Sull’anno che si è appena concluso, il 2020, in questi giorni frenetici di bilanci e brindisi liberatori, abbiamo sentito davvero di tutto. È stato un anno che ha messo a dura prova il nostro vocabolario, la nostra pazienza e, non ultimo, il nostro senso di orientamento nel tempo. Eppure, in mezzo alla tempesta, c’è stata una risorsa che non ci ha mai abbandonati: la capacità tutta umana di ridere del caos.
Tra le numerose freddure, meme e aforismi amari che hanno affollato le nostre bacheche, la mia preferita resta senza dubbio questa:
“Fra qualche anno, per indicare un disastro totale, diremo: ‘È successo un gran 2020’. Il povero 1848, dopo quasi due secoli di onorato servizio, lo manderemo finalmente in pensione.”
È una frase che mi fa sorridere, ma che nasconde una verità profonda. Il “Quarantotto” è stato per generazioni il simbolo dello sconvolgimento, della rivoluzione che ribalta i piani e lascia tutti storditi. Ma il 2020 ha alzato l’asticella, entrando di diritto nel dizionario dei nostri sinonimi mentali come l’unità di misura dell’imprevisto assoluto.
Ci siamo riscoperti fragili, ma anche incredibilmente creativi nel trovare il lato grottesco della nostra quotidianità stravolta. L’umorismo non è stato un modo per sminuire la serietà dei fatti, ma un meccanismo di difesa necessario per non farsi schiacciare dal peso degli eventi. Abbiamo usato le battute come scudi, trasformando l’incertezza in una narrazione condivisa che ci ha fatto sentire meno soli, anche se chiusi tra quattro mura.
Ora che guardiamo a quei mesi con il distacco di chi è appena sbarcato a terra dopo una traversata oceanica, mi chiedo cosa sia rimasto nella vostra “cassetta degli attrezzi” dell’ironia.
Quali sono le battute che vi sono piaciute di più o che vi hanno strappato un sorriso nei momenti più improbabili? Scrivetemi la vostra preferita nei commenti: a volte, ricordare come abbiamo riso è il modo migliore per capire come siamo sopravvissuti.


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