Nota dell’autore: l’articolo che segue nasce da uno scambio epistolare via e-mail. Ringrazio il lettore Roberto per avermi espressamente autorizzato a pubblicare questa riflessione citando il suo nome parlando di Smartwatch.
Come sempre accade da queste parti, ci sono e-mail che hanno il potere di accendere un qualcosa nella mia mente, costringendomi a fermarmi e a mettere in discussione il modo in cui comunico le mie passioni. Quando ho aperto il messaggio di Roberto, nella mia testa si è scatenato un immediato duello dialettico tra due anime che convivono stabilmente in me: il caotico e sbrigativo Paperoga e il metodico, enciclopedico Pico De Paperis.
- Paperoga: «Ma lascialo perdere, dai! Ma chi te lo fa fare di rispondere? Che leggesse meglio quello che scrivi! Cestina tutto e andiamo a fare un pisolino!»
- Pico De Paperis: «Un momento, caro il mio piumato e frettoloso cugino! E se invece non fossi stato io abbastanza incisivo? Un dubbio scientifico è sempre un’opportunità di approfondimento storiografico!»
- Paperoga: «Sì, vabbè, o più semplicemente ha letto il tuo articolo di fretta sulla metropolitana mezzo assonnato alle 7 del mattino, tra una fermata e l’altra, mentre andava al lavoro senza prestare attenzione.»
- Pico De Paperis: «Può darsi. Ma da perfetto accademico devo chiedermi: cosa diavolo ha letto di preciso? Ho forse lasciato intendere una cosa per un’altra? Fammi andare a rileggere l’archivio, non vorrei aver commesso io un errore di sintassi…»
- Paperoga: «Ma per carità, che noia l’archivio! Sugli smartwatch hai sempre mantenuto una linea coerente. Passiamo oltre, ti prego!»
- Pico De Paperis: «No, fermati. Lui ci ha visto dell’astio. E da come scrive, non sembra affatto uno che muove la penna a caso. Anzi, argomenta con logica e acume. Io voglio capire dov’è l’inghippo strutturale.»
Alla fine, com’era giusto che fosse, ha vinto l’approccio enciclopedico di Pico De Paperis e ho risposto. E ne è nato un interessante e fitto scambio di battute “da umano a umano”. Roberto si è dimostrato un interlocutore attento ed arguto, molto piacevole nei modi e forte di quel giusto compromesso fra l’approccio analitico e il tono diretto. È stato proprio questo confronto così stimolante a convincermi di una cosa: la nostra chiacchierata meritava di uscire dalla casella di posta per diventare un articolo pubblico. Vale sempre la pena di essere onesti fino in fondo ed evitare che il fraintendimento metta radici, soprattutto in un sito internet che rifiuta la fretta dei social network.
Nel suo primo messaggio, Roberto mi chiedeva conto di un’impressione maturata navigando nella sezione in cui metto a nudo la mia collezione di orologi. Tra le righe, c’era una domanda che mi ha fatto sorridere: «Ma perché detesti così tanto gli smartwatch?»
La risposta breve è: non li detesto affatto.
La risposta lunga, invece, richiede di fermarsi un momento a poggiare i piedi su qualcosa di solido e analizzare come a volte sia facile interpretare una distinzione tecnica come un’avversione emotiva. Ci tengo ad approfondire insieme il bello della complessità. Il punto, infatti, non è l’odio. Difficilmente su queste pagine si vedrà passare dell’odio, e di certo mai gratuito. Anche perché, diciamoci la verità, gli smartwatch non mi hanno fatto nulla di male. La mia è semplicemente una questione di corretta categorizzazione scientifica degli oggetti.
Ma allora cos’è uno smartwatch?
Per me, un dispositivo Apple o Garmin non è un orologio. È un computer da polso.
Se proviamo a smontare il presente per capirne gli ingranaggi, la differenza salta all’occhio. Un orologio classico — che sia meccanico o basato sulla precisione di un cristallo di quarzo — nasce con un’anima e un’architettura progettate per un unico, nobilissimo scopo: misurare e mostrare lo scorrere del tempo in modo autonomo.
In un moderno smartwatch, l’ora è diventata una funzionalità accessoria. È una notifica tra le tante, un widget che gira sopra un sistema operativo complesso che gestisce sensori biometrici, messaggi e chiamate. Vive in funzione di una scheda madre e di continui cicli di ricarica.
Qualcuno potrebbe obiettare (Roberto l’ha fatto…): “E gli smartwatch ibridi, come certi modelli Tissot?”. È vero, lì c’è un modulo al quarzo che fa muovere le sfere. Ma anche in quel caso, l’essenza dell’orologeria classica diventa un elemento pressoché secondario, un pretesto visivo per contenere un modulo computer integrato che fa tutto il resto. Ciò non toglie che siano oggetti godibili: vi confesso che, se un Tissot ibrido non fosse un po’ troppo abbondante per le misure del mio polso, non avrei alcuna difficoltà a tenerlo in casa. Attenzione, ho detto in casa, non in collezione. Lo userei come strumento, ma la mia idea di collezione rimarrebbe altrove.
Per spingere l’analisi ancora più a fondo, pensiamo a un gigante dell’orologeria svizzera che ha deciso di cimentarsi seriamente in questo campo: TAG Heuer. La storia di questo marchio, a ben vedere, rende la scelta di inserire a catalogo uno smartwatch del tutto naturale. Nel 1985, lo storico marchio Heuer si fuse con il gruppo TAG, acronimo che sta per Techniques d’Avant Garde. L’avanguardia tecnica, l’audacia e la sperimentazione sono scritte direttamente nel suo nome. Parliamo, dopotutto, della stessa TAG che nel mondo dell’automobilismo marchiava i motori Porsche turbo delle imbattibili McLaren, quelle che negli anni Ottanta dominavano le piste con Niki Lauda e Alain Prost. L’elettronica d’avanguardia e la ricerca ossessiva della performance estrema scorrono nelle vene di questa azienda da decenni.
Quando una maison con questo pedigree decide di produrre oggetti come la linea Connected — e che smartwatch, lasciatemelo dire! — non sta rinnegando il proprio passato, ma sta onorando la propria identità. Sebbene colossi come Apple e soci siano specialisti riconosciuti e di gran livello nella materia, TAG Heuer è arrivata senza chiedere permesso né scusa: ha messo la freccia e in un battibaleno si è messa tutti quanti alle spalle.
Ne comprendo l’alto valore e ne apprezzo sinceramente l’esecuzione tecnica. Eppure, anche di fronte a un pezzo di quel calibro, la mia conclusione non cambia: continua a non fare per me come orologio. Anzi, vi dirò di più: dal mio punto di vista, a livello concettuale, preferirei di gran lunga il Tissot al TAG Heuer.
Il motivo è squisitamente architettonico. Il TAG Heuer Connected, per quanto meraviglioso, resta un computer totale: se la batteria si scarica o il software si pianta, lo schermo si spegne e l’oggetto smette di esistere. Il Tissot ibrido, invece, racchiude un’eccezione straordinaria: possiede un movimento nativo che “sa” e misura il tempo in modo del tutto indipendente dal computer di bordo. Se la parte smart muore, le lancette continuano a girare. C’è un rispetto di fondo per la natura primaria dell’orologeria che nel TAG si perde.
Se invece dovessi valutare il TAG puramente come giocattolo tecnologico da analizzare… beh, allora slurp!
Sia chiaro: sfortunatamente non mi chiamo Paperone, quindi i miei studi e i miei esperimenti sul campo non sono stati condotti su un pezzo da novanta come il TAG Heuer. Ma chi mi legge sa che ho un’anima da informatico e una formazione da fisico, e a uno scienziato interessa l’architettura di base, che resta la stessa a prescindere dal prezzo. È stata proprio questa viscerale curiosità a spingermi, in passato, a comprare e possedere un paio di smartwatch decisamente più economici, con l’unico scopo di studiarne da vicino gli ingranaggi digitali e toccare con mano le potenzialità della tecnologia da polso. L’esperimento è servito eccome, confermandomi che si tratta di oggetti affascinanti e incredibilmente interessanti.
Però preferisco scindere i due mondi. Al polso cerco lo scorrere del tempo puro, non una microscopica estensione dello smartphone. Ritornando al Tissot ibrido, se la casa madre decidesse di ridurne le dimensioni, passando dagli attuali e generosi 43 mm a un diametro di circa 40 mm, allora sì che l’informatico e il collezionista troverebbero un compromesso da far entrare in casa. Ma sia chiaro: salirebbe sul mio polso come puro strumento di utilità quotidiana, non come oggetto della collezione. Anche in quel caso, le due cose comunque resterebbero separate.
Mi guardo bene, in ogni caso, dal dare giudizi assoluti. Non troverete mai in queste pagine un invito a non acquistarli: ognuno deve decidere autonomamente per sé. Questo spazio esiste per stimolare domande, non per regalare risposte pronte o dispensare consigli per gli acquisti. Che ognuno metta al proprio polso ciò che preferisce.
Quindi, caro Roberto, nessun odio. Solo il piacere di rallentare, andare sotto la superficie e chiamare le cose con il loro nome, un dubbio alla volta.
P.S. Nota di rigore scientifico ed enciclopedico del mio Pico de Paperis interiore: per amore di precisione filologica e oggettività dei dati storici, l’inghippo della lettura frettolosa non è avvenuto in metropolitana, bensì – come emerso dalle successive e puntuali verifiche nel nostro scambio epistolare – sul treno del Passante Ferroviario. Una precisazione logistica doverosa, che nulla toglie al piacere di esserci trovati subito a nostro agio in questo spazio di discussione pura.
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