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È bastato un post. Una riflessione lanciata nello stagno dei social media per scatenare il solito, prevedibile putiferio. Quando ho scritto che il dogma del “volere è potere” è un concetto tossico e profondamente errato, apriti cielo. Le reazioni si sono divise istantaneamente nelle due fazioni che ormai governano qualsiasi dibattito pubblico: da un lato i paladini della forza di volontà eletta a divinità assoluta, convinti che ammettere un limite equivalga ad arrendersi alla mediocrità; dall’altro, i fatalisti convinti che ogni sforzo sia inutile e che tutto sia già scritto dal contesto socio-economico o dalla sfortuna.

Come al solito, la discussione è stata polarizzata. Bianco o nero. O sei un superuomo in grado di piegare la realtà con la sola forza del pensiero, oppure sei una vittima impotente degli eventi. Ma la realtà, fortunatamente per la nostra salute mentale, non funziona per assoluti. La realtà vive stabilmente in una vastissima e complessa sfumatura di grigio.

Questo articolo nasce esattamente per questo motivo: per fare ordine, fare un respiro profondo e circoscrivere un concetto che è stato drammaticamente distorto. Non si tratta di buttare via l’impegno personale, né di cullarsi nell’inazione. Si tratta di capire dove il “volere è potere” è uno strumento utile alla nostra vita quotidiana e dove, invece, diventa una gabbia mentale che genera solo frustrazione, ansia e senso di colpa.

La micro-volontà: quando volere è (davvero) potere

Partiamo dalle basi e definiamo l’ambito in cui la forza di volontà non solo funziona, ma è l’unico motore del cambiamento. Parliamo della sfera d’azione individuale, delle scelte quotidiane, di quella che potremmo definire “micro-volontà”.

Facciamo un esempio deliberatamente banale, quasi una cretinata tanto per capirci. Supponiamo che tu debba seguire una dieta rigida per motivi di salute o di benessere personale, e che questo regime alimentare non preveda il consumo di pizza per i prossimi due mesi. Un venerdì sera, stanco dopo una settimana di lavoro, vieni assalito da una voglia matta di una pizza fumante. Senti il profumo, vedi l’immagine mentale della mozzarella filante, il tuo cervello invia segnali d’allarme biologici e psicologici.

In quel preciso istante, il “volere è potere” funziona. È esattamente il carburante che ti serve. Puoi tranquillamente attingere alle tue risorse interiori, stringere i denti, focalizzarti sull’obiettivo a lungo termine e decidere di non ordinare quella pizza. Richiede uno sforzo? Certamente. È spiacevole? Molto. Ma rientra interamente nella tua sfera di controllo biologica, cognitiva e comportamentale. Non ci sono leggi della fisica che ti impongono di mangiare la pizza; c’è solo un impulso che la tua corteccia prefrontale è perfettamente in grado di inibire.

Questo tipo di dinamica si applica a una infinità di situazioni quotidiane: decidere di alzarsi dal divano per andare a correre anche se piove, imporsi di studiare un’ora in più per un esame, scegliere di non rispondere con un insulto a una provocazione, spegnere lo smartphone per concentrarsi sul lavoro. In tutti questi contesti, sostenere che “volere è potere” è sacrosanto. È l’essenza dell’autodisciplina, della resilienza (ebbene si, anche io talvolta uso questo termine…) e della crescita personale. Chi nega questo livello di potere individuale sta semplicemente cercando una scusa per non fare fatica.

Se il discorso si fermasse qui, saremmo tutti d’accordo. Il problema sorge quando questa stessa identica logica viene applicata, senza alcun filtro o correttivo, a scenari che rispondono a regole completamente diverse.

La macro-realtà e l’illusione dell’onnipotenza

Il cortocircuito logico ed emotivo avviene quando pretendiamo di applicare la legge della micro-volontà alla macro-realtà, ovvero a quei contesti governati da leggi fisiche, biologiche, temporali e sistemiche che non dipendono in alcun modo da noi.

Cambiamo scenario. Immaginiamo un uomo di 55 anni (età scelta assolutamente non a caso) che, colto da una folgorazione tardiva, si svegli una mattina e decida, con tutto se stesso, di voler diventare il prossimo campione del mondo di ciclismo su strada. Immaginiamo che questa persona possieda una forza di volontà sovrumana, una determinazione d’acciaio, e che sia disposta a sputare sangue sui pedali per dodici ore al giorno, abbandonando il lavoro, gli affetti e investendo ogni singolo centesimo in attrezzature e preparatori atletici.

Cosa succederà? La risposta onesta, priva della retorica zuccherosa dei post motivazionali, è che non diventerà mai campione del mondo. Potrà migliorare drasticamente la sua salute, potrà vincere qualche gara amatoriale locale, potrà battere i suoi record personali e diventare la versione più in forma di se stesso. Ma il titolo mondiale rimarrà una chimera intangibile.

Perché? Perché stiamo parlando d’altro. A 55 anni la biologia ha già emesso i suoi verdetti inappellabili. La capacità di massimo consumo di ossigeno, la densità capillare, la velocità di recupero muscolare, la plasticità dei tessuti e i riflessi non sono più quelli di un ventenne. Inoltre, il ciclismo professionistico richiede un background di anni di adattamenti fisiologici che non si possono condensare magicamente nel tempo che resta. Qui il “volere” non è “potere”. Il volere, qui, si scontra contro il muro invalicabile della realtà biologica e temporale.

Il problema non è il sogno in sé, ma la narrazione distorta che facciamo di queste situazioni. Se diciamo a quell’uomo che non è diventato campione del mondo solo perché “non ci ha creduto abbastanza” o perché “non lo voleva davvero”, stiamo compiendo un atto di profonda crudeltà intellettuale. Stiamo trasformando un limite oggettivo e naturale in una colpa personale.

La trappola della cultura motivazionale

Negli ultimi decenni abbiamo assistito all’esplosione di una vera e propria industria del pensiero positivo e della motivazione a buon mercato. Formatori, guru del self-help e influencer della crescita personale hanno monetizzato l’idea che l’universo sia una sorta di catalogo Point Click in cui basta desiderare intensamente qualcosa per vederlo materializzare.

Questa retorica ha preso il concetto legittimo di autodisciplina e lo ha gonfiato fino a farlo diventare un’illusione di onnipotenza. La formula magica propinata è sempre la stessa: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. È una frase bellissima per un poster da appendere in cameretta, ma è una pessima bussola per orientarsi nella vita adulta.

La conseguenza più nefasta di questa mentalità è l’interiorizzazione del fallimento come colpa esclusiva del singolo. Se il “volere è potere” è una legge universale, allora ne consegue matematicamente che se non hai ottenuto ciò che volevi, la colpa è tua. Non hai una startup di successo? Non hai voluto abbastanza. Non sei guarito da una malattia cronica? Non hai avuto l’atteggiamento mentale corretto. Non sei riuscito a comprare una casa in un mercato immobiliare impazzito con il tuo stipendio da precario? Sei tu che non sai manifestare l’abbondanza.

Questa dinamica sposta il focus dai problemi strutturali, economici, biologici e sociali alla psiche dell’individuo. Diventa un anestetico sociale: non serve cambiare le regole del gioco se il successo dipende solo dalla tua grinta individuale. Ed è proprio questo l’aspetto che definisco “male”. È il peso insostenibile di una responsabilità totale su dinamiche che non controlliamo.

Comprendere la propria sfera di influenza

Per uscire da questo vicolo cieco psicologico è fondamentale riscoprire un concetto vecchio di duemila anni, cardine della filosofia stoica: la dicotomia del controllo. Epitteto spiegava che le cose si dividono in due categorie: quelle che dipendono da noi e quelle che non dipendono da noi.

Le cose che dipendono da noi sono le nostre opinioni, i nostri desideri, le nostre pulsioni, le nostre azioni quotidiane (evitare la pizza, per intenderci). Le cose che non dipendono da noi sono il corpo (nella sua dotazione genetica e nell’invecchiamento), i beni materiali, la reputazione, le azioni degli altri, il contesto storico e di mercato in cui nasciamo.

La vera saggezza, e la vera efficacia personale, non stanno nel credere che tutto dipenda da noi, ma nel saper distinguere chiaramente queste due categorie.

Quando applichiamo il “volere è potere” a ciò che dipende da noi, diventiamo persone disciplinate, affidabili e focalizzate. Smettiamo di cercare scuse e ci assumiamo la responsabilità delle nostre micro-scelte. Diventiamo capaci di fare sacrifici a breve termine per ottenere benefici a lungo termine.

Quando invece cerchiamo di forzare il “volere è potere” su ciò che non dipende da noi, generiamo nevrosi. Ci intestardiamo in battaglie perse contro le leggi della fisica o della biologia, ignoriamo i segnali di stop che la realtà ci invia e finiamo per distruggere la nostra autostima in nome di un ideale irraggiungibile.

Verso un’ambizione sana e realistica

Sostenere che il “volere è potere” sia un concetto distorto non significa promuovere il disfattismo. Non significa dire a un giovane di non provarci, o a un adulto di non reinventarsi. Tutt’altro. Significa liberare l’ambizione dalla zavorra dell’illusione.

Un’ambizione sana si fonda sulla consapevolezza dei propri limiti, non sulla loro negazione. Se hai 55 anni e ami il ciclismo, la consapevolezza che non diventerai mai campione del mondo non deve farti scendere dalla bicicletta. Al contrario, ti libera dall’ansia della prestazione assoluta e ti permette di goderti il viaggio. Ti permette di porti obiettivi ambiziosi ma reali: migliorare i tuoi tempi dell’anno precedente, completare una scalata pazzesca sulle Dolomiti, superare i tuoi limiti di ieri. Questa è potenza vera, perché è calibrata sulla tua realtà.

Allo stesso modo, se accetti che il successo di un progetto lavorativo dipende all’80% dalle tue competenze e dal tuo impegno (micro-volontà), ma anche al 20% da fattori di mercato imprevedibili, dai trend economici e dal tempismo (macro-realtà), affronterai quel progetto con molta più lucidità. Se le cose andranno male, non cadrai in una depressione cosmica pensando di essere un fallito senza spina dorsale; analizzerai i dati, capirai cosa non ha funzionato nel contesto e correggerai il tiro.

Conclusione: la libertà del limite

In conclusione, la vita non è un film hollywoodiano in cui la colonna sonora epica e lo sguardo determinato del protagonista bastano a piegare il destino. La vita è un negoziato continuo tra ciò che desideriamo nel profondo del nostro cuore e le condizioni oggettive che il mondo ci impone.

Smettere di credere ciecamente nel “volere è potere” non è un atto di resa, è un atto di maturità. È il passaggio dall’infantilismo onnipotente all’efficacia adulta. Un’evoluzione che impone anche una riflessione lucida su quel vasto e fumoso ecosistema della crescita personale e del coaching aziendale. Sia chiaro: i professionisti seri, capaci di incidere davvero sui processi e sulle persone con competenze strutturate, esistono. Ma sono mosche bianche, una minoranza fin troppo esigua. Tutto il resto è una marea indistinta che si muove in un mercato dai contorni labili, dove l’ossessione per il fatturato e per la massimizzazione dei propri KPI ha ampiamente sostituito la reale volontà di fare la differenza nella vita delle persone. Prima di vendere formule preconfezionate sullo switch mentale o sul mindset vincente, molti di questi consulenti dovrebbero guardarsi onestamente allo specchio, scoprendosi raggomitolati sulle proprie metriche commerciali e pronti a spiegarti come diventare il CEO di te stesso quando nella vita reale non avrebbero le competenze minime nemmeno per cambiare una lampadina fulminata senza consultare un tutorial su YouTube.

Il vero capolavoro di questo paradosso, d’altronde, si raggiunge quando la malafede lascia il posto al delirio: se qualcuno di questi coach, totalmente votato ai KPI e accecato dalle proprie metriche commerciali, si convince sinceramente e in totale buona fede di stare davvero facendo la differenza nella vita altrui con quelle quattro banalità, allora siamo a posto. Lì si chiude il cerchio dell’illusione.

A questo proposito, mi torna in mente un aneddoto memorabile di qualche anno fa, vissuto durante uno di quei corsi aziendali a cui fui obbligato a partecipare. Ricordo ancora il coach che, con lo sguardo illuminato e la voce vibrante di enfasi, ci mostrò il video pubblicitario di un importante brand asiatico, protagonista uno struzzo. Nel filmato, l’animale infilava la testa in un visore per la realtà virtuale, guardava il video di un volo e, magicamente condizionato dall’esperienza visiva, prendeva il volo sul serio. Ecco, vorrei rivolgermi direttamente a lui: ehi tu, sì, proprio tu, il coach dello struzzo. Lascia che ti sveli un segreto biologico: LO STRUZZO NON VOLA. Non vola nella savana e non vola fuori da un’aula di formazione, a meno che tu non decida di infilargli un missile nel cu…rriculum (avuto paura eh?).

È proprio l’inconsistenza di questa massa di venditori di fumo che si presta perfettamente a un’altra grande distorsione moderna: il whitewashing aziendale. Per molte imprese, ingaggiare questi percorsi standardizzati di motivazione o gestione dello stress è diventato il modo più economico e cinico per ripulirsi la facciata etica. Si scarica l’intera responsabilità del benessere psicofisico sulle spalle del singolo lavoratore, colpevolizzandolo implicitamente se non è abbastanza resiliente, pur di non toccare i nodi reali dell’organizzazione: carichi di lavoro tossici, tassi di burnout fuori controllo e una cultura aziendale profondamente disfunzionale.

Comunque, tutto ciò premesso, la prossima volta che vi trovate davanti a una scelta, o che sentite il peso di un obiettivo che sembra schiacciarvi, fermatevi un secondo. Chiedetevi se state gestendo la vostra “pizza” o se state inseguendo il vostro “campionato del mondo a 55 anni”. Accettate la fatica della prima, e abbiate il coraggio, la saggezza e l’ironia di sorridere di fronte all’impossibilità del secondo. È precisamente in questo equilibrio, in questo spazio sottile tra l’impegno totale e l’accettazione del limite, che si costruisce una vita autentica, solida e, finalmente, serena.