero dovrebbe volere dei roditori?» chiese Zeb, perplesso.

«Non lo so. Ma l’ufficiale che dirige l’operazione… guarda come si muove. Non urla ordini, non gesticola. Ogni passo è calcolato. Karrde sembra nervoso, Zeb. E Talon Karrde non è un uomo che si spaventa facilmente.»

Proprio mentre la navetta imperiale iniziava le procedure di decollo, una delle creature grigie della scorta — un Noghri — si fermò bruscamente. Annusò l’aria, voltando la testa verso la posizione di Zeb e Kallus sulla cresta della collina.

«Ci ha sentiti?» sussurrò Zeb, portando la mano al Bo-Rifle.

«Impossibile, siamo sottovento e a trecento metri,» rispose Kallus, ma il suo istinto da ISB urlò pericolo. «Zeb, preparati. Hai riconosciuto quella creatura? E’ della stessa specie di quella che ci dava la caccia su Lothal e che proteggeva Thrawn. Se quella cosa ci scopre, la nostra copertura salta e Karrde saprà che la Repubblica lo sta spiando.»

La creatura grigia iniziò a muoversi verso di loro con una velocità innaturale, staccandosi dalla scorta imperiale. Senza dire una parola, si inoltrò nel sottobosco puntando dritta verso il loro nascondiglio.

«Dobbiamo neutralizzarlo prima che arrivi a portata di voce della base,» ordinò Kallus. «Ma non ucciderlo. Se scompare un soldato, l’Impero tornerà a cercarlo. Dobbiamo farlo sembrare un incidente della fauna locale.»

Zeb scivolò tra i tronchi degli alberi metallici. Quando il Noghri balzò oltre un cespuglio, si trovò davanti non un umano, ma un Lasat infuriato. Il Noghri era minuscolo in confronto a Zeb, ma la sua ferocia era sbalorditiva. Estrasse un pugnale trattato con tossine, ma Zeb usò la rotazione del suo bastone per disarmarlo con un colpo secco.

Kallus intervenne un istante dopo, sparando un dardo stordente a corto raggio sul collo della creatura. Il Noghri crollò a terra, ma prima di perdere conoscenza, emise un sibilo che sembrava un nome o un rango in una lingua sconosciuta.

«Svelto, Zeb! Portalo nella caverna dietro la cresta. Se lo trovano qui, capiranno che sono stati osservati.»

Mentre Zeb trascinava via il corpo, Kallus recuperò il pugnale caduto. Era di fattura antica, con simboli che non riconosceva. Guardò verso la radura: la navetta imperiale stava decollando, scomparendo tra le nuvole grigie di Myrkr.

Tornati a bordo della loro corvetta nascosta, la Ghost of Atollon, Kallus stava analizzando il pugnale e le poche letture ottenute durante lo scambio.

«Chi era quel tizio sulla navetta, Alex? Hai visto il viso?» chiese Zeb, che si stava ancora massaggiando una spalla ammaccata dallo scontro con il Noghri.

«No. Ma ho intercettato un frammento di comunicazione tra la navetta e lo Star Destroyer in orbita,» rispose Kallus. La sua voce era piatta, quasi priva di emozione, il segno che la sua mente stava elaborando uno scenario catastrofico. «L’ufficiale a terra è stato chiamato ‘Ammiraglio’. Ma è il nome della nave che mi preoccupa.»

Kallus attivò l’ologramma. Un nome apparve in rosso, decifrato dai vecchi codici imperiali.

«Si chiama Chimaera, Zeb. Era la nave ammiraglia di Thrawn.»

Zeb rimase in silenzio per un lungo istante. «Ma… lui è morto. Ezra lo ha portato via. È impossibile.»

«In questa galassia, la morte è un concetto relativo per gli ufficiali di quel calibro,» concluse Kallus. «Ma va bene, teniamoci questo dubbio per noi, però dobbiamo avvertire qualcuno, che non sia il senato, che c’è un ammiraglio di nuovo in giro. Dobbiamo scoprire cosa sono quelle creature pelose e

perché un genio della strategia, chiunque esso sia, ne ha bisogno per vincere una guerra che tutti pensano sia già finita.»

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Capitolo 2: Vedette nel Vuoto

Il silenzio di Myrkr era innaturale. Sulla cresta che dominava la tenuta di Talon Karrde, Kallus era accovacciato dietro un affioramento roccioso, con un visore a lungo raggio premuto contro gli occhi. Accanto a lui, Zeb stava controllando la carica del suo Bo-Rifle, infastidito dal ronzio costante degli insetti della giungla.

«Vedo il Falcon. È atterrato proprio accanto alla distesa di fango,» sussurrò Kallus. «Lando e Han sono appena scesi. Karrde è andato ad accoglierli di persona. Sembrano… civili. Per ora.»

Zeb sputò un filo d’erba amara. «Civili? Han Solo che fa il civile con uno che vende merce all’Impero? Scommetto che ha la mano sulla sua DL-44 sotto il mantello. Io ce l’avrei.»

«È quello che mi preoccupa, Zeb. Se Han perde la pazienza, questo posto diventerà un tritacarne in pochi secondi. E non abbiamo ancora visto traccia dell’impero.»

Kallus spostò il visore termico, scansionando il perimetro della fortezza di Karrde. Notò qualcosa che gli fece gelare il sangue: piccole distorsioni nel calore ambientale tra i rami degli alberi Olomut. Non erano vornskr. Erano troppo alte, troppo metodiche nei movimenti.

«Zeb, ore due. Sugli alberi che circondano il patio,» mormorò Kallus, indicando con un cenno del capo. «Vedi quelle ombre? Non sono uomini di Karrde. Si muovono come se stessero cacciando.»

Zeb inquadrò la zona con il suo mirino. «Sono loro. Gli ‘assassini grigi’. Stanno circondando la casa mentre Karrde offre da bere a Han e Lando. Quell’Ammiraglio non se n’è andato del tutto, ha lasciato i suoi cani da guardia a controllare.»

Kallus sapeva che se avessero sparato ora, avrebbero rivelato la loro presenza non solo a Karrde, ma anche all’Impero. Ma se i Noghri avessero ricevuto l’ordine di catturare Han — il “marito della preda” di Bimmisaari — non avrebbero avuto scelta.

«Dobbiamo avvicinarci al generatore di scudi della base,» decise Kallus, chiudendo il visore. «Se le cose precipitano, creeremo un blackout totale. Nel caos, Han e Lando avranno una possibilità di correre verso il Falcon.»

«E noi?» chiese Zeb con un ghigno felino. «Io ho un conto in sospeso con quel piccoletto che mi ha graffiato prima. Non ho intenzione di andarmene senza avergli restituito il favore.»

«Il nostro compito è proteggerli senza che nessuno se ne accorga, Zeb. Ricordatelo. Se Karrde scopre che la Nuova Repubblica sta spiando la sua casa, non ci aiuterà mai a trovare l’Ammiraglio.»

Mentre scivolavano verso il fianco est della fortezza, Zeb si bloccò all’istante, alzando una mano artigliata. Kallus si schiacciò contro un tronco, trattenendo il respiro.

A meno di dieci metri, un’ombra grigia si staccò dalla corteccia di un albero. Era un Noghri. La creatura non li aveva visti, ma la sua testa si muoveva con scatti ferini e le narici fremevano nell’aria carica di umidità. Aveva percepito qualcosa: un odore sintetico, forse l’olio lubrificante delle loro armi, o il calore residuo dei loro corpi.

Kallus stava già calcolando la traiettoria per un colpo stordente, sapendo che avrebbe rivelato la loro posizione, ma Zeb agì prima di lui con una rapidità sorprendente. Invece di caricare con la forza bruta, il Lasat estrae un piccolo tubetto di feromoni sintetici di vornskr e lo lanciò con una parabola perfetta verso un ammasso di felci spinose, trenta metri più a valle. Il tubetto si infranse contro una roccia con un sibilo quasi impercettibile.

Il Noghri scattò all’istante, scomparendo nel sottobosco con una velocità disumana, attirato dall’odore del predatore dominante del pianeta.

Kallus rimase immobile per un secondo di troppo, lo sguardo fisso sul punto in cui il sicario era appena svanito. Sapeva che Zeb non era affatto lo zotico muscoloso che amava fingere di essere, ma vederlo applicare una tattica di depistaggio così raffinata, basata sulla biologia locale e sul tempismo psicologico, lo lasciò interdetto. Era la prima volta che vedeva concretamente a che livello di astuzia potesse arrivare il suo compagno quando la posta in gioco era la sopravvivenza silenziosa.

Zeb gli rivolse un ghigno complice, abbassando appena il Bo-Rifle. «Non siamo più su Lothal, Alex. Ho imparato un paio di trucchi nuovi.»

Raggiunta una botola di servizio, Kallus collegò un ricevitore a induzione a un cavo di comunicazione interrato che correva verso il padiglione principale della fortezza. Non attivò il visore video per evitare che il segnale potesse essere captato dai sistemi dello Star Destroyer in orbita; si limitò a premere l’auricolare contro l’orecchio.

All’interno della fortezza, la conversazione tra Karrde, Han e Lando venne interrotta dal cicalino di una chiamata prioritaria. Karrde chiese scusa e rispose, mentre i due eroi della Ribellione restavano in attesa, ignari.

Dall’auricolare di Kallus emerse una voce. Era calma, misurata, con una cadenza perfetta che non ammetteva repliche. Una voce che non sentiva da dieci anni, ma che era scolpita nel suo subconscio come una cicatrice.

«Capitano Karrde. Confido che i preparativi per il carico degli esemplari rimanenti procedano secondo

i tempi stabiliti. La puntualità è una virtù che apprezzo quanto la discrezione.»

Kallus impallidì visibilmente, le dita che tremavano contro il ricevitore. Era Lui. L’Ammiraglio non sapeva degli ospiti; stava conducendo un affare di routine, ma la sua sola presenza vocale sembrava gelare l’aria della giungla. Karrde rispose con la solita ambiguità professionale, omettendo totalmente di citare Han e Lando.

Kallus staccò il contatto con un gesto brusco.

«Chi era?» sussurrò Zeb, vedendo l’amico scosso come se avesse visto un fantasma.

Kallus fissò il vuoto, il cuore che martellava. Decise di tacere l’identità per il momento. «Un ufficiale imperiale di alto rango,» rispose con voce piatta. «Dobbiamo andarcene. Ora.»

Proprio mentre stavano per scivolare via verso il sentiero di esfiltrazione, una figura emerse dall’ombra di una cisterna d’acqua. Era una giovane donna dai capelli rosso fuoco e gli occhi di un verde smeraldo glaciale. Mara Jade.

La sua mano scivolò sulla fondina, ma non estrasse il blaster. Restò immobile, studiandoli. Zeb reagì istintivamente, i peli sulle braccia ritti come se fosse stato investito da una scarica statica. Sentiva che quella ragazza emanava una letalità diversa da quella dei mercenari di Karrde, ma Kallus vide qualcosa in quella figura e lo trattenne.

Mara fissò Kallus, notando la sua postura: una rigidità che solo anni nei servizi di sicurezza imperiali potevano scolpire.

«Livello di sicurezza Tre. Protocollo di estrazione rapida,» mormorò Mara, la voce bassa come un fruscio tra le foglie. Non era una domanda, era un riconoscimento.

Kallus trasalì, ma rispose completando il vecchio codice di riconoscimento per le operazioni clandestine dell’Impero: «Settore di sorveglianza Sette. Identificazione non necessaria tra ombre.»

Zeb guardò l’uno e l’altra, confuso. «Di cosa state parlando? Alex, che succede?»

Mara Jade inclinò leggermente la testa, annuendo. Aveva trovato qualcuno che parlava la sua lingua “morta”. Capì che quell’uomo non era lì per sabotare Karrde, e a lei bastava questo.

«Karrde non ha bisogno di altri nemici oggi,» disse Mara, facendo un passo indietro verso l’oscurità. «E la galassia non ha bisogno di altri fantasmi imperiali. Andatevene, finché la foresta ve lo permette.»

Kallus fece un cenno quasi impercettibile con il capo, un segno di rispetto tra sopravvissuti. «Grazie… Agente.»

Mara non rispose. Svanì nelle ombre della cisterna, lasciandoli passare nel silenzio più assoluto.

Non passarono nemmeno 10 minuti che il caos esplose nella base di Karrde.

Mara Jade, ancora scossa dall’incontro silenzioso con Kallus e Zeb, era tornata verso le celle per un controllo di routine, cercando di scacciare la strana sensazione che quegli intrusi le avevano lasciato addosso. Fu allora che se ne accorse: la cella di Luke Skywalker era vuota. Il prigioniero era fuggito con uno Skipray e lei si lanciò subito all’inseguimento saltando su un altro mezzo identico; poco dopo li videro schiantarsi nella giungla.

Qualche minuto di concitazione e di conciliabolo sul luogo dello schianto dove accorsero sia gli imperiali che Karrde e dalla cresta della collina Kallus osservò attraverso il visore lo Star Destroyer Chimaera accendere i motori ionici e staccarsi lentamente dall’orbita di Myrkr. L’Ammiraglio se n’era andato, lasciando a terra solo un manipolo di ufficiali e un paio di squadre di supporto per gestire le ultime gabbie di ysalamiri e per “assistere” Karrde nel recupero dei fuggitivi.

Dall’alto, Kallus vide Han Solo e Lando Calrissian uscire di corsa dal rifugio di fortuna dove Karrde li aveva spostati assieme al Falcon. Avevano capito tutto: Luke era stato lì, prigioniero sotto il loro naso, e ora era disperso nel sottobosco metallico, inseguito da quella strana donna. Mentre Karrde organizzava freneticamente le squadre di ricerca per battere sul tempo gli imperiali rimasti a terra, Lando alzò lo sguardo verso la collina.

Sapeva che i suoi “angeli custodi” erano lì. Con un gesto rapido del braccio, mentre saliva su uno speeder, Lando attivò un segnale luminoso codificato sul suo cronometro: «Qui ce la caviamo noi. Non intervenite. Seguite l’Ammiraglio.»

Kallus abbassò il visore. «Il Barone ha dato il segnale, Zeb. Qualunque cosa succeda ora qui, il nostro compito è un altro.»

Una volta a bordo della Ghost of Atollon, mentre Myrkr diventava solo un punto verde smeraldo nel visore, Kallus rimase immobile davanti ai comandi.

«Quella ragazza… cos’era, Alex?» chiese Zeb, stravaccato sul sedile del co-pilota mentre ricaricava il Bo-Rifle. «E perché ci ha lasciati andare?»

«Una predatrice, Zeb. E non era l’unica su quel pianeta,» rispose Kallus, la voce ridotta a un sussurro. «Si è accorta di noi e ha scelto il silenzio. Forse sa qualcosa che noi non sappiamo ancora.»

Kallus attivò l’iperguida. Sapeva che l’Ammiraglio Thrawn era vivo e che Han e Lando stavano per addentrarsi in una missione di salvataggio disperata nel cuore della foresta. Ma soprattutto, mentre le stelle si allungavano in scie bianche, si chiedeva chi fosse quella ragazza dai capelli rossi che conosceva i codici più segreti dell’Impero e come avesse fatto a sentire la loro presenza prima ancora che i sensori la rilevassero.

«Rotta verso Sluis Van,» concluse Kallus. «Dobbiamo anticipare le mosse dell’impero prima che la Nuova Repubblica si accorga di essere di nuovo in guerra.»

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Capitolo 3: Il Passo del Lupo

Il viaggio nell’iperspazio verso il settore di Sluis non fu una fuga, ma un inseguimento millimetrico. Kallus sedeva ai comandi della Ghost of Atollon, con gli occhi fissi sul monitor dei sensori passivi. Non usava il radar attivo per non allertare i sistemi della Chimaera, ma seguiva le sottili perturbazioni nel cronau d’uscita lasciate dallo Star Destroyer.

«Si muove con una sicurezza irritante, Zeb,» mormorò Kallus, le dita che sfioravano i monitor tattici. «Non sta cercando di nascondersi dai radar a lungo raggio. Sta seguendo vettori di navigazione commerciali, mimetizzando la sua firma tra i mercantili pesanti. È un predatore che cammina in mezzo al gregge.»

Zeb camminava nervosamente nel piccolo abitacolo, facendo scricchiolare le giunture del suo Bo-Rifle. «Alex, siamo a un passo da uno Star Destroyer che non dovrebbe esistere. Perché non abbiamo ancora aperto un canale con Hera? Se quell’ammiraglio ti preoccupa davvero così tanto, abbiamo bisogno di una flotta, non di una vecchia corvetta e di un Lasat di cattivo umore.»

Kallus non si voltò. Il sudore gli imperlava la fronte nonostante il climatizzatore della nave. «Perché se trasmettiamo ora, lui intercetterà il segnale prima ancora che raggiunga il ripetitore più vicino. E se lo fa, saprà che lo stiamo seguendo. Ci distruggerebbe in tre secondi, Zeb. Dobbiamo aspettare che faccia la sua mossa.»

L’iperspazio si dissolse improvvisamente. Davanti a loro, l’immenso sistema di Sluis Van apparve in tutta la sua complessità industriale. I cantieri orbitali, una corona d’acciaio che circondava il pianeta, erano brulicanti di attività. Centinaia di navi della Nuova Repubblica erano ormeggiate nei dock: navi danneggiate dai recenti raid imperiali di distrazione che, come Kallus realizzò in quel momento, erano serviti solo a raggrupparle tutte lì.

Kallus portò la Ghost nell’ombra di un asteroide di scarto minerario, osservando la Chimaera posizionarsi con eleganza letale ai margini del sistema, appena fuori dalla portata dei sensori del cantiere.

«Guarda i moli di carico, Zeb,» disse Kallus, indicando un settore specifico dell’anello orbitale.

Attraverso il visore a lungo raggio, videro esplodere d’improvviso il finimondo e decine tronchi di cono comparire come dal nulla dalla pancia sventrata di un trasporto. Sembravano quasi quelle talpe scavatrici che erano state rubate giorni prima a Nkllon (una notizia che Kallus aveva letto nei rapporti dell’intelligence durante il viaggio). In un attimo capì.

«Le userà come capsule d’abbordaggio,» sussurrò Kallus, e per la prima volta la sua voce tradì un tremito. «Perforerà gli scafi delle fregate della Repubblica e manderà i suoi soldati direttamente nei ponti di comando. Vuole rubare le navi intatte, non distruggerle. È pura efficienza imperiale.»

Zeb guardò lo Star Destroyer, poi Kallus. «Dillo, Alex. Di’ quel maledetto nome. Se siamo qui per morire cercando di fermarlo, voglio sapere chi stiamo affrontando ufficialmente.»

Kallus strinse le mani sulla console fino a farsi sbiancare le nocche. Il simbolo stilizzato della creatura mitologica sulla chiglia della nave nemica brillava sotto la luce del sole di Sluis.

«È Thrawn, Zeb. Il Grand’Ammiraglio Thrawn. È tornato dall’inferno e ha appena trasformato i più grandi cantieri della Repubblica in una trappola per topi. E noi siamo gli unici che sanno come chiudere la porta.»

Proprio mentre pronunciava quelle parole, la Chimaera attivò il segnale di comando. Simultaneamente, le cinquantuno talpe da scavo si accesero, virando bruscamente verso le navi indifese della Repubblica. La battaglia di Sluis Van era iniziata.

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Capitolo 4: Il Peso del Silenzio

Il portellone della Ghost of Atollon si chiuse con un tonfo metallico, sigillando il ronzio soffocato dei motori ionici. L’aria all’interno sapeva di ozono e di quel caffè sintetico che Kallus aveva imparato ad associare alla vita da ribelle. Hera Syndulla li aspettava nel cockpit, la silhouette stagliata contro il turbinio blu dell’iperspazio. Non si voltò subito; le sue mani sfioravano i comandi con una familiarità distratta, come se i suoi pensieri fossero a parsec di distanza.

«Sluis Van è caduta nel caos,» esordì Kallus, la voce resa roca dalla stanchezza. «Non è stata una battaglia, Hera. È stata una riscossione crediti. Cinquantun navi della Repubblica abbordate simultaneamente. Solo l’intervento di Han Solo e di un colpo di fortuna ha evitato il disastro totale.»

Zeb si lasciò cadere sul sedile del copilota, facendo scricchiolare la struttura. «È lui, Hera. Abbiamo visto la Chimaera. Abbiamo visto i suoi assassini grigi su Myrkr…. si muove come se avesse già vinto la guerra prima ancora di sparare il primo colpo.»

Hera si voltò lentamente. Non c’era sorpresa sul suo volto, solo una stanchezza antica, profonda, che le segnava gli angoli degli occhi. «Lo so. So che Thrawn è tornato.»

Il silenzio che seguì fu interrotto solo dal battito ritmico dei sensori. Kallus aggrottò la fronte, incrociando le braccia. «Se lo sapevi, perché la flotta è ancora ancorata ai moli di Coruscant? Perché abbiamo dovuto giocare a fare le spie su un pianeta di contrabbandieri per avere conferme?»

«Perché la verità è un’arma che il Senato non è pronto a impugnare,» rispose Hera, alzandosi e avvicinandosi alla mappa stellare. «C’è una cerchia ristrettissima di persone — io, la Cancelliera Mon Mothma e pochi altri — che lo sa. Sappiamo che Thrawn è tornato dall’esilio extragalattico non grazie ai Purrgil, ma a bordo di una costruzione titanica delle Sorelle della Notte: l’Occhio di Sion.»

Zeb ringhiò, colpendo il bracciolo con un pugno. «E allora? Mon Mothma è la Cancelliera! Che dia l’ordine di mobilitazione!»

«E con quale autorità, Zeb?» lo interruppe Hera con amarezza. «Il Senato è diviso. Se Mon uscisse allo scoperto ora, senza una prova che perfino il senatore più corrotto non possa negare, verrebbe accusata di militarismo. Guarda cosa sta succedendo già adesso fra Akbar e Fel’lya per un niente. Direbbero che sto alimentando fantasmi per giustificare il mio comando. Hanno già cercato di radiarmi dopo Seatos. Preferiscono aspettare che il Senato “capisca” da solo, aspettare che Thrawn faccia una mossa così plateale da rendere il dubbio impossibile. Stanno scommettendo vite umane per non perdere voti.»

Kallus sentì un brivido freddo. Conosceva bene quella cecità; l’aveva vista distruggere l’Impero dall’interno, e ora la vedeva soffocare la Repubblica. «E… Ezra? Se Thrawn è tornato, lui dov’è?»

Il volto di Hera si addolcì per un istante. «Ezra è tornato. Si è infiltrato sulla nave di Thrawn durante il salto tra le galassie. È stato qui, tra noi, ma deve restare un segreto assoluto. Ma il suo ritorno ha avuto un prezzo.» Hera attivò un settore della mappa che mostrava una galassia satellite, un punto isolato nel vuoto cosmico. «Ahsoka e Sabine sono rimaste indietro. Sono bloccate su Peridea per permettere a Ezra di tornare e per cercare di rallentare l’Ammiraglio.»

«Dobbiamo andare a prenderle» scattò Zeb, balzando in piedi… poi realizzò: «In che senso Ezra è stato qui? Dov’è adesso?»

«Hai ragione, Zeb. Dobbiamo andare a prenderle,» rispose Hera, ma il suo sguardo rimase fisso sulla scia blu dell’iperspazio. «Ed Ezra lo sta già facendo. È ripartito quasi subito, usando il suo legame con i Purrgil per farsi trasportare di nuovo oltre il vuoto. È in una missione di salvataggio solitaria, in una galassia dove non possiamo raggiungerlo.»

Kallus incrociò le braccia, sentendo il peso di quella solitudine tattica. «Quindi siamo senza i nostri Jedi più esperti. Senza offesa Hera, tuo figlio è ancora troppo giovane… Proprio quando Thrawn schiera i suoi pezzi sulla scacchiera. Senza Ezra, senza Ahsoka… la Repubblica è cieca e disarmata.»

Hera scosse il capo, un accenno di sorriso amaro ma fiducioso le increspò le labbra. «Non del tutto, Alex. C’è ancora una variabile che Thrawn non può controllare completamente. Abbiamo ancora Luke Skywalker.»

Zeb si grattò la nuca, ricordando il giovane pilota che aveva fatto saltare in aria la prima Morte Nera e si diceva avesse eliminato Vader. «Il ragazzo? L’abbiamo visto su Myrkr, o meglio, abbiamo visto il suo caccia schiantarsi. Abbiamo saputo dopo la storia: Karrde lo teneva prigioniero e quella donna dai capelli rossi gli dava la caccia come un vornskr affamato.»

«Luke è la nostra risorsa più grande e, allo stesso tempo, il bersaglio più ambito,» continuò Hera, abbassando la voce. «Thrawn sa che un Jedi può ribaltare le sorti di una battaglia, ed è per questo che sta cercando di neutralizzarlo usando quegli animali che avete visto su Myrkr. Ma Luke non è solo un soldato, è un simbolo. Finché lui è sul campo, c’è una parte della flotta e dei veterani della Ribellione che non smetterà di credere, a prescindere da quello che dice il Senato.»

Kallus annuì lentamente. «Skywalker è l’unico che può colmare il vuoto lasciato da Ezra e Ahsoka. Se Thrawn riesce a catturarlo o a isolarlo con quegli ysalamiri, la Nuova Repubblica crollerà come un castello di carte. Il Senato continuerà a discutere di protocolli mentre il Grand’Ammiraglio ridisegna i confini della galassia.»

Hera raddrizzò la schiena, tornando il Generale che aveva guidato la liberazione di Lothal. «La Repubblica deve fare da sé, è vero. Ma “fare da sé” significa che noi, che conosciamo la verità, dobbiamo proteggere Luke e assicurarci che Thrawn non lo trascini nell’ombra. Siamo di nuovo dei ribelli, ragazzi. Solo che questa volta, il nemico indossa la nostra stessa uniforme e siede nei nostri stessi uffici.»

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Capitolo 5: I Sotterranei del Potere

Le settimane successive alla riunione sulla Ghost furono un frenetico gioco di ombre e silenzi. Mentre il Grand’Ammiraglio Thrawn stringeva la sua morsa sulla galassia, conquistando un sistema dopo l’altro con una precisione chirurgica, Hera, Kallus e Zeb operarono come un’unità fantasma, muovendosi tra le pieghe di una burocrazia repubblicana sempre più paralizzata dal sospetto. Mentre Ezra affrontava le correnti dell’iperspazio con i Purrgil e Ahsoka rimaneva un eco lontano oltre i confini conosciuti, il gruppo si infiltrò nel cuore pulsante del potere. Sfruttando i vecchi canali dell’Intelligence Imperiale che solo Kallus ricordava, riuscirono a superare i blocchi orbitali e a scendere nelle viscere della capitale, proprio mentre il panico per gli asteroidi invisibili di Thrawn iniziava a svuotare le strade dei livelli superiori.

Coruscant non era mai stata così silenziosa. Sopra lo strato di nuvole, la flotta di Thrawn aveva seminato il terrore con un blocco di asteroidi invisibili, rendendo ogni decollo una scommessa con la morte. Ma nei livelli inferiori, dove la luce del sole era un mito dimenticato, l’attività era frenetica.

Kallus camminava con passo sicuro tra le ombre del Livello 2685, indossando un logoro cappotto civile che nascondeva la sua postura militare. Accanto a lui, Zeb passava quasi inosservato grazie a un proiettore olografico da polso che ne camuffava le fattezze in quelle di un massiccio scaricatore droidico.

«Hera aveva ragione,» sussurrò Kallus, consultando un datapad criptato. «Il blocco degli asteroidi non è l’unica arma di Thrawn. C’è un virus informatico che sta mangiando i protocolli di comunicazione della flotta della Repubblica proprio qui, nel cuore dei server di Coruscant.»

«E scommetto che il “piccolo senatore peloso” (Fey’lya) sta dando la colpa ad Ackbar anche per questo,» ringhiò Zeb sotto la maschera olografica.

«Esatto. Se non disattiviamo il ripetitore imperiale nascosto nei livelli inferiori, la flotta non potrà coordinarsi per il contrattacco. Thrawn vincerà la battaglia di Coruscant senza sparare un solo colpo di turbolaser.»

Il loro obiettivo era una vecchia sottostazione di comunicazione imperiale, ufficialmente smantellata dopo la caduta di Palpatine, ma che i sensori della Ghost avevano rilevato come ancora attiva.

Mentre si avvicinavano alla zona di sicurezza, Kallus notò dei segni familiari sulle pareti: graffi rituali. «Noghri,» mormorò, portando la mano al blaster stordente. «Thrawn non si fida dei cloni o dei droidi per proteggere questo posto. Ha lasciato i suoi assassini personali nel cuore della capitale.»

Zeb fece scrocchiare le nocche. «Finalmente. Ero stanco di camminare come un droide difettoso.»

La situazione precipitò in un istante. Mentre Kallus era impegnato al terminale, tre Noghri balzarono dalle ombre con la coordinazione di un branco di lupi. Uno di loro, armato di un’asta elettrificata, puntò dritto alla schiena di Zeb, che era impegnato a respingere un altro assalitore.

Proprio mentre il colpo letale stava per colpire il Lasat, accadde l’impensabile: un terzo Noghri, che fino a quel momento era rimasto in disparte a osservare annusando l’aria, intercettò il compagno a mezz’aria, deviando l’attacco con una ferocia inaudita. I due guerrieri grigi rotolarono a terra in un groviglio di artigli e sibili incomprensibili, finché il “protettore” non ebbe la meglio, stordendo l’altro con un colpo secco alla base del cranio.

Zeb, sorpreso ma pronto all’azione, ne approfittò per bloccare il Noghri superstite contro una conduttura di vapore bollente. Lo sollevò da terra per il collo, il Bo-rifle puntato alla gola della creatura. «Perché l’hai fatto? Perché hai colpito uno dei tuoi?» ringhiò Zeb, i peli sulle braccia ritti per l’adrenalina.

Il Noghri non lottò. I suoi grandi occhi neri fissarono Zeb con una solennità che lo lasciò interdetto. «L’odore…» sussurrò la creatura in un Basic aspro e spezzato. «Tu porti l’odore dei compagni della Figlia di Lord Vader.»

Zeb allentò leggermente la presa, confuso. «La figlia di chi? Di cosa stai parlando, sgorbio?»

«Lady Leia,» sibilò il Noghri, chinando leggermente il capo nonostante la stretta di Zeb. «Noi siamo il popolo di Rukh. Abbiamo servito il Grand’Ammiraglio Thrawn perché credevamo fosse il nostro salvatore, ma abbiamo sentito la Verità. Lei porta il sangue del Traditore che è diventato Redentore. Lei ha mostrato al nostro popolo che l’Impero ci ha ingannati per generazioni. Io non permetterò che il sangue dei suoi alleati venga versato in questo luogo di menzogne.»

Kallus, che aveva assistito alla scena mentre terminava il sabotaggio, si avvicinò con cautela. «State seguendo Leia? Su Coruscant?»

«La proteggiamo dalle ombre,» rispose il Noghri, liberandosi con un gesto fluido quando Zeb aprì la mano. «Thrawn non sa ancora del nostro risveglio. Crede che la nostra lealtà sia assoluta, ma il legame di sangue con il Signore Vader è più antico della sua flotta. Andatevene ora. Ho cancellato i tracciatori del mio commando. Dirò che siete fuggiti prima del nostro arrivo.»

Zeb guardò Kallus, poi di nuovo il piccolo guerriero grigio che era appena passato da predatore a improbabile alleato. «Sei uno strano tipo, piccoletto. Ma grazie.»

Il Noghri svanì nelle ombre dei condotti senza emettere un suono, lasciando i due ribelli nel silenzio dei sotterranei, con la consapevolezza che Thrawn stava perdendo il controllo del suo strumento più letale proprio sotto il suo naso.

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Capitolo 6: Fantasmi su Wayland

La polvere del Monte Tantiss saturava l’aria, un sudario grigio che calava sulle rovine del magazzino segreto di Palpatine. Luke e gli altri erano distanti, impegnati a riorganizzarsi dopo il duello finale, ma Mara Jade non si era mossa. I suoi sensi, affilati da anni come Mano dell’Imperatore, captavano qualcosa che non apparteneva al caos della vittoria.

Tre figure si muovevano tra le ombre dei resti della montagna: un Lasat imponente, una pilota Twi’lek e un uomo il cui portamento tradiva un addestramento che lei conosceva fin troppo bene. Mara scivolò tra i detriti con la silenziosità di un predatore, intercettandoli prima che potessero dileguarsi nella boscaglia di Wayland.

«Sapevo che l’odore di Myrkr non se ne sarebbe andato così facilmente,» esordì Mara, emergendo dall’oscurità con la mano vicina all’elsa della spada laser.

Alexsandr Kallus si bloccò, facendo segno a Zeb ed Hera di non estrarre le armi. Mara lo puntò con lo sguardo. «Su Myrkr ti ho studiato. C’era qualcosa di familiare nel modo in cui proteggevi i tuoi compagni… una precisione che non impari nelle accademie di frontiera. Dopo che siete fuggiti, ho scavato nei database di Karrde. Mi ci è voluto poco per collegare quel volto ai file di Lothal. Agente ISB IS-021. Il ‘Fulcrum’ che ha fatto più danni all’Impero di un’intera squadriglia di Ala-X.»

Kallus rimase fermo, la voce carica di una calma professionale. «Sapevi chi ero, allora. Eppure, hai permesso che sparissimo nell’ombra.»

«Beh, in quel momento ancora non lo sapevo. Ma quando ho capito chi eri,» rispose Mara, incrociando le braccia, «ho capito anche che non eri un disertore comune. Eri un uomo che aveva scelto di distruggere ciò che aveva contribuito a costruire. In quel momento, su Myrkr, io stavo appena iniziando a capire cosa fare delle mie macerie personali. Consegnarvi a Karrde o alla Nuova Repubblica non avrebbe servito l’Impero — che era già morto — e non avrebbe servito me. Ti ho riconosciuto come un mio simile, Kallus. Due strumenti di Palpatine rimasti senza padrone. Solo che tu hai trovato una nuova causa molto prima di me.»

Un lampo di comprensione passò negli occhi dell’ex agente. «Abbiamo fatto scelte diverse, Mara Jade. Ma entrambe ci hanno portato qui, a guardare queste ceneri.»

Hera fece un passo avanti, la mano ancora vicina alla fondina. «Perché sei qui ora, Mara? Vuoi finire il lavoro dell’Imperatore?»

«L’Imperatore è polvere, Twi’lek. Sono qui per assicurarmi che nessuno lo sostituisca.» Mara tornò a fissare Kallus. «Ditemi perché siete rimasti nascosti durante tutta la campagna di Thrawn. Avreste potuto aiutare Skywalker mesi fa.»

Hera Syndulla fece un passo avanti, la voce ferma ma carica di un’urgenza amara. «Siamo rimasti nell’ombra durante questa campagna perché c’è qualcosa che nemmeno la Nuova Repubblica è pronta a gestire. Sappiamo come Thrawn è tornato ed abbiamo persone che si stanno assicurando che non succeda altro. E prima che il magazzino crollasse, abbiamo avuto accesso a una sezione isolata. Non c’erano solo cilindri Spaarti per cloni. Thrawn stava mappando qualcosa che chiamava ‘Il Cammino per Peridea’.»

Mara inarcò un sopracciglio. «Un’altra delle sue leggende Chiss?»

«No,» intervenne Kallus. «Era una rotta di fuga. O di ritorno. Thrawn non stava solo cercando di restaurare l’Impero; stava preparando il terreno per qualcuno che è stato esiliato oltre i confini della galassia conosciuta, dove ci sono ora quelle persone di cui parlava Hera.»

Hera strinse i pugni, lo sguardo rivolto verso l’alto come a cercare risposte nelle stelle. «Forse è per questo che Ezra ha deciso di ritornare subito indietro. Non lo ha fatto solo per riportare a casa Ahsoka e Sabine. Credo che abbia percepito qualcosa su quel pianeta… qualcosa che Thrawn ha risvegliato. Ezra sapeva che col ritorno di Thrawn, il pericolo non riguardava più solo la Nuova Repubblica, ma l’equilibrio stesso della Forza.»

Mara restò in silenzio per un lungo istante. La minaccia di Thrawn era finita a Bilbringi, ma le ombre che l’ammiraglio aveva evocato sembravano proiettarsi molto più lontano.

«Ezra, un nome di tempi lontani che non mi è nuovo, ero una bambina quando l’imperatore… comunque sparite,» disse infine Mara, interrompendosi di colpo e facendo un cenno verso la foresta fitta. «Skywalker arriverà presto per bonificare l’area. Se vi trova, dovrete rispondere a domande che vi riporterebbero sotto i riflettori. Per me, siete solo fantasmi che non ho mai incontrato.»

Kallus accennò un inchino misurato, un ultimo residuo del suo passato da ufficiale. «Buona fortuna per la tua nuova strada, Mara Jade. Ne avrai bisogno.»

I tre si dissolsero tra le fronde di Wayland, mentre Mara rimaneva sola tra le macerie fumanti, con il nome “Peridea” che risuonava nella sua mente come un presagio di una guerra che non era ancora finita.

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Epilogo: Ombre e Nuove Luci

Il fumo denso che si levava dal Monte Tantiss, scommetteva l’equipaggio, era visibile persino dall’orbita di Wayland, un segnale che annunciava alla galassia la fine dell’ultima grande minaccia dell’Erede dell’Impero. Il silenzio che seguì il crollo della fortezza non era solo assenza di rumore, ma il peso di un’epoca che si sbriciolava.

A bordo del Wild Karrde, Talon Karrde osservava gli schermi tattici con un’espressione indecifrabile. Quando Mara Jade salì sulla passerella, il contrabbandiere non chiese spiegazioni sul suo ritardo. Gli bastò guardarla negli occhi per capire che un cerchio si era finalmente chiuso.
«Hai trovato quello che cercavi, Mara?» chiese Karrde, offrendole un bicchiere di succo di t’bak.
«Ho trovato solo altri fantasmi,» rispose lei, accettando il drink con un cenno del capo. «Ma almeno ora camminano lontano da me.»

Poco dopo, il gruppo si riunì presso l’area di atterraggio improvvisata tra le felci giganti. Han Solo, con il braccio intorno alle spalle di una Leia visibilmente stanca ma sollevata, stava scambiando battute con Lando Calrissian sul pessimo stato della vernice del Millennium Falcon dopo l’ultima incursione.

Luke Skywalker si staccò dal gruppo quando vide Mara avvicinarsi. La sua espressione era segnata dalla fatica del duello contro Luuke, il suo clone, ma il suo sguardo era limpido. Si fermò davanti a lei, ma prima di parlare, volse lo sguardo verso il limitare della foresta, dove le ombre sembravano ancora vibrare di una presenza svanita da poco.

«Mara,» disse Luke, abbassando la voce perché gli altri non udissero. «C’erano altre tre persone lì sotto, vicino alle rovine. Tre impronte nella Forza… Chi erano?»

Mara rimase immobile per un istante, stringendo l’elsa della spada laser blu che Luke le aveva appena consegnato come simbolo di una nuova fiducia. Avrebbe potuto dirgli tutto: di Kallus, di Zeb e di Hera, dei segreti di Peridea e del timore che questo Ezra fosse tornato laggiù per una minaccia ancora più oscura di Thrawn. Ma guardò Luke e vide il peso che già portava come ultimo dei Jedi.

«Erano solo fantasmi, Skywalker,» rispose lei, con un tono che non ammetteva repliche ma che nascondeva una punta di rispetto. «Gente che ha combattuto la sua guerra molto prima che tu imparassi a pilotare un T-16 nel deserto. Sappi solo che sono amici. E che hanno scelto l’ombra perché è lì che servono di più alla galassia.»

Luke la studiò in silenzio, poi accennò un sorriso comprensivo, intuendo che quella segretezza era l’ultimo atto di lealtà di Mara verso un codice d’onore che superava le fazioni.
«Amici nell’ombra,» mormorò Luke. «Forse è un bene che non tutto debba finire nei rapporti ufficiali della Nuova Repubblica.»

«Puoi scommetterci,» concluse Mara, rinfoderando l’arma. «Ora muoviti. Solo ha fretta di andarsene e io ho una galassia da ricominciare a scoprire.»

Mentre le navi accendevano i motori, Mara rimase sulla rampa del Wild Karrde. Guardò verso le rovine della montagna, pensando alla rotta per Peridea. Per ora, il segreto sarebbe rimasto sepolto sotto tonnellate di roccia, protetto dal silenzio di una Mano che non serviva più alcun padrone, ma che aveva appena trovato una ragione per restare a guardare le stelle.